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Romance

Great Scott!

Di mave - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 16/10/2017

Chiacchierata con il film Back To Future.

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Ciao Marty, ciao Emmett.

Allora, volevo sape' quella Delorean se sta ancora in giro. In verità pure il treno del terzo episodio mi sta bene, vedete voi quale vi è più comodo, non ho pretese.

Ho la data precisa da qualche parte, so che è importante, poi la trovo per quando passate da me, comunque, diciamo tre o quattro anni fa. Era settembre, ci stava un vento arancione e li era seduta con me sulla panchina di legno marrone.

Io per l'occasione avevo ingerito il cuore, me lo sentivo smangiucchiato dai succhi gastrici dal momento esatto che avevo posato il culo su quella panchina e, si sa, senza cuore pare tutto più facile.

Lei aveva il vestito delle brutte notizie, quello che rende più elegante il pianto, degli occhiali da sole che nascondevano un trucco sugli occhi consumato dai singhiozzi e un trucco dentro, quello che aveva sempre avuto.

Quel genere di trucco che ti fanno e ti innamori. Lì dietro l'iride, proprio lì: tra il cuore e il miracolo.

Io pure avevo gli occhiali da sole, ma le mie lenti non dovevano fa' tutto 'sto lavoraccio di mimetizzazione, dovevano solo nascondere il vuoto.

Marty, ricordi quello stronzissimo orgoglio? È solo grazie a Doc che sei riuscito a non frantumarti la mano, ma sai l'orgoglio come fotte. E lo sai tu, Emmett, sennò col cazzo che lo avvisavi.

Ed ecco cosa è stato. La mia mano in mezzo alle sue, la voce bagnata, parole inutili ad edulcorare una freccia al sapore di sale in mezzo ai polmoni.

Non è colpa tua, succede, se io se lei e tutte le frasi delle canzoni che passano a Radioitalia la domenica pomeriggio. Irrilevanti suoni preparatori, trailer di un film breve e con effetti speciali incredibilmente realistici.

È finita.

E non conta quanto tu l'abbia capito prima, è sempre una folgore bruciante, sì, come quella dell’orologio del municipio alle 22:04 del 12 novembre, ma in mezzo al cuore, che ti infiamma la gola e ti sputa fuori lapilli di ricordi come una pioggia di immagini che ti deflagra dalla pancia. Un flipbook di fotografie che nessuno ha scattato: il primo bacio, il primo pompino, la prima colazione a letto, il primo ritardo, il secondo, il terzo, il primo pranzo, la prima canna, la prima febbre.

Il primo gatto portato a casa - lo teniamo - quanto cazzo mangia ‘sto porco, cazzo è? Una tigre? L’anello, ti piace? Facciamo ancora sesso? Ancora? Il primo lutto, non piangere, anzi piangi, fallo qua. Ci sono io, non preoccuparti. Un giorno alla volta, passami il sale, hai fatto la panza, sei bello lo stesso, tu sei uno spettacolo. Non litighiamo mai più, prometti? Prometto. Leggiamo un libro insieme? E l’amore? Facciamo l’amore? Dormiamo abbracciati. La doccia insieme. Facciamo tardi, che ce ne fotte? Il punto è che io schifo tutti lì fuori tranne te. Lo chiameremo Ulisse! Ulisse è un nome di merda! Come mi sta questo vestito? Ti sta così bene che andrebbe tolto, e togliamolo, ancora? Ancora.

E quando le mani tra le sue, un’eccedenza di occhiali a nascondere il possibile.

Va bene.

Ed è qui il punto, Marty, Emmett… o preferisci che ti chiamo Doc? Insomma non "va bene", non andava bene.

Uno dice che va bene, ma non va bene manco per il cazzo.

Non ti uccide, ti fortifica.
E l’orgoglio, il fottutissimo orgoglio. E si arriva al punto che si è troppo malandati per morirci d’amore. Passano le storie importanti e ti lasciano addosso un bella cicatrice da guerriero - quando va bene - o un fastidioso dolore quando piove - se va male - e arrivi ad una tale rassegnazione supponente che non ci credi manco più che di amore ci puoi morire.

Ci speri in fondo al cuore di poterci morire, ma non ci credi troppo, per paura che poi non sia vero. Come quei vecchi samurai che sognano di morire affettati in una cazzo di battaglia onorevole. Sorridenti mentre sputano sangue e guardano il cielo.


A proposito, ce lo dovremmo fare un giro nel Giappone Feudale, magari ci facciamo un quarto capitolo, gua’ che si fanno i soldi, eh! Poi parliamo pure di questo.


È vero, si sopravvive, ma io ci volevo morire. Ci volevo ridere in cielo sputando sangue, gridando grazie alle nuvole.

Per ciò che ci impediamo di provare, per l’orgoglio sbagliato e l’insana idea di dover restare dei cazzuti John McClane di ‘ste palle, per il timore d’affrontare la sconfitta. Ci impediamo di darci una schifosissima possibilità di epicità.

E preferiamo il possibile all’inconcepibile, perché abbiamo paura di quello che potremmo diventare.

Ho sbagliato, Maty. Doc, ho sputtanato tutto.

Vivo in una città che non dorme mai, ma in un tempo in cui nessuno guarda il cielo. Se salgo sul tetto del palazzo e voi passate volando, io salto sù e ci mettiamo un attimo. Mi porto pure lo stereo con la colonna sonora.

Non farò casini, prometto, fatemi solo aggiustare le cose.

Vi aspetto. Grazie, comunque, di tutto.

Per quel che avete fatto, fate e farete.

#M 

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di mave

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