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Young Adult

I quaderni del dolore

Pubblicato il 26/06/2022

Belle scarpe...

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Una quercia contorta, che sembrava protesa in un abbraccio, fermò la nostra corsa.

Il parroco lasciava sempre la macchina aperta, con le chiavi in bella vista.

Una tentazione irresistibile per cinque adolescenti annoiati e un po' alticci.

Passai parecchio tempo in ospedale. Una notte l'infermiera dimenticò un block notes e una penna sul mio comodino. Lo presi e da allora, per circa due anni, iniziai a scrivere quasi tutti i giorni.

Al paese scrivere era considerato strambo. Niente era così importante da non poter essere detto a voce, sussurrato alle spalle, urlato in faccia o espresso tramite i gesti. La scrittura era per la gente colta, nata nell'agiatezza di comode case riscaldate, dove i libri avevano la stessa importanza del cibo.

Ma io con quel peso addosso e i miei amici che giacevano sotto uno strato di terra umida non mi curavo di questo.

Finito il block notes continuai a scrivere su quaderni sottratti a quelli che mia madre comprava per la scuola.

"Com'è che ti manca un altro quaderno?" Mi diceva, e ricordo quei discorsi come fosse oggi.

"L'ho perso mamma!"

"I soldi sono contati in questa famiglia! Non posso comprarne ogni volta un altro senza litigare con tuo padre. Ti dovrai arrangiare".

“Così ripeteva mia madre. Poi risparmiava, e infine lo comprava un altro quaderno. Il meno caro. Di quelli sottili, con l'inchiostro che emanava un acido sentore di piombo.

Mi sentivo in colpa, ma poi mi rifugiavo in cantina, tra una botte e l'altra, dove il profumo del vino si fondeva con quello dei sacchi di granturco per i polli, e mi mettevo a scrivere.

A un certo punto quei quaderni, per l'eccessivo uso, facevano il paio con le mie scarpe da ginnastica, che avevano la tela strappata sulla punta e la suola bucata. Tra i ragazzi che conoscevo nessuno scriveva e quasi tutti indossavano scarpe buone.

Un giorno un gruppo di quei ragazzi mi fermò mentre andavo a scuola. Erano più grandi di me, più grossi, pieni di quella cattiveria che cresce dentro a chi è vuoto.

"Che belle scarpe che hai! Di quale marca sono che andiamo subito a comprarle?"

Due mi bloccarono alle spalle, un altro mi strappò i libri dalle mani. Quel giorno avevo con me anche i quaderni del dolore, così li chiamavo io.

"Vediamo cosa abbiamo qui", disse il capo banda. "Però, latino, greco e cinque quaderni. Oh, guarda! Questi tre sono zeppi di poesie. Ha l'animo sensibile il ragazzino!"

Lanciò i libri e due quaderni a bordo strada, trattenendo solo quelli con i miei scritti. Leggeva con voce in falsetto qualche riga e poi strappava la pagina. Tutte, una dopo l'altra. Gli altri del branco ridevano e lo incitavano a continuare.

Fu allora che qualcosa di bestiale eruppe da dentro di me, mi liberai dalla morsa dei due e mi avventai contro il bullo scarpe belle.

I segni che gli lasciai addosso cambiarono per sempre la percezione che avevano di me. Nessuno osò più importunarmi, nessuno osò più sfidare il poeta pazzo.

Quando mi rialzai da terra, pesto e infangato, ero diverso. Raccolsi uno a uno i frammenti dei quaderni e li amalgamai in tre grosse palle di carta, inchiostro e fango. Una volta a casa infilai tutto in un vecchio cofanetto di metallo che un tempo aveva contenuto biscotti e cioccolatini, e lo nascosi in un recesso della cantina.

Da allora in poi non scrissi più.

Avevo appena compiuto sedici anni.

Un giorno passai al paese. L'ennesimo ritorno del perenne migrante.

A casa dei miei genitori trovai una squadra di muratori impegnati a smantellare la cantina. Mi misi a rovistare tra le macerie e interrogai il capomastro.

"Avete per caso trovato un vecchio cofanetto di biscotti da qualche parte?"

L'altro mi guardò come fossi impazzito.

Entrai in casa a salutare i miei con tanti pensieri a rincorrersi.

Il dolore, sornione, stava in attesa.

La sera, dopo cena, andai a sedermi in veranda a rimuginare sui miei guai. Qualche minuto e mi raggiunse mio padre.

"Vai in cucina, credo che tua madre abbia una cosa per te".

La trovai che attendeva accanto al camino.

"Ho saputo che oggi cercavi qualcosa".

Scartò un piccolo pacco dalla forma quadrata. Eccolo lì, il mio cofanetto di biscotti!

"Quando lo hai trovato?"

Mia madre incrociò le braccia, lanciandomi uno sguardo che definirei rassegnato.

"Il giorno stesso in cui lo hai riposto dietro alle macine per l'uva. Esattamente vent'anni fa".

La guardai incredulo.

"Non lo hai cercato in tutti questi anni. Comunque sapevo che prima o poi lo avresti fatto".

Si alzò, prendendo la via della veranda per raggiungere mio padre.

Aprii il cofanetto. Dentro c'erano i quaderni del dolore, riassemblati con lo schock trasparente. Quella donna minuta, con le sue piccole mani, aveva separato la carta dal fango, aveva lavato i fogli strappati e poi li aveva stesi ad asciugare. Aveva rimesso insieme i pezzi e li aveva uniti uno a uno, ridando senso a pensieri e frasi di un ragazzino che non sapeva darsi pace.

La quercia contorta mi aspettava quella notte. I suoi rami sembravano volermi avvolgere. Gettai lontano le mie belle scarpe nuove e mi misi a scrivere.

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Giuliano ha votato il racconto

Esordiente

Molto, ma molto bello. Tensivo al punto giusto e potente, sono d'accordo.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente
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Gebel ha votato il racconto

Esordiente

Potente come un pugno, delicato come una carezza.Segnala il commento

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Paola Zaldera ha votato il racconto

Esordiente

Delicatissimo, complimentiSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Potente Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore
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. ha votato il racconto

Esordiente

Davvero commovente e toccante e molto ben scritto. Un capolavoro dell'anima Segnala il commento

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di Max Musa

Esordiente
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