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Storico

Il Barcone

Pubblicato il 09/12/2021

Sogni affondati a nord di Tripoli. Dedicato ad una donna, medico legale.

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Il morbido cane randagio, mio abituale compagno in quei lunghi mesi, mi aveva accompagnato nella mia ultima passeggiata verso il mare. Ci aveva indissolubilmente unito la colazione a base di biscotti che consumavamo insieme, all’aperto, ogni mattina. Accarezzavo il suo testone peloso mentre salutavo con lo sguardo il vecchio relitto azzurro issato sui piloni. La barca senza nome. Quel legno consunto mi aveva consegnato, per tanta parte del mio tempo, centinaia di storie di impetuose speranze ferocemente inseguite e poi soffocate assieme, nello stesso istante, nel medesimo epilogo. E non lo aveva fatto con le parole, che, a forza di essere usate, perdono il loro valore, nascondono i significati.

Arrivò in un caldo mattino di giugno. L’imponente modulo allestito per la bisogna aveva finalmente agganciato il Barcone, a quattrocento metri di profondità, dove giaceva da oltre un anno con il tragico carico che ancora vi era intrappolato. Era giunto fino a qui trainato da un rimorchiatore e collocato sotto al pontile, dove, come da disposizioni, enormi condotti vi pompavano azoto liquido, per evitare che, tirati fuori dall’acqua gelida, quelle centinaia di corpi potessero rapidamente ed ulteriormente decomporsi. E non fornirci più fondamentali elementi, informazioni.

Informazioni che un sopravvissuto, un uomo scampato ad un pericolo non può dare. Lui racconta di ciò che è alle sue spalle ormai, che non è più angoscia presente. Che il terrore e la lotta per la vita non gli ha permesso di cogliere appieno. Il suo racconto può solo tratteggiare quell'evento, che via via il ricordo trascina lontano. I morti no. I morti parlano diversamente, dicono più cose, e senza velature. Solo i loro corpi sanno evocare l’orrore e l’angoscia del dramma vissuto: tanti di loro si erano raggomitolati, come in posizione fetale, a ripararsi. Il barcone si era quindi rovesciato rapidamente, ma non rovinosamente. Quegli uomini in fuga da paesi diversi, aggregati, ammassati e stivati come merce, erano tutti annegati. E per quanto veloce potesse essere stata la loro fine, se ne resero conto.

Il mio amico peloso, in mezzo a questi miei pensieri, reclamò attenzione. Iniziò improvvisamente a ringhiare. E a mostrare i suoi denti aguzzi ai gabbiani che si ostinavano a cercare cibo lì intorno. Il tempo di una carezza, di una assonanza, e i ricordi di nuovo si assieparono irruenti nella mia mente. “Vieni a vedere qui!” riecheggiò all’improvviso la voce di Lara, la mia collega antropologa, mostrandomi una manciata di denti e piccole ossa raccolti in una maglietta. “E’ normale”, risposi, “la corrente trascina con sè minuscoli frammenti, ed è frequente che un impedimento faccia sì che si raccolgano insieme.” “Si, ma guarda questo, com’è piccolo, la forma bombata. E’ un incisivo da latte.” Si, era lui. Era il nostro primo ed unico bambino. Sei anni circa. Forse lo stesso pensiero dell’angoscia e della disperazione di una madre che cercò di proteggerlo prima che il mare li inghiottisse, disgregasse e separasse per sempre ci inumidì gli occhi.

Ma è ora di andare. Un soffio di vento più forte mi richiama e me lo ricorda. Abbiamo ormai terminato il nostro lavoro qui. Abbiamo, nel silenzio, sezionato e ricomposto, riempito schede, registrato fratture, radiografato arcate dentarie, catalogato dati anatomici, rilevato tracce di pregresse malattie, di gravidanze, fotografato i volti non ancora divorati dai pesci. Messo insieme vite disperse, raccolto oggetti che narrano storie: foto di visi di madri, mogli, famiglie; di case; tessere universitarie; pagelle; auricolari per ascoltare la musica. Perfino le magliette delle squadre di calcio più famose. Abbiamo tutto ciò che i loro corpi e il mare ci hanno restituito e raccontato. E quando i loro parenti verranno nei nostri uffici, là dove le parole hanno peso e sostanza quanto i silenzi e le solitudini, a delineare i tratti di quell’essere umano che voleva imbarcarsi e di cui non hanno più notizie, forse riusciremo ad associare quei dati a quelle descrizioni. Forse riusciremo a riconsegnare loro un corpo. E a dare un nome a quei resti. Il nome. Quello che da sempre viene impresso nella pietra; perché un uomo senza nome è una storia che non si conclude.

Un ultimo sguardo al Barcone ormai vuoto e ci scambiammo un lungo abbraccio triste io e il mio amico cane, prima di separarci. Niente più feste frugali tra di noi. Niente più biscotti. Ci mancheremo. 

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Maurizio76 ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Giampiero, è un bel racconto. Tuttavia avrei eliminato i tanti avverbi (soprattutto nella prima parte) che finiscono in "mente". Grazie. Finalmente un racconto degno di tempo e di un'attenta lettura.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Un pugno allo stomaco, una voglia di giustizia che si ostina ad affiorare. Come le ombre che narri e i cercatori di ombre e identità che operano tra l'indifferenza dei più. Come sempre i miei complimenti. Gran bel pezzo, venato di poesia.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Grazie per questo brano, Caio. Come sempre le tue historiae hanno un taglio peculiare, e in questo caso specifico la ricostruzione dell’orrore a partire dai poveri resti, impostata come una distaccata, professionale valutazione medico-legale, è ancora più commovente. Segnala il commento

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Novalis ha votato il racconto

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di caio bongiorno

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