Il regno di Akhenaton, del faraone eretico, si è da poco concluso. Governa ora un uomo le cui origini non sono divine. E’ di natali umili, viene dal popolo. E’ lui quello chiamato a ricomporre ciò che è stato sovvertito. Si chiama Horemheb, non ha figli. Sa quindi, Horemheb, che con lui terminerà la dinastia. Il futuro gli è già noto. Un futuro preceduto, lo sa bene, da un lungo presente di laceranti divisioni e di estesa corruzione. Tempi agitati, durante i quali ogni equilibrio si è spezzato e gli uomini hanno vissuto nella disarmonia. In cui ogni regola è stata sovvertita.

Il re è di fronte ai suoi consiglieri. Il suo trono sovrasta gli scranni su cui loro siedono. Li ha riuniti, ma esita a parlare. Emette respiri profondi e li scruta ad uno ad uno soffermandosi a lungo, con lo sguardo, sul loro viso.

“Grande re”, esordisce con decisione il sacerdote Amonnekhet, “il tuo predecessore ci ha esiliati. Ha spogliato i nostri templi e le nostre funzioni. Distrutto le immagini sacre. Ha imposto, per suo arbitrio, un solo dio. Un dio col quale si era egli stesso identificato. Un dio che fosse visibile a tutti e a cui tutti potessero rivolgersi senza riti, senza templi, senza la nostra intermediazione. Così facendo, in poco tempo, ha incrinato fatalmente l’ordine con fatica e avvedutezza creatosi nel corso delle centinaia di anni della nostra storia. Ora gli uomini si sono smarriti, sono come bestie. Ora è il caos.”

“Come possiamo riunire gli uomini e domarli ancora”, chiede quindi Shepseskaf, “se sono dispersi, se hanno perduto il senno, ogni riferimento? Se è in loro ormai cresciuta l’abitudine insana ad agire senza norma? Dovranno farlo le schiere del tuo esercito”

“E l’ordine, Grande Sovrano”, esclama Merikare allargando le braccia, “l’ordine ha bisogno….l’ordine non si sostiene se non vi è sottomissione all’Autorità. La morale è perduta se non si riconosce nel ministro degli dei colui che interpreta il disegno delle divinità, e dispone l’applicazione delle loro volontà. Che amministra le offerte dei fedeli.”

Horemheb ascolta, e, tacitata la sala con un gesto della mano, parla, finalmente: “Oggi occorre decretare come ripristinare l’equilibrio, la giustizia. E ciò non vuol dire pensare solo alla forza, o alla magia, ma in primo luogo, cosa più difficile e ardua, rianimare e consolidare i principi eterni nell’anima dei sudditi. E sostenerli, per subordinare l’uso della forza e della magia, semmai, al rinnovato e duraturo rispetto che per questi principi pretenderemo. Della propria libertà l’uomo infatti ha paura, e sarà sempre disposto a cederla. E’ nelle tenebre che l’uomo muove la propria esistenza. Reclama diritti, ma è sui crimini che costruisce i privilegi dei quali riesce a godere, fino a quando lui stesso non ne resta vittima a vantaggio di altri.”

Sospende quindi il respiro e il pensiero. Scruta gli uomini di fronte a lui e ordina loro di chinare il capo. E sentenzia: “uomini chiusi di bocca, perfetti di carattere, capaci di sondare i pensieri, obbedienti alla parola del palazzo e alle leggi della corte. Abili a sottrarsi al miscuglio coi tanti altri. Questi chiamerò a governare e a giudicare le Due Terre.”

Il re chiude gli occhi. E ad occhi chiusi lentamente detta allo scriba:

«Quando venni incoronato re, i templi degli dei e delle dee, da Elefantina fino alle paludi del Delta, erano in rovina. Era come se i santuari non fossero mai esistiti, erano diventati terra infestata dai canneti e le entrate non erano altro che sentieri di terra battuta. Il paese era nel caos, e gli dei l’avevano abbandonato. Se ci si prostrava, per chiedere il favore di un dio, questi taceva. Ma dopo molti giorni la mia maestà sorse sul trono di suo padre, governò sul territorio di Horus, e le Due Terre furono quotidianamente sotto il suo comando.”

Il silenzio avvolge di nuovo la sala del consiglio. Il re guarda fisso le mura opposte al trono in cui siede. Guarda la roccia, cercando di vedere oltre. La sabbia del deserto disegna forme abbracciate al vento. Forme che svaniscono nel tragitto appena iniziato e che subito si innalzano di nuovo, dipingendo ulteriori, diversi e instabili profili. Tutto ciò che appare è destinato a dissolversi, egli pensa. Ad essere parvenza. A non avere sostanza e durata. E’ a volte necessario che sia, tutto ciò. Che il vortice disegni per gli occhi nuove sagome. Si placherà poi da solo, sfinito, il vento possente che sembra travolgere ogni opposizione.