I.

Quando lo vidi per la prima volta, Terry Lennox era ubriaco in una Rolls Royce fuori serie, di fronte alla terrazza del Dancers. Il custode del parcheggio aveva portato fuori la macchina e continuava a tenere lo sportello aperto perché Terry Lennox lasciava penzolare il piede sinistro come se avesse dimenticato di possederlo. Aveva un volto giovanile, ma i capelli di un bianco calcinato. Bastava guardarlo negli occhi per capire ch'era saturo d'alcool fino alla radice dei capelli, ma per il resto aveva l'aria di un qualsiasi simpatico giovanotto in abito da sera che si fosse lasciato vuotare il portafogli in un locale esistente solo a tale scopo. Gli sedeva accanto una giovane donna.

Dalla mia stanza vedevo le porte aperte e l’interno del locale. C’erano facce dure in quel bar, facce interessanti. Di notte restavo nella mia stanza a bere vino e a guardare le facce nel bar mentre i soldi se ne andavano.

C’erano donnine alle pareti: spogliarelliste in reggicalze e copricapezzoli. Riconobbi Audrey Anders, la "Ragazza Va Va Vum": dicevano che avesse una laurea, presa in chissà quale college fasullo. Di fianco a lei, una bionda sottile faceva ampia mostra di sé. C'era una serie di banali pose pubblicitarie: "Juicy Lucy" in costume da bagno intero a lustrini, con in alto il timbro di un'agenzia di modelle del centro. Osservando meglio, si vedeva che la ragazza aveva lo sguardo vago e un sorriso da ubriaca: probabilmente era sotto l'effetto di qualche droga.

All'uscita dall'ascensore, un profondo corridoio con un'insegna in metallo inciso con l'acido: Dancers. Era pieno di impiegati in camicia bianca che si erano tolti le giacche e avevano allentato le cravatte nere, seduti a bere a un bancone d'acciaio corroso artificialmente, in sedie dagli alti schienali modellati in resina marrone e chitinosa.

Terry Lennox apparve nella luce brunastra, nel sommesso brusio delle conversazioni. Non capiva una parola di giapponese.

Le pareti, in un materiale semitrasparente, emettevano un motivo a base di elitre e di addomi bulbiformi, con arti marroni ricoperti di aculei che si ripiegavano a intervalli regolari. Accelerò il passo, diretto verso una scala incurvata a ricordare un lucido carapace marrone.

Dai tavoli di fronte al bancone lo seguivano gli occhi delle prostitute russe, che nella luce da scarafaggi apparivano assenti come quelli delle bambole. Le Natashe erano dappertutto, lavoratrici imbarcate a Vladivostok dal Kombinat. La chirurgia plastica donava loro una bellezza dura, da catena di montaggio.

Quando finirono anche i fondi per lo sciroppo alla codeina, Terry Lennox rimase seduto sul gabinetto del box sul retro nei bagni del Dancers, circondato dai suoi vestiti che prima lo avevano tanto confortato e dalle fotografie prese da riviste di moda che aveva attaccato al muro con del nastro adesivo; rimase lì seduto per un'altra notte e un altro giorno intero, perché sapeva di non poter arginare il flusso della diarrea abbastanza a lungo per riuscire a raggiungere un altro posto se ci fosse stato un altro posto dove andare - nel suo unico paio di pantaloni maschili.

Così, avevo lasciato il cappotto alla guardarobiera, disceso le scale e me l’ero trovato davanti. Inconfondibile. Due metri, le spalle come ali di pipistrello, i capelli grigi portati lunghi sulla nuca, una fronte spaziosa come un locale notturno più spazioso del Dancers, un naso da pterodattilo, sopracciglia folte e nerissime in contrasto con la capigliatura. E gli occhi? Occhi dal taglio orientale. Un orientale mellifluo, però. Erano così donneschi, su un palo d’uomo. Sicuramente si faceva fare gli abiti su misura. Il mio metro e ottantatré mi riduceva a una specie di Nano Bagonghi al confronto. Non l’avevo mai visto prima, altrimenti non l’avrei dimenticato. Indossava un gessato blu, sfoggiava una cravatta in tinta unita, rossa come un ombrello di Moira Orfei, ma l’ombrello, invece, se l’era ingoiato lui, visto che il manico sostituiva il pomo d’Adamo. Mi sentii piccolo, desideroso di abbracciare “la mia mamma”. Riacquistai coraggio. «Devo fare qualcosa», mi dissi. Affrontarlo, chiedergli a bruciapelo «Dov’è Sylvia?», e poi guardare in alto, verso il suo inaccessibile viso e attendere una risposta. Terry Lennox ora mi dava le spalle. Fissava la sala e la pista da ballo come un rapace.

