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Narrativa

Il becco del cardellino

Pubblicato il 11/06/2021

Versione originale del brano tratto da "La linfa sale dalle radici".

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39 Voti


Cristina aveva curato il dito di Marianna con un rimedio naturale allora in uso: impacchi di aloe, miele e olio di salvia. Una mattina aveva sciolto le bende. L’odore e l’aspetto purulento della ferita non lasciavano dubbi: l’infezione si era estesa alla base del dito, e un alone violaceo si spandeva sulla manina. Il medico consultato era stato risoluto: bisognava amputare almeno due falangi, probabilmente l'intero dito, forse anche parte della mano.

Con la prescrizione del ricovero in mano, Cristina era tornata a casa della sorella. Zà Ancilicchia era in compagnia di una vicina, una vedova che trascorreva le giornate a raccontare di come i tre figli avessero fatto fortuna a Torino.

Cristina aveva salutato l’ospite e mostrato la richiesta del medico alla sorella. Le sopracciglia della zà Ancilicchia lambivano l’attaccatura dei capelli mentre la mano rovistava nella tasca in cerca della tabacchiera.

“Zà Titina, ci cuntassi a mè soru chiddu chi mi dissi a mia.”

La donna, che pativa la solitudine, sperava di trascorrere l’intero pomeriggio in compagnia. Un colpo di tosse secco, seguito dal raschio della gola della zà Ancilicchia, le aveva tolto la speranza di condire con troppe ciance il suo racconto. Diretta dallo sguardo severo della zia, la zà Titina aveva dovuto cedere anzitempo la notizia che a Torino i medici curavano le infezioni con nuove medicine.

Due voci erano risuonate all’unisono:

“Comu si chiama stu miricinali?”

“Antibiotico. Mè figghiu rici che tutti i medici du continenti u scrivinu. Ddà nuddu serra i carni e cristiani.”

Come ricompensa per la "lieta novella", la zia aveva lasciato che zà Titina raccontasse nei minimi dettagli di come i figli avessero fatto fortuna a Torino. Mario, il maggiore, lavorava in una grande officina e, a costo di mesi di straordinari non retribuiti, era riuscito a fare assumere anche Agostino, il fratello minore. Rosario, che aveva appreso il mestiere di muratore dal padre, si era specializzato nella posa di pavimenti. Per risparmiare e sposare la ragazza che aveva lasciato a Palermo, viveva in una baracca insieme ad altri emigrati siciliani e calabresi.

Il giorno successivo, Cristina era tornata dal medico, con un foglietto di carta su cui aveva scritto “antibiotico”. Sperava di ottenere la prescrizione del farmaco per la figlia. Il medico aveva inforcato gli occhiali, se li era tolti come se scottassero, aveva accartocciato il foglio, e davanti ai pazienti si era messo a urlare:

“Ma mu vulissi nzignari vossia u misteri? Unnè mancu pruvata stà cura.”

Non pago della mortificazione inflitta, aveva accusato la madre di negligenza e le aveva intimato di ricoverare la bambina.

Cristina era rientrata a casa con un doppio carico. Il pianto, che aveva trattenuto per strada, le spezzava il fiato in gola mentre raccontava l'accaduto. Questa volta zà Ancilicchia era sbottata in uno di quei rari scatti d’ira a conferma del detto popolare: “Dio scansi dall’ira del giusto”. Sfogata la rabbia contro quel “serra-ossa”, si era rivolta a due sorelle che con erbe e decotti avevano guarito ustioni, ferite e infezioni ben più gravi.

Ogni giorno Cristina si recava dalla zà Ancilicchia, le affidava i tre maschietti e si avviava con la bambina verso Via Cipressi. Mano nella mano, madre e figlia attraversavano Piazza Ingastone, scendevano per Via Colonna Rotta sino a Piazza Indipendenza, a casa delle due guaritrici. Il percorso era lungo e le due giungevano a destinazione stremate. Marianna non opponeva resistenza alle due anziane che analizzavano con cura la ferita e si consultavano a vicenda. Ascoltava i bisbigli e spesso doveva trattenere una risata per gli strani nomi che sentiva per la prima volta. Neppure la mamma capiva di cosa parlassero quelle due, ma era serena, e questo bastava. Quando le due donne uscivano dalla stanza, la bambina si accoccolava tra le braccia della madre e aspettava pazientemente. Capitava spesso che l’assenza delle due anziane si prolungasse tanto che la piccola si addormentava. Infine le due sorelle tornavano con un vasetto, che ogni tre o quattro giorni aveva un odore e un colore diverso. Medicavano il dito, lo fasciavano con cura e raccomandavano di cambiare le bende e ripetere l’applicazione mattina e sera.

Tre settimane dopo, l’infezione era guarita ma al posto dell’unghia era spuntata una piccola protuberanza, simile al becco di un cardellino, come quelli che mio padre catturava con le reti, e imprigionava nelle gabbie accatastate nel sottoscala della casa di Giacalone o nel terrazzino sul tetto di Vicolo Baiamonte. Il medico doveva essere stato informato della guarigione, perché aveva chiamato Cristina per una visita di controllo alla bambina. All’ingresso della piccola paziente, l’uomo non l’aveva degnata di uno sguardo, ma in compenso aveva sottoposto la madre a un interrogatorio. Risentito dell’affronto subito, aveva minacciato di denunciare le due anziane guaritrici per esercizio abusivo della professione medica. La zà Ancilicchia non si era scomposta: aveva fatto in modo che il dottore sapesse che si sarebbe presentata in tribunale, per mostrare la mano della bambina e la richiesta di ricovero per l’amputazione del dito che altri medici, più preparati, avrebbero curato con gli “ntibiotici”.

