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Narrativa

Gli stracci di Penelope

Di lucioaru - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 06/06/2018

Penelope ha trentasette anni e di mestiere pulisce i quadri prima che vengano fotografati per un'importante casa d'aste online. Lei non lo sa, ma la monotonia della sua routine ha suscitato l'interesse di qualcuno, che la studia già da un po`.

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Ogni giorno, da sette anni, stracci. Perlopiù bianchi, di cotone. Molto, molto stropicciati. In tutto ce n'erano forse una quarantina, chiusi in un sacco di tela spessa. Tutti per lei. Ogni fine settimana ne chiudeva quattro o cinque sporchi in una busta di plastica e li portava a casa per lavarli.

Penelope aveva trentasette anni e la Auction Plus era diventata con il passare del tempo e degli stracci la sua seconda casa. Non era bellissima Penelope, e lo sapeva bene. Aveva però degli occhi incredibili: neri, tondi ma non troppo, le ciglia lunghissime e fitte. La pelle anche non era male, nonostante non avesse mai usato creme cosmetiche. Aveva dei capelli, anch'essi neri, lunghi e dritti. Le arrivavano a metà della schiena e usava legarli insieme in una morbida crocchia. Il naso invece ce lo aveva "da ebrea": così sua madre si divertiva a prenderla in giro fin da quando era bambina. Prendeva in giro se stessa, perché il naso era quasi lo stesso, e lei ebrea lo era per davvero. A Penelope non dispiaceva il suo naso. E neanche gli stracci, il lavoro, quella casa piccola piccola con le pareti verde oliva.

Viveva da sette anni una routine straordinariamente, impeccabilmente invariata. Si alzava alle sette e quarantacinque. Caffè, doppio. Zucchero no, voleva sentire l'amaro, anche quando la moka lo bruciava. Niente colazione, mai. Era abbastanza magra e slanciata, non alta, ma quasi. Alle 08.45 arrivava a lavoro. Lei lavorava nello studio fotografico della casa d'aste insieme ad altre quattro persone: due fotografi, Anthony e Camilla, un assistente di produzione addetto alla logistica, Dennis, e una restauratrice, Olga. Olga era moldava, e aveva fatto un'accademia per restauratori che era durata sei anni. All'inizio ne era stata molto gelosa, Penelope, ché il restauro è quello di cui da sempre si sarebbe voluta occupare lei, ma di soldi per andare all'accademia non ne aveva e le serviva un lavoro. Allora anche lei era diventata "assistente di produzione", ma in pratica non faceva altro che rimuovere la polvere dai dipinti o i micro peletti dalle fotografie. Era molto cauta, molto attenta e molto, molto paziente, Penelope. Alle 18 finiva di lavorare e percorreva sempre la stessa strada. In bicicletta se non pioveva o nevicava, altrimenti con il bus 245. Alla sera leggeva sulla poltrona vicino alla finestra del soggiorno-cucina e di solito si addormentava lì. Si svegliava soltanto a notte fonda e si trasferiva nella stanza da letto.

Prima di andare via dallo studio, ogni pomeriggio, Penelope disponeva i suoi stracci in fila sul pavimento di legno scuro. Li ripiegava alla meglio e li lasciava lì ad attenderla. Poi se ne dimenticava per il resto della giornata.

Ed è in quel momento che entrava in scena qualcun altro. Da quasi sette anni. Nello stesso posto e alla stessa ora. Quel qualcuno si chiamava Billy, o meglio si chiamava Alexander ma tutti lo chiamavano Billy. Era il manuntentore della struttura e lo conoscevano tutti. Ciò che invece nessuno conosceva era la sua passione per l'arte e per la fotografia in particolar modo. Billy era un fotografo straordinario: aveva scattato ritratti di ogni tipo e da un certo punto in poi aveva deciso di eliminare le persone dalle sue inquadrature. Non del tutto, però. Fotografava le loro assenze, Billy. Con Penelope era stato amore a prima vista. Si era innamorato di quegli stracci. Di quel naso. Di quei modi, così attenti. Quei gesti apparentemente ordinari lo incantavano. Più di tutto, quei pezzi di cotone stropicciato. Messi sul pavimento. In fila o sparpagliati. Ogni volta un centimetro più in la, ogni volta una macchietta in più. Billy li fotografava ogni sera, quando nello studio non c'era più nessuno. E quei bianchi venivano fuori dal legno come nuvole stagliate su un cielo scuro. Gli stracci diventavano poesia. Lo erano sempre stati, poesia, ma Billy era stato l'unico ad accorgersene. Levava il copriobiettivo e regolava la messa a fuoco. A volte sfocava tutto e scattava così, tanto che non si riusciva a distinguere la natura di quelle macchie bianche con forme irregolari.

Penelope oltre a quei begli occhi neri nerissimi aveva anche delle belle mani. Lunghe, affusolate. Le unghie dritte e regolari. E Billy avrebbe voluto chiederle infinite volte di poterle immortalare, quelle mani. Ferme o in movimento. Con o senza stracci. Ma non lo fece.

Così le mani rimasero mani, non si elevarono mai a soggetti. Mai protagoniste. Soltanto mani.

Gli stracci invece fecero il giro del mondo, qualche anno dopo. Così New York, Parigi, Londra e Roma e ancora Singapore, Berlino e altre sette capitali ammirarono la poesia di quegli stracci, candidi o sporchi, pieni di polvere e di fatica. Gli stracci di Penelope.

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