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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

I bambini delle Capinere non hanno cognome

Di lucioaru - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 03/06/2018

Tre uomini si trovano all'interno di un'immensa villa in vendita sull'Isola di San Pietro. La Villa appartiene a due sorelle, le Capinere. Ad abitarla e raccontare la loro ed altre storie, Ignazio, il custode ottantenne, che vive lì da quando, orfano 15enne, venne adottato dalle Capinere.

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Aveva appena compiuto quindici anni quando decisero di prenderlo lì, a vivere con loro, in quell'enorme casa coi giardini che sembravano inghiottirti. Così inizia a raccontare il signor Ignazio a me e a Mario, l'agente immobiliare con il quale ho concordato l'appuntamento. Ignazio è il custode della tenuta e vive in una piccola dependance da sessantacinque anni. Scandisce quel numero in maniera enfatica, vuole che entrambi ci rendiamo conto della sua gloria. Abbozzo un impacciato tentativo di calcolo con le dita della mano destra e lui la blocca con la sua, ridacchia mostrando una dentatura incredibilmente perfetta e dichiara: “Ottanta, figlio mio. Ottant'anni.” Si ferma un attimo a guardare verso l'alto e mi pare di vedere in quegli occhi un fiume in procinto di straripare, tanto che il primo istinto è quello di arginarlo e mi ritrovo a dire una delle mie frasi di routine, di quelle volte a rompere il ghiaccio che mai si rompe per davvero, si squaglia soltanto un po`, e le frasi restano lì a galleggiare in superficie per pochi secondi, poi scivolano altrove.

Ignazio è il custode e unico residente della Villa delle Capinere.

Le Sorelle Capinere. Quando ho sentito quel nome ho pensato “devo fare un biglietto aereo immediatamente. Devo conoscerle.”

Non mi sarei aspettato di dover passare per il signor Ignazio, prima.

“Diffidenti non lo sono mai state, nei miei confronti”, ci spiegava riferendosi alle Capinere. Parlava con una voce di terra, così profonda e chiara, scandiva bene ogni parola, come un predicatore. “D'altronde già allora era più che comprensibile che fossi un ricchione.” Al nostro sguardo imbarazzato rispose con una risata sincera. “Oh, non vi preoccupate! È che io davvero sono stato fatto con uno di quegli stampi vecchissimi, e a dire gay non ci sono mai riuscito!”

“Allora avevano rispettivamente venticinque e ventisette anni. Orfane da cinque, dividevano questa immensa proprietà con la buonanima del loro fratello Filippo, che pure morì giovane. Troppo giovane. Il mio Filippo. Mai avrei immaginato di poterlo chiamare mio. Sognarlo certo, lo sognavo spesso... quando ancora non vivevo qui, quando ero soltanto uno dei bambini del prete, uno di quei poveri orfanelli graziati dal Signore, presi sotto l'ala protettiva di Don Giacomo, l'allora canonico di Carloforte. Prima che qualcuno si accorgesse che di fortuna ne avevamo ben poca noi bambini ad abitare sotto quel tetto. E loro, le sorelle, furono le prime a rendersene conto. E grazie al cielo lo fecero.

Venne fuori durante una delle nostre ore di musica: Don Giacomo si stufava di noi e a turno ci mandava qui a studiare canto da loro “Và dalle Capinere, Ignazio, che ti insegnano a cantare!” e io ci andavo. Scalzo, il più delle volte. Contento di cambiare aria. Venivo qui e cantavo. E un giorno ho cantato più delle altre volte, più che cantare ho urlato, e poi ho pianto. E loro mi hanno stretto. Ma piano, ché quasi avevano paura di rompermi dopo aver sentito quello che avevo vomitato con le parole, con la faccia fradicia di lacrime. Mi avevano stretto e potevo sentire il profumo dei loro amidi, del talco tra i loro capelli scurissimi. La loro pelle era bianca come il latte. Erano piene di lentiggini fittissime e avevano delle sopracciglia spesse e selvagge che stonavano con tutto il resto. Da allora ero diventato un po` fill'e anima*, un po` fratello minore. E questa casa era diventata anche mia.

Insieme poi abbiamo aiutato gli altri bambini, piano piano, con sotterfugi ben studiati, ché allora non era come adesso, un prete non lo potevi andare a stanare come si fa con i topi. Tantomeno additarlo per strada. E loro non erano ancora state tacciate di stregoneria da nessuno, ma sarebbe successo da lì a poco. C'era il mio Filippo poi, l'uomo di casa. Il che le faceva rispettabili, nonostante fossero nubili. È che nubili lo sarebbero rimaste per tutta la vita. E questo alla gente di paese non piace. Soprattutto se non si fa niente per cambiare la situazione.”

Mentre chiacchierava ci faceva strada per quei corridoi larghissimi. Per terra i decori di quelle ceramiche mi raccontavano storie che mi suonavano familiari e che al contempo sapevo di non aver mai sentito. I locali erano in stato di abbandono, eppure nessuna stanza era abitata da quel freddo tipico delle dimore in disuso. Un calore innaturale permeava l'atmosfera. E mentre Ignazio parlava e Mario ed io ascoltavamo e lo seguivamo a passo svelto, cominciavo a capire. Erano proprio le storie. Le loro storie abitavano ancora ogni parete e andavano a sbattere negli angoli per poi rimbalzare indietro.

Non percepivo odore di vuoto perché niente era vuoto. Così quei bambini cominciarono a correrci intorno, nominati uno per uno come si fa a scuola, in un appello inverosimile perché nessuno di loro ha mai avuto un cognome.




*fill'e anima: trad. sardo popolare: figlio d'anima 

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Giovanni Maria de Pratti ha votato il racconto

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ElleEsse1764 ha votato il racconto

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Mi piace molto il soggetto. La trama purtroppo è più un'introduzione a molto che pare sarà raccontato e invece si resta con un "E ora ???".Segnala il commento

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isa ha votato il racconto

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vita e passione ha votato il racconto

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Bach ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Damiano Martin ha votato il racconto

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TusìcheVale ha votato il racconto

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Secondo me, è una storia più adatta per un romanzo. In un racconto, breve come questo, sono troppi gli argomenti lasciati in sospeso.Segnala il commento

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Valentina Spinelli ha votato il racconto

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Veramente bello, tutto: soggetto, trama, più che mai lo stile. Se ti va puoi leggere il mio “Plato” in questo concorso. Complimenti!Segnala il commento

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Ester Moidil ha votato il racconto

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Sara Noemi ha votato il racconto

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Atarmar ha votato il racconto

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Giuliabel ha votato il racconto

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Cloud ha votato il racconto

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Sandra Morara ha votato il racconto

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Direi che promette beneSegnala il commento

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gabrielezoja ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Dem74 ha votato il racconto

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anna siccardi ha votato il racconto

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di lucioaru

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