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Narrativa

Greta, o della felicità

Pubblicato il 24/04/2018

Ci si aspetta grandi cose dalla vita, ma lei ci sorprende con le piccole.

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L'infelicità è una malattia contagiosa: si appropria di ogni pensiero, atrofizza ogni muscolo; si posa su ogni immagine, su ogni ricordo, rendendoli sbiaditi; contamina e rende opaca ogni piccola o grande cosa che prima ti scaldava, ti dava gioia, entusiasmo, togliendole vita, senso.

Questo pensava Angelina mentre aspettava Greta, contemplando i tetti inondati dal sole fuori dalla sua finestra, i terrazzi traboccanti di fiori e, più in là, le montagne che si tuffavano in un mare cristallino, i cui riflessi sembravano brillare fin lì. Il panorama per cui, dieci anni prima, aveva scelto quella casa, adesso la lasciava indifferente, quasi infastidita. Perché tutto questo tripudio, se poi dentro quelle case, a curare quei fiori, c'erano delle persone incapaci di qualsiasi speranza, di qualsiasi atto di fede, di qualsiasi slancio verso la felicità? Da quella finestra Angelina aveva osservato con costanza le vite degli altri. Dapprima per entusiasmo e curiosità: voleva conoscere i suoi nuovi vicini, che sicuramente sarebbero stati delle persone interessanti e coinvolgenti, amici futuri; poi, quando le loro vite si mostrarono per quello che erano, delle routine tristi e scialbe, Angelina le monitorò quasi con morbosità, certa che uno a uno, quei vicini dalle vite così noiose, sarebbero esplosi. Non successe nulla del genere, così come nulla di eclatante avveniva nella vita di Angelina, e poco a poco la sua routine non fu diversa da quella dei suoi vicini. Soltanto che lei stava esplodendo. Guardava le foto delle sue antenate, che aveva voluto portare con sé per ricordarsi sempre da dove venisse, da quale stirpe di donne fiere e indipendenti discendesse, e rintracciava anche in loro la stessa, penosa malattia: nella ruga a tre quarti di fronte della zia Ines, nella curva degli occhi sfuggenti di nonna Maria, nel movimento costante delle mani di Carla, la zia di sua madre che, appena aveva le mani libere, iniziava a torturarsi le unghie una contro l'altra, come se le pulisse, producendo degli schiocchi che Angelina, da piccola, si divertiva a imitare.

Ma, proprio mentre ragionava per convincersi che l'infelicità fosse un destino a cui era impossibile sottrarsi, suonò il citofono e un sorriso le si allargò, ribelle, sul viso.

La voce trillante di Greta era inconfondibile anche se pronunciava soltanto il monosillabo "Io!", e i suoi passi sulle scale erano rapidi e allegri: Angelina non ebbe il tempo di controllare se fosse tutto a posto.

A Greta però non interessava: arrivava col fiatone e si gettava al collo di Angelina, le schioccava due baci quasi violenti, che lasciavano le guance di Angelina indolenzite, e poi correva a osservare il panorama dalla finestra.

Greta era l'opposto dell'infelicità, il suo antidoto.

"Guarda quanti fiori rossi ci sono adesso! Come si chiamano, Angelina, quei magnifici fiori rossi?".

Angelina le si affiancava come per controllare, ma conosceva benissimo la risposta. A giugno i fiori rossi erano quelli dell'ibisco della signora Giovanna.

"E quel cespuglio così pieno?".

"Non è un cespuglio, è un arbusto. Si chiama lantana, e fa dei piccolissimi fiori colorati che crescono in gruppo, formando un unico fiore variopinto".

"Lantana. Voglio vederla da vicino!".

"L'avrai vista sicuramente, è molto diffusa".

"Uh, guarda quanto luccica il mare stamattina".

"Ma visto che non sei andata al mare perché hai gli esami, che ne dici di cominciare a studiare?".

Greta si girò mettendo su un finto broncio, ma la recita non durò più di qualche secondo: a tredici anni Greta ne dimostrava dieci, non era ancora capace di mentire e non conosceva ancora i turbamenti del primo amore. Soltanto il suo corpo si ribellava a questo suo essere infantile: le gambe erano cresciute lunghe e sinuose, i suoi fianchi formavano una curva intrigante come quella di una donna fatta, e il suo seno aveva raggiunto la terza l'estate precedente. I suoi compagni di classe le giravano intorno facendole una goffa corte, e le sue compagne la invidiavano, un paio con cattiveria, ma le altre non resistevano alla sua totale mancanza di malizia.

