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Avventura

Gli odi facili

Di Zeta Reader - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 28/08/2018

Contatti indesiderati sui mezzi pubblici in estate

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Nel vagone, accanto alla giovane Tomasa, si sedette un tipo alto e robusto. Un turista, doveva essere, a giudicare da vestiti e berretto: una camicia di cotone, adatta a un lungo volo, ma con tasche e bottoni inutili, e il berretto stava appena sollevato sulla testa e inclinato di lato. Altri posti erano liberi, notò Tomasa, nel vagone; pensava che lui avrebbe certo scelto uno di quelli; invece, nonostante lʼinospitale vicinanza di lei, si accomodò proprio lì, di sicuro perché pratico, pensò la giovane, per la prossimità alle uscite. Per la grossezza del corpo, massiccio e un po’ tozzo, se non fosse stato sdrammatizzato da una ciclopica goffaggine, gli avrebbe dato trent’anni; ma a guardarlo in viso, la carnagione fresca e rosea, lo sguardo sfuggente sotto le palpebre spesse e le sopracciglia arruffate, e anche le labbra schiuse a mitigare lʼaffanno, gli davano l’aria d’averne al massimo ventinove.

Tomasa, studentessa diretta a Medicina (anche se era quasi agosto), si ritrasse sul sedile per paura che il turista, così grosso e robusto, non ci entrasse; e subito si trovò nella nube di olezzo, un olezzo di fast-food, ma ormai, per il lungo viaggio, mescolato a sudore e altri umori. Un sedile soltanto era insufficiente per lui, e Tomasa poteva percepire la sua incombente abbondanza con il timore che quella prossimità diventasse invadenza e finisse nel contatto. Di certo lui, ragionò Tomasa, seppur stordito, non aveva prestato attenzione a lei, alla scontrosità nel suo sguardo, se no si sarebbe seduto altrove. E, a questi pensieri, i muscoli che erano rimasti distesi e rilassati si contrassero sodi e tesi; anzi, senza che lei si muovesse cercarono di ridursi alla massima compattezza, e la gamba che prima se ne stava molle, nuda sotto allʼorlo della gonna, si scostò, allentando la stoffa che la copriva, e la pelle sfiorò la peluria della gamba del turista, ed ecco mediante questa pelle e questi peli la gamba della giovane toccava ormai quella di lui in una staticità ferrea e sospesa, come un incontro di spade, e con un rizzarsi di spine per i suoi follicoli piliferi verso quei follicoli piliferi altrui. Era pur sempre un contatto leggerissimo, che ogni sobbalzo del treno aiutava a perdere e ricreare. Quest’incontro di polpacci era spregevole, ma evitarlo le costava fatica: avrebbe dovuto spostare il peso del corpo in una posizione innaturale e scomoda. Il turista era impassibile, sotto la visiera, lo sguardo nel vuoto, le mani sulle rotule: eppure il suo corpo, per uno strettissimo spigolo, confinava con quello spigolo di donna: che non se ne fosse accorto? o che ne pretendesse la legittimità? o il diritto? Tomasa decise di inviargli, senza mezzi termini, un segnale: contrasse i muscoli della gamba come fossero sottili e angolate ali di farfalla, e poi con queste ali di gamba, come se lʼinsetto dentro volesse dispiegarsi, sollevò e accavallò la destra sulla sinistra. Certo, fu un mossa rapidissima, appena il tempo d’una ruota di pavone: a ogni modo lui non ripiegò, almeno per quel che poté vedere lei! perché subito lui, forse senza accorgersi di quellʼazione strategica, aveva allargato ancor più le gambe per stiracchiarsi. Ora bisognava ricominciare da capo; quella sdegnata e ultrapalese manovra di divisione era nullificata.

Fu allora che Tomasa pensò agli altri: se lui, per dispetto o inconsapevolezza, ignorava i suoi segnali, erano però sopraggiunte altre persone che potevano dar ragione di quel suo contegno seccato, e di quella furbesca indifferenza del turista.

Ma il volto di lui restava fisso; Tomasa ne fissava il riflesso nel finestrino, una zona di pelle liscia, tra la punta del naso e la bocca. Ed in quel ricciolo di prolabio il perlare del sudore; era questa la risposta che gli dava, trasparente, lasciva e viscida. Girò il viso allʼimprovviso, torpido e stralunato, drizzò come una vela la visiera del berretto, e lo sguardo racchiuso tra le rigonfie palpebre. Quello sguardo lʼaveva trapassata, Tomasa, l’aveva dissezionata, scrutando, attraverso lei, qualcuno, o nessuno, lo sfuggire di un ricordo, ma comunque sempre qualcuno più di lei importante. E fu allora che ritrovando il contatto con quel peloso dorso di gamba sentì che era arrivata al limite. Era la fine, pensò la giovane, di quellʼaperta provocazione.

E poiché era evidente che nulla riusciva a riscuoterlo, anzi ogni cosa pareva chissà come da lui elusa, allora a Tomasa toccava essere il più chiara possibile, e che alla fine il tormento del suo biasimo riuscisse a colpire anche chi n’era inanimato oggetto, lui. Quando lei s’alzò e il turista restava con lo sguardo velato e placido, col berretto sempre in bilico sulla testa, e il treno prolungava quel suo stridulo raglio per lʼUrbe, e fuori continuava quella sequenza Eterna di palazzi, e il sole che per tutto il tragitto aveva additato la sporcizia sui vetri batteva ora con rinnovato Z-elo, ella ebbe un raro moto di stizza d’avere, mentre andava a sostenere lʼesame di Igiene, sopportato tanto!

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Mi ricorda un bellissimo cortometraggio diretto e interpretato da Nino Manfredi (e Fulvia Franco)Segnala il commento

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isa ha votato il racconto

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