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Umoristico

Heinrich Böll e l'oculista di fiducia

Di Ernesto Sparvieri - Editato da Niccolò Mencucci
Pubblicato il 10/06/2019

Mai scherzare quando non si hanno le chiappe coperte.

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In via del tutto eccezionale Nicodemo dovette subire un’oretta oculistica per via di una lieve infezione mattutina, localizzata attorno al cristallino e al corpo vitreo; sebbene l’infezione non fosse nulla di irreparabile data la terapia di prima emergenza già attiva e in funzione, gli girava soltanto il fatto di mandare in vacca una giornata ad attendere il suo turno di controllo presso il suo oculista di fiducia. 

E gli girava anche l’essersi presentato facendo una figura balenga, girovagando per un buon quarto d’ora attorno alle colonne delle trombe dell’ascensore delle ali non comunicanti del Palazzo D’Oro di Arezzo, una delle costruzioni più mal stagionate nel quartiere avveniristico del XXV aprile. 

Molto probabilmente Nicodemo s’era invaghito con fare Stendhal delle anticamere dei piani di ogni colonna strutturale, non sentendo alcuna fatica a fare almeno quindici rampe di scale, tutto in direzione di quello stramaledetto locale medico ove esercitava da vent’anni il suo oculista di fiducia.

Nicodemo arrivò con quel quarto d’ora in più che lo rese agli occhi della segretaria ex amante dell’oculista di fiducia una figura da sempre più ridicola che buffa, e come tale sfruttabile e speculabile per i nuovi prodotti dell’ingegneria medica: un nuovo dispositivo per l’analisi del bulbo oculare, una preliminare fatta di immagini in sgranatura e in nitidezza, in toni cobalti e cremisi da film fantascientifico kubrichiano, e in un soffio per la lettura della pressione oculare che sapeva più di sputo e di slancio all’indietro. 

Conclusa quella lettura clownesca e umoristicamente scema Nicodemo aspettò il suo turno presso l’oculista di fiducia: aprì tramite il suo cellulare l’ebook del romanzo di Heinrich Böll “Opinioni di un clown”, romanzo già apparso alle cronache liceale e universitarie ma tralasciato per questioni di tempo, di spazio, di noia, di voglia e di disinteresse iniziale e puerile per la letteratura tedesca e per i tedeschi generali, tutte emanazioni culturali da provincialotto toscano o da lettore di giornale nazionalistico e da propaganda anti-liberale. 

A Nicodemo non era mai stato di pregio il fatto di leggere testi di autori schierati in maniera espressa, ma accettò quest’autore davanti alla sua pretesa di raccontare, al di fuori del personaggio, la condizione sociale della Germania post-bellica, senza dover scadere in elogi da qualsivoglia parte, mettendo tutto in crisi e senza grandi speranze: già con questo inizio, letto in giro per il web per avere ulteriori informazioni sullo scrittore, Nicodemo accettò ancora di più la lettura, la quale però doveva iniziare con un capolavoro, non con testi minori: era nel capolavoro che si trovava la summa concettuale e la performance più compiuta della scrittura di un autore, così come per un’artista era nel doversi confrontare con i progetti più complessi e ambiziosi, così come per Nicodemo serviva per comprendere al meglio il modo più concreto per analizzare e descrivere il reale impossibile.

Tutte queste digressioni mentali non servirono ad aprire nemmeno l’ebook, perché poco dopo Nicodemo entrò nel gabinetto dell’oculista, una signora di mezz’età dalla chioma rossa e le unghie rosate, tenuta con garbo a differenza della sua ex amante, in cerca di una giovinezza forse sognata anni fa e mai portata in sviluppo. 

La signora era al suo tredicesimo paziente della giornata, e si era presa sempre più confidenza con ogni paziente, in netta progressione a seconda dei casini della sua figlia, nata da una precedente relazione eterosessuale, una piantagrane delle Belle Arti dedita ai disegni mai conclusi, a progetti ambiziosi ma caotici e all’essere sempre alle dipendenze economiche della madre, essendo il padre ormai dissociato dalle sorti poco fauste della figlia d’arte. I toni delle descrizioni in vernacolo aretino stavano mettendo a dura prova l’intera sessione diagnostica, specie l’autocontrollo di Nicodemo, mentre egli provava a leggere le lettere a diottria, in valutazione di possibili danni dopo l’infezione e per almeno avere due piccioni con una fava, ovverosia verificare in più la progressione della miopia genetica da parte di Mamma Talenti, talpa fino alla refrattaria sperimentale di inizi anni Novanta.

Alla lettura invariata da un anno a questa parte delle lettere, e al controllo con atropina e prisma ottico per la supervisione della retina e della cornea, l’oculista di fiducia diede una pacca sulla spalla a Nicodemo dandogli l’assicurazione di una vista ancora ferma e di un’infezione ormai guarita, nonché il pagamento con fattura della prestazione medica da presentare alla sua segretaria ex amante, la quale era in attesa ancora della sua firma per il modulo per il consenso della cessione dei dati sensibili, la nuova genialità dello Stato di fronte alle richieste di modernizzazione dell’Europa, madre Coraggio di un figlio italico ormai dalla parte assegnata.

Nicodemo non fece caso e lasciò la sua firma dalla calligrafia orripilante, Nicdem Tlent. 

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Davide Brioschi ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Che noia...Sai scrivere bene, mi vien da dire, ma non te ne frega niente di cosa e di come; un pò come tutti i tuoi protagonisti...Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Luca Gramoni ha votato il racconto

Esordiente

Davvero divertente. Avrei cambiato magari qualche aggettivo, ma sono dettagli.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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