Angelina sapeva tutte queste cose dai racconti di Greta durante le pause tra una materia e l'altra, quando sorbivano un succo accompagnato dai biscotti.

"Angelina, come fanno le pepite di cioccolato a essere così buone? E come fanno a essere tutte diverse? Non le fa una macchina? Non c'è uno stampo? Eppure sono tutte diverse, come i fiocchi di neve".

Se Angelina avesse voluto dare un nome all'entusiasmo magico di Greta, lo avrebbe chiamato meraviglia. Greta si meravigliava di tutto: dei suoi compagni, che le facevano scherzi e dispetti così stupidi, delle sue compagne, che le sembravano così spente, dei capelli incredibilmente lunghi e lucenti di Agata, la sua migliore amica, conosciuta alle elementari e "amica per sempre", dei fiori che riuscivano a crescere tra una mattonella e l'altra del marciapiedi, dell'inverno che diventava primavera in un giorno, della pelle che da pallida diventava rossa, delle lentiggini che spuntavano all'improvviso e poi, chissà dove, si andavano a nascondere appena il sole smetteva di essere caldo, delle donne nelle foto di casa di Angelina, tutte così brutte eppure tutte così inspiegabilmente affascinanti, e di Angelina, così bella sebbene imparentata con le donne delle foto, eppure sempre nascosta in quella casa.

"Angelina, ma tu non esci mai perché dai sempre lezioni?".

"Non è vero che non esco, Greta" si schermiva lei.

"Ma io non ti ho mai vista in giro. Dove compri le pepite di cioccolato per i biscotti? Ti porta qualcuno la spesa a casa? Chi viene, il ragazzo delle consegne della Conad? È così carino! Se viene lui, la prossima volta aspetti me per farti consegnare la spesa?".

Angelina avvertì una fitta proprio alla bocca dello stomaco, e per un attimo sentì la testa girare.

Se fosse stato quello, l'inizio dell'adolescenza di Greta, l'inizio dei malumori senza un perché, della malinconia costante, degli slanci smisurati che lasciavano, spesso, la frustrazione di non essere stati accolti e compresi? Se fosse stato quello, l'inizio, come avrebbe fatto Angelina senza il suo antidoto?

Terminò la lezione prima perché non si sentiva bene, accompagnò Greta alla porta e sentì i suoi passi turbati per le scale. Poi si affacciò alla finestra, per vederla allontanare. Ma, a un tratto, sentì di volerla trattenere, di volerla raggiungere.

"Greta!" si sentì urlare.

La ragazzina si voltò.

"Giovedì prossimo mi faccio consegnare la spesa. Mettiti il vestito giallo!".

Il viso di Greta si illuminò, splendeva così tanto da potersi distinguere anche dal quarto piano.

Lo sguardo di Angelina seguì Greta, che quasi saltellava, fino alla curva, poi si spostò sui palazzi, a ritroso, fino ai tetti di fronte. L'ibisco era più ricco quest'anno, e il mare luccicava come la prima volta che Angelina si era affacciata a quella finestra.

Le sue antenate le facevano l'occhiolino, una complicità tutta femminile.

Non è una malattia mortale, dopotutto, l'infelicità. 

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Mica ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Mi è piaciuto come hai delineato i personaggi.Segnala il commento

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SteCo15 ha votato il racconto

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Che bello! La disillusione che porta all'infelicità, ma anche la voglia di lasciarsi travolgere da qualcosa di inaspettato.Segnala il commento

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Karl Krasnyy ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Sara Noemi ha votato il racconto

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Casey Thompson ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Valeria Bukowski ha votato il racconto

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Questo racconto trasuda entusiasmo. Ti vien voglia di sapere come prosegue.Segnala il commento

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Maria Sardella ha votato il racconto

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Racconto lieve, luminoso. Sul filo dell'ambiguità come conviene quando si parla di infelicità/felicità. Costituirebbe un buon incipit.Segnala il commento

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Sghi ha votato il racconto

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Ketty ha votato il racconto

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Claudia Girardi ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Molto bello, brava!Segnala il commento

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di Chiara Filippi

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