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Narrativa

I racconti della levatrice (parte II)

Pubblicato il 03/09/2021

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Le venne in mente Peppe Caruso. Lo conosceva bene, un gran lavoratore, aveva tre figli piccoli e il quarto era l'ultimo arrivato. Li aveva fatti nascere tutti lei. Marietta, la moglie, una donna "squisita", come i biscotti squisiti che lei faceva e per questo tutti la chiamavano in quel modo. Facevano il pane e i biscotti per tutto il paese, erano voluti bene da tutti.

Immersa in questi pensieri sentì di nuovo pronunciare da un carabiniere il nome di Don Vito. Era la seconda volta, dopo l'incontro con le due donne al mercato, che si nominava quell'uomo. La prima volta Amalia non aveva riflettuto abbastanza per decifrare gli intricati discorsi che aveva udito, ma adesso i nodi sembravano allentarsi. L'uommunu tintu di cui aveva sentito bisbigliare era Don Vito e lei conosceva abbastanza bene quel dialetto da sapere che quell'appellativo tintu aveva diverse connotazioni, di certo non positive, ma che andavano ben oltre la semplice traduzione in cattivo. Tintu era un modo di essere, uno stile di vita, il rispetto che la gente portava ad un uomo proprio il suo modo di prevaricarli, di averli in potere,  proprio per il fatto di essere tintu. Non aveva avuto occasione di conoscere Don Vito personalmente, aveva sentito in più occasioni parlare di lui e solo al solo udire quel nome aveva fretta di sbrigare la faccenda e di tornare a casa. Intanto si ripeteva: Amalia tu devi dire solo la verità, mali nun fari paura nun aviri e soprattutto parra picca. Assorta in questi pensieri non sentì arrivare il maresciallo che in un tono molto cordiale e al tempo stesso ossequioso la invitava a seguirlo. Signorina Amalia, sono il maresciallo Raimondi, dovete scusarmi se vi importuno, so che siete stata molto impegnata in questi tempi, ma ho bisogno solo che rispondiate ad una domanda. Accomodatevi e le aprì la porta di un ufficio indicandole una sedia di fronte ad una scrivania. Anche se la levatrice cercava di ostentare calma e sicurezza, dal suo volto doveva trasparire tutta la sua agitazione tanto che il maresciallo si sentì in dovere di tranquillizzarla. State tranquilla, ho solo bisogno che mi confermiate un fatto. Prego ditemi, disse Amalia. Dunque, la notte del due di Aprile scorso eravate a casa di Caruso Giuseppe perché la di lui moglie era in travaglio. Confermate la vicenda? Amalia rifletté per qualche minuto, non voleva dare l'impressione di essere già preparata sulla richiesta. Fatemi pensare….il due di Aprile...ora ricordo, certo il bambino di Marietta. Sì, posso assicurarvi di essere stata lì tutta la notte. Di questo ero sicuro signorina Amalia, riprese il maresciallo, ma quello che mi serve sapere è se Caruso Giuseppe è stato tutta la notte a casa o è uscito. E continuò dicendo: Pensateci bene prima di rispondere, non voglio mettervi ansia ma dalla vostra risposta dipendono le nostre indagini. Amalia voleva prendere qualche attimo, aveva capito come stavano i fatti. Indagini? Quali indagini signor maresciallo? - qualcosa doveva scoprire. Non posso dirvi molto, ma so di parlare con una persona fidata e onesta. Peppe è fra i sospettati della morte di un uomo che è avvenuta la stessa notte in cui è nato suo figlio. Il due di Aprile hanno ammazzato Don Vito Spicuzza e tutti sanno chi era. 

