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Narrativa

"HO SPOSATO LA PANCHINA DEL VIALE ALBERATO"

Pubblicato il 28/10/2017

Il titolo di questo breve testo evidenzia una situazione singolare. La protagonista si affeziona senza quasi rendersene conto alla panchina che si trova lungo il viale che porta alla spiaggia. Assurdo, irreale sentimento per quell'arredo urbano che assume un significato molto particolare.

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Eccola lì la mia panchina adagiata lungo il viale alberato, bella come una sirena distesa sull’increspatura delle onde del mare.

Me ne sono innamorata un po’ alla volta, il mio è stato un amore in crescendo, nessun colpo di fulmine ma un lento pacato e solido innamoramento.

La panchina da sempre è nello stesso posto in cui l’ho scorta anche stamani appena sveglia affacciandomi alla finestra.

Per tanto tempo non c’avevo fatto caso.

Non rappresentava niente, non mi suggeriva né ricordi, né affetti. Passavo davanti e la guardavo distrattamente come si guarda una cosa che non ci attrae, nessuna emozione per quell’ arredo qualunque vicino all’aiuola lungo la strada alberata che conduce alla spiaggia.

Un giorno però fui colpita dalla compostezza, dalla pulizia, dall’assoluta rispettabilità di quella panchina che in silenzio sembrava osservare il passaggio del tempo adeguandosi agli imprevisti di una tempesta di vento o di una pioggia torrenziale o di un caldo esasperante in una giornata di sole. La classificai anche per la posizione felice tra le cose belle del paesino sul mare dove trascorrevo le vacanze estive.

Nell’accostarla alla panchina sporca, trascurata, scrostata che ogni giorno vedevo in città sotto il mio palazzo notai l’evidente diversità. Quella vista mi creava disagio e quando ci passavo davanti la guardavo con disgusto e mi allontanavo facendo commenti negativi desiderando quasi che scomparisse.

Il fatto poi che fosse sempre occupata ad ogni ora del giorno da gente poco raccomandabile che sostava ore e ore ritenendola impropriamente un punto d’appoggio per un bivacco improvvisato la rese ai miei occhi detestabile anzi odiabile. Avrei voluto ricordare a certa gente dai comportamenti scorretti che la panchina è un arredo urbano al servizio di tutti, agli anziani per una pausa, agli innamorati per un appuntamento. ai bambini per uno spuntino. Sapendo che nessuno mi avrebbe dato retta rimasi in silenzio.

Fu quella panchina lungo il viale alberato che portava al mare a farmi ricredere sull’importanza delle panchine utili sedili per un meritato riposo dopo una lunga passeggiata. E nel notare, ogni volta che sedevo, la vista spettacolare dell’orizzonte dove lo sguardo oltrepassava la scogliera prospicente libero di spingersi fino al punto in cui cielo e mare si confondono mi sentii corteggiata.

Pian piano mi innamorai. Timidamente, in silenzio sedevo, lasciavo il libro nella borsa e rapita guardavo lontano rincorrendo nella mente i tanti ricordi della mia vita e immaginando giorni di serenità come il mare calmo in un giorno senza vento.

La panchina mi accoglieva all’ombra della grande pianta dandomi una gradevole sensazione di frescura e di leggerezza nel lasciarmi riposare le gambe stanche dopo la lunga camminata.

Divenne parte integrante delle mie giornate estive, non c’era giorno che io non tornassi a sedermi per godere del silenzio e della bellezza del paesaggio.

Cominciai ad amarla e divenni un’insopportabile egoista. Non accettavo di trovarla occupata quando vi arrivavo sudata e stanca. Trovare altre persone sdraiate su di essa a schiacciare un pisolino o a chiacchierare come fossero nel salotto di casa mi dava fastidio. Pensai a torto che quella panchina fosse solo mia.

Con egoismo mi recavo spesso a trovarla, a sorpresa stendevo il mio asciugamano mi sdraiavo e chiudevo gli occhi e mi mettevo in ascolto del dolce rumore che mescolato al garrire degli uccelli che svolazzavano ora di là ora di qua mi mandava quasi in estasi.

Modellai i miei comportamenti tenendo conto della panchina, di giorno andando a sedermi a lungo, di notte sognando di rivederla presto.

Al mattino, appena vestita, la raggiungevo e la occupavo prima che altri la occupassero attenta a non lasciare nessuno spazio libero.

Nel sostare sulla panchina tornai a respirare liberandomi dalla prigione delle quattro mura di casa che mi soffocavano e mi costringevano ad una vita chiusa e abitudinaria.

Ripensai a tante cose e feci pace con certi ricordi difficili del passato, ritrovai me stessa e la voglia di vivere.

La panchina ebbe un effetto benefico su di me e decisi che non l’avrei più abbandonata.

Dopo aver venduto l’appartamento di città mi trasferii in una casa vicina al viale alberato per non perderla di vista, la consideravo la “mia “ panchina e

un giorno affermai all’improvviso con forza e decisione che: “ Avrei sposato la panchina” sicura così che nessuno avrebbe più osato portarmela via.

Quando lasciavo la casa e mi avviavo alla panchina mi sentivo felice e stavo bene.

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Danilo ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Nunziato Damino ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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