Il ponte è rosso mattone anche se è fatto di acciaio, mentre il cartello è azzurro e il telefono sotto al cartello è giallo. Il cartello ha parole brutte come “suicidio” e “crisi”. Il ponte invece è bello e con tanta vita sopra. Il mare è più giù ed è verde oggi, non blu, verde, e ha tanta vita dentro anche lui.

Il mare è vita, per i pesci le alghe e i delfini.

Il mare è morte da quassù. L’acqua è cemento da qui.

Tutto è qualcosa da vicino ed è tutto il contrario da lontano.

Oggi c’è un vento che va da sinistra a destra. Il pescatore vede bene il mio ciuffo tutto da una parte.

Il pescatore non vede che non sto guardando il cartello, che dice parole brutte come “suicidio” e “crisi”.

Il telefono rimane lì, sotto al cartello anche se le scarpe veloci di qualcuno mi passano dietro con il loro tap tap. I clacson più forti sono quelli che sento a sinistra. E’ il vento che modifica l’intensità delle cose. E’ il vento che modifica l’intensità dei miei pensieri.

Un gabbiano, due gabbiani tre gabbiani. Volano e non cadono, passano attraverso i cavi di acciaio del pilone principale facendo lo slalom come aerei provetti, come macchine perfette. Passano sopra la mia testa e vanno avanti verso il mare, in mezzo al mare.

Ho il primo scatto in avanti e il parapetto durissimo mi si conficca nelle costole. Volevo seguirli.

Provo ancora dolore dopotutto, sarebbe anche un buon segno se non ci fosse il cartello che dice “suicidio” e “crisi”.

I motori girano, le gomme girano, le eliche delle navi girano. Io sono fermo, un pilastro, che non sorregge niente, neanche se stesso e guardo il cartello che dice “suicidio” e “crisi”.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Rispettivamente: un’auto, due auto, tre auto, che si fermano e accendono le quattro frecce, che si spengono, che si accendono di nuovo, così per sempre.

Ritorno a guardare il mare che si increspa sotto di me. Si incresperebbe sempre oggi, anche accanto a me, anche sopra di me.

Quello era l’obiettivo, se non fosse stato per quella mano grande e sconosciuta che ha toccato il mio cappotto, sfiorandolo fino a fermarsi sull’incavo della mia spalla sinistra, quella esposta al vento e il grugno quadrato e buono e gli occhi azzurri piccoli che mi guardano. La bocca che appartiene a tutte queste cose sante dice soltanto “C’mon”.

Ci allontaniamo dal cornicione, dal telefono e dal cartello che continua a dire “suicidio” e “crisi” forse a qualcun altro.