II.

Lo rividi nella prima settimana di dicembre: di giorno facevo lunghe passeggiate, senza fretta. Sedevo per ore a guardare i piccioni. Mangiavo solo una volta al giorno per far durare di più i soldi. Trovai una tavola calda sporca con un padrone sporco, ma si faceva una colazione abbondante… frittelle, farinata d’avena, salsicce… per molto poco.

Mi trovavo a circa tre isolati dal palazzo dove ho l'ufficio quando vidi un'automobile della polizia col furgone e i due piedipiatti su di essa intenti a fissare qualcosa accanto alla vetrina d'un negozio. Il qualcosa era Terry Lennox, o ciò che restava di lui; e il poco che ne restava non era bello a vedersi.

Si appoggiava all'angolo della vetrina. Doveva assolutamente appoggiarsi a qualcosa. Aveva la camicia sporca, col colletto sbottonato, che in parte gli usciva fuori dalla giacca e in parte no. Non si era sbarbato da quattro o cinque giorni. Aveva il naso affilato e la faccia così pallida che le lunghe e sottili cicatrici si scorgevano appena. E i suoi occhi erano come fori in uno strato di neve. Evidentemente, i due poliziotti sulla macchina stavano per arrestarlo; pertanto, mi avvicinai rapidamente e lo afferrai per un braccio.

«Tiratevi su e camminate» dissi, adottando la maniera forte. Gli strizzai l'occhio di nascosto. «Ce la fate? Siete ubriaco?»

C'è una caffetteria a due piani proprio sul lato opposto della strada, un clone degli Starbucks dove sembra che tutti fumino come turchi. Prendiamo un tè freddo, meravigliandoci davanti ai piccoli recipienti monoporzione di zucchero liquido e succo di limone e ci avviamo verso il secondo piano, dove c'è meno gente che fuma.

Si accomoda a un bancone di tipo scandinavo in legno chiaro che corre lungo tutta una vetrata che dà sulla strada e sull'entrata di Parco, e tira fuori il portatile, il telefono e i manuali. In dieci minuti di opportuna attenzione riesce a ottenere F:F:F sullo schermo, il wireless ha funzionato alla perfezione, così zucchera il tè al limone e va a vedere cosa succede.

“L'alcool è come l'amore” disse. “Il primo bacio è magico, il secondo intimo, il terzo un'abitudine. E poi si spoglia la donna”.

Non dissi nulla. Lasciai che continuasse a parlare.

«Quasi sempre, non faccio che ammazzare il tempo» disse. «Ed è duro a morire. Un po' di tennis, un po' di golf, un po' di nuoto e di equitazione, e lo squisito piacere di osservare gli amici di Sylvia che cercano di resistere fino all'ora di cena prima di annegare nell'alcool la loro noia.»

Si sfiorò appena la cicatrice con la punta del dito. Atteggiò le labbra a un lieve, remoto sorriso. «Dovreste domandarvi perché Sylvia mi voglia intorno e non perché io desideri star lì, in paziente attesa, su un cuscino di seta, di sentirmi accarezzare la testa.»

III.

I due si conoscono durante una seduta di terapia di gruppo e si innamorano follemente, e ogni settimana si guardano con aria sognante da un lato all’altro del locale dove lo psicologo, che fa il simpatico e si veste con dei terribili poncho di flanella, conduce le sedute di terapia di gruppo.

E l’uomo e la donna si innamorano perdutamente, e cominciano a uscire insieme, e gli scatti di rabbia dell’uomo cominciano miracolosamente ad attenuarsi, e la depressione della donna comincia anch’essa ad attenuarsi e la donna smette di dormire troppo e anche di mangiare schifezze, e dimagrisce e diventa così incredibilmente bella da farti venire l’acquolina agli occhi, e così decidono di sposarsi e vanno a dirlo allo psicologo, il quale si dichiara felice per loro e con loro, ma aggiunge che secondo lui l’attenuarsi dei loro rispettivi problemi non è altro che un momentaneo effetto della novità del loro amore, e che se davvero vogliono guarire definitivamente e quindi dedicarsi solo e per sempre al loro comune e reciproco amore gli conviene andar via dalla città, che se non ricordo male dev’essere Newark, e trasferirsi in una baita sperduta nei boschi e lontana da tutto ciò che abbia a che fare con la società, e mostra loro un opuscolo di baite-sperdute-nei-boschi, e a questo punto e mercé una virata di surrealismo descrittivo che non m’è sembrata granché scopriamo improvvisamente che le pupille dello psicologo sono in realtà due verdi e minuscoli simboli di dollaro.