Lo sapeva anche Amalia e sapeva anche cos'era successo. Ma era anche consapevole che da lei dipendeva il futuro di quell'uomo e della sua famiglia. La sua coscienza le gridava di fare la cosa giusta, ma qual era la cosa giusta? Dove stava il limite fra giusto e sbagliato? -Certo maresciallo, sentì le sue parole uscirle di bocca quasi avessero avuto una volontà propria e non ebbe il tempo di riflettere su quanto aveva detto che il maresciallo la congedò dicendo: Vi ringrazio signorina Amalia, la vostra testimonianza è stata molto utile, avremo una persona in meno fra i sospettati. 

Tutto era accaduto così in fretta che quando la levatrice uscì dal comando il cuore le batteva senza sosta. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? si ripeteva. Lei sapeva che Peppe quella sera non era a casa e non lo era stato per tutta la notte, ma il solo pensiero che con le sue parole avrebbe potuto accusare quell'uomo e privare i figli di un padre e una moglie di un marito l'aveva fatta decidere su quale fosse la cosa giusta da fare. 

Quando qualche giorno dopo Peppe Caruso andò a trovarla insieme alla moglie per ringraziarla di quanto aveva fatto per la loro famiglia, Amalia provò a perdonare se stessa per il suo gesto. L'uomo le raccontò come Don Vito esigeva il pizzo sui suoi guadagni del forno e la cifra aumentava di mese in mese. Ma era stata un'ultima richiesta che aveva armato la mano di Peppe. Signorina Amalia, gli confessò in lacrime l'uomo, Don Vito non poteva avere figli e voleva il mio. Io quella richiesta non la potevo soddisfare. 

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Gran bel racconto, colorito al punto giusto e pieno di spunti densi di umanità. Al di là di qualche sbavatura, che Adriana ha suggerito, fila che è una billizza! Spero tu voglia perdonare, invece, una mia nota sul finale: la "spiegazione di Peppe" è sensata e ci sta, ma perché darla al lettore? Credo avrebbe funzionato bene anche senza, se non addirittura lasciando sospesa la confessione. Viceversa, si è certamente appagati dal sapere, ma si apre anche una questione assai "spessa" che è un peccato non avere spazio di approfondire... Salvo certamente una in nuova puntata. Grazie, PaoloSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Isabella Ross ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Davvero avvincente. Sarei curiosa di sapere quanto attingi alle storie dei tuoi luoghi, e quanto crei. In ogni caso me appassionano.Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente
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[K] ha votato il racconto

Esordiente
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. ha votato il racconto

Esordiente
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Credo che sia davvero un racconto avvincente, e non solo per chi comprende la lingua siciliana. L'Unesco ha inserito i siciliani tra i "popoli bilingue" giacché il nostro non è un dialetto, ma una vera e propria lingua, che si è formata in millenni di dominazioni e invasioni. Questo spiega l'intraducibilità di molte parole siciliane. Tu sei stata bravissima a sottolinearlo con l'esempio della parola "tintu". Il soggetto è ottimo, ma lo stile pecca di piccole imprecisioni. Ad esempio: "Lo conosceva bene, un gran lavoratore, aveva tre figli piccoli e il quarto era l'ultimo arrivato". Ora, per forza di cose il quarto deve essere l'ultimo di una lista, dunque magari avresti potuto scrivere semplicemente "aveva quattro figli piccoli"; "Marietta, la moglie, una donna "squisita", come i biscotti squisiti", qua forse pesa la ripetizione dell'aggettivo; "e solo al solo udire". Anna, ho notato che il brano che ho editato, è quello in cui hai raccolto meno voti. Ora, non voglio invadere spazi che non mi competono e tantomeno fare danno alle persone che stimo. Spero solo che tu apprezzi l'attenzione che metto nella lettura dei testi, e la cura dei commenti, che possono apparire pedanti e saccenti a chi ignora quanto io creda nel valore dei consigli, dei suggerimenti, delle segnalazioni. Buon lavoro amica mia.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Bella la storia, asciutto e convincente lo stile.Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Bella complimentiSegnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Che storia ci stai raccontando! IncredibileSegnala il commento

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di Annacod

Esordiente
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