Lui la porta in una sgangherata galleria all'angolo tra Portobello e Westbourne Grove. Dietro a piccoli banchi su cui alcuni russi stanno mettendo in esposizione le loro scorte di orologi maculati dagli anni, e giù per una rampa di scale per prenderle una tazza dell'autentico caffè "macchiato" dei suoi viaggi in Inghilterra fatti da giovane, una bevanda del mondo allo specchio, precedente a Starbucks, che somiglia a un solubile leggero addizionato di latte condensato e zucchero pesantemente industriale. Le fa venire in mente suo padre, che l'aveva portata a vedere lo zoo di Londra quando aveva dieci anni.

Si siedono su sedie pieghevoli di legno che sembrano risalire ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, provando ogni tanto a mandare giù un sorso del caffè macchiato che ancora scotta.

Una sera portai Sylvia al bar. Sedemmo a un tavolo appartato a bere birra. Fuori nevicava. Mi sentivo un po’ meglio del solito. Bevevamo e parlavamo. Passò un’ora o giù di lì. Cominciai a fissare Sylvia negli occhi e lei mi restituì lo sguardo. «È difficile trovare un vero uomo, al giorno d’oggi!» disse il juke box. Sylvia muoveva il corpo con la musica, muoveva la testa con la musica, e mi guardava negli occhi.

Quando mi svegliai la mattina dopo stavo male come un cane. Era stato quasi impossibile dormire col lenzuolo. Le ustioni sembravano un po’ migliorate, comunque. Mi alzai, vomitai e mi guardai allo specchio. Ero sistemato. Non avevo scampo.

IV.

Naturale che l'uccise. Quali siano state le sue intenzioni, è un argomento a parte. E ormai questo non ha più alcuna importanza.

La vita è una festa a sorpresa. La sorpresa consiste nel fatto che ignori quando morirai. Il tempo della vita biologica è comunque una festa continua. In un paese cattolico inizi subito a festeggiare col tuo battesimo. È una festa contro la tua volontà, un surprise party in un ambiente canonico come una canonica. Seguono comunione, cresima, matrimonio, estrema unzione. Ciò per quanto riguarda le feste che ti coinvolgono direttamente. Ci sono anche battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, funerali altrui da festeggiare. E poi feste di ogni tipo e colore. Feste pagane, feste alla spina, feste alla coque. Feste di laurea, feste di Laura, feste dei morti.

Perché esistevano cose del genere? Non c'era narrazione, nessuna struttura; alcuni dei frammenti si ripetevano più volte, a velocità diverse…

A Los Angeles c'erano interi canali ad accesso pubblico dedicati a programmi del genere, a cui si aggiungevano talkshow fatti in casa, presentati da sacerdotesse Encino nude che sedevano davanti a grandi immagini della Dea dipinte nei loro garage. Ma almeno queste le si poteva guardare. La logica di quei montaggi, immaginava Terry Lennox, era che costituissero una forma di difesa dai media. Un po' come stare a galla agitando i piedi, una semplice attività ripetitiva che forniva almeno temporaneamente l'illusione di una lotta ad armi pari contro il mare. Ma Terry Lennox, che aveva trascorso molte delle sue ore da sveglio negli strati più profondi dei dati che scorrono sotto i mondi dei media, trovava quella roba pessima. E anche noiosa; pur sapendo che la noia in questo caso era una scelta deliberata, un altro modo per difendersi.

Al crepuscolo, nei pressi di Ensenada, lo stillicidio si trasformava in esodo. Una coda ininterrotta di gente con i propri averi avvolti in un lenzuolo e caricati sulle spalle sfilava lungo il margine destro della strada. Lumi di torce e lanterne punteggiavano la loro sfilata. C'erano parecchie madri con i bambini legati sulla schiena.

Arrivato in cima all'ultima collina, mi affacciai sulla distesa di luci al neon di Ensenada. Il percorso illuminato dalle torce si confondeva con le insegne luminose della città. La città mi parve il corrispettivo marinaro di Tijuana, ma con un turismo un po' meno sciatto. I gringos si comportavano bene, le strade non pullulavano di bambini mendicanti e gli imbonitori non assediavano la gente davanti ai locali.

Il lunedì mattina stavo da cani. La sbronza della sera prima. Mi feci la barba e mi presentai all’indirizzo di un annuncio che avevo trovato sul giornale. Mi sedetti di fronte al redattore, un uomo in maniche di camicia con due borse profonde sotto gli occhi. Sembrava che non dormisse da una settimana. Era fresco e scuro là dentro. Era la sala composizione di uno dei due quotidiani della città, il più piccolo. Alle scrivanie, sotto lampade forti, c’erano gli uomini che preparavano i testi.

«Dodici dollari alla settimana», disse.

«Va bene», dissi io. «Ci sto».