Poco tempo fa, ho chiesto a mia madre l’origine di quella piccola imperfezione, e ho provato un profondo disagio. Non sospettava che io dovessi riempire un vuoto nei miei ricordi, e ha accolto la richiesta come segno dell’inesausto interesse per un fatto narrato decine di volte. Ero mortificata dall’equivoco, ma ancor più dalla dolorosa consapevolezza di aver prestato poca attenzione a tanti suoi racconti. Per placare il senso di colpa, le ho chiesto di cantare la canzone che amavo da bambina. Mia madre - che talvolta non ricorda il nome dei figli - non mi ha chiesto quale, ha subito intonato il Tango del mare. Quando la sua voce di cardellino ha gorgheggiato “Ma l’onda corre e non sa”, ho preso la sua mano tra le mie, ho accarezzato il becco del cardellino e le detto:

“Mà, u Signuri due cose ti detti du cardiddu: a vuci e u beccu”. 

Lei ha riso. A novant’anni ha ancora la voce e lo sguardo di una bambina.

Oggi so che i figli ascoltano poco i genitori, e che certi ricordi devono essere ceduti solo quando diventano a loro volta padri e madri.

Da giovani è difficile ascoltare, si ha fretta di vivere, sembra che il tempo concesso a seguire la narrazione di eventi di cui non siamo protagonisti, sia vano. Come cercare la propria strada con le scarpe di un altro. Solo quando scopriamo che la linfa sale dalle radici, impariamo ad ascoltare. Non sempre la dimenticanza è indotta da disaffezione, ingratitudine, egoismo. Talvolta è una forma di autodifesa. Poiché non possiamo recidere le nostre radici, potiamo selvaggiamente i rami, nella speranza di liberarci dai fardelli del passato, di correre più leggeri verso il futuro.

Dall’unghia di mia madre ho appreso che, nella miriade di ombre che attraversano la nostra strada, solo i passi lasciano un segno. Non possiamo dire di conoscere qualcuno se non scopriamo cosa lo rende unico. Non possiamo sostenere di amarlo, se non è per noi insostituibile.

Le mani di mia madre sono fogli su cui è scritta la storia della sua vita, di nonna Cristina, della zà Ancilicchia, della mia famiglia. Non l’ho ascoltata con la dovuta attenzione da giovane, la scrivo ora che il tempo ha imbiancato anche me.


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albertomineo ha votato il racconto

Esordiente

È un talento prezioso il saper dare valore al tempo che passa, lasciamo che si dica che invecchiamo, io cambio, come cambio da quando sono nato, e nessuno dei mei stati vale più o meno degli altri. Ti abbraccio sorella.Segnala il commento

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Alessandro Massa ha votato il racconto

Esordiente

Mare perché...Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Racconto completo nella sua duplice versione, tanto contenuto, c’è storia e costume, ci sono le usanze di un tempo, le tradizioni del territorio, la presenza tangibile dei personaggi (su cui la figura di zà Ancilicchia s’impone sempre) e preziosi spunti di riflessione. Bello ed emozionante il finale, quando appari tu in prima persona. Infine, il titolo che hai scelto per la tua raccolta, “la linfa sale dalle radici” non potrebbe essere più appropriato. Segnala il commento

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giumer1972 ha votato il racconto

Esordiente

Poetico e riflessivoSegnala il commento

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Mauro Serra ha votato il racconto

Esordiente
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Isabella☆ ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Tra Radici e Lessico familiare. Magistralmente scritto.Segnala il commento

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Antonietta Cocco ha votato il racconto

Esordiente

Bel racconto.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

confesso che le mie letture abituali deformano la visuale, mi fanno indossare occhiali che ogni tanto bisogna saper togliere. qui lo faccio volentieri.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Bello far rivivere la memoria familiare attraverso quello che rimane o che ci viene tramandato e avere la sensibilità e il talento di regalarcelo come fai con tutti i sapori e i colori della tua terra. Segnala il commento

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Cinzia M. ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

la versione precedente era condensata, qui invece puoi prenderti il tempo di metterti comodo sulla sedia e ascoltare, e lasciarti portare. quando anche tu diventi presenza attiva nel racconto c'è come una piccola scossa. Segnala il commento

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Anle ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo raccontoSegnala il commento

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Christina Carol ha votato il racconto

Esordiente

Mi piacerebbe sapere di piu della cura. Di cosa fosse la mistira adoperata. Mia nonna curò le ustioni di mia madre col vino cotto. Impacchi di vino cotto che facevano seccare la ferita e non le lasciarono alcuna cicatrice. Contro il parere del medico. Mi sono sempre chiesta se non fosse fortuna o se davvero queste cure avessero una valenza scientifica. Approfondisci se puoi fai una ricerca sul tipo di cura.Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti Adriana come sempre il tuo narrare mi trasporta in un passato che tu rendi vivo. Sono d'accordo con te sul fatto che quando si è giovani è difficile ascoltare ma la memoria del passato non va persa. Un abbraccio Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Tu ci trasporti sempre all essenziale, alle nostre radici che spesso dimentichiamo. Grazie Segnala il commento

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Bella narrazione d'altri tempi e altre sensazioni. Segnala il commento

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occhineri ha votato il racconto

Esordiente

Molto bella la narrazione dei fatti accaduti a Cristina e zà Ancilicchia. Forse le considerazioni finali smorzano un po' l'efficacia del racconto.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

Esordiente
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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

BelloSegnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo, come sempre✨✨Segnala il commento

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Nina Stein ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Si sentono le quasi 3000 battute in più È vero, i personaggi emergono, ed emerge anche la differenza, lo spacco, accennato, tra il Nord e il Sud di quel tempo. Molto bello Adriana Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Hai fatto bene a ripubblicarlo in extended Version. Si apprezza molto di più. E' come se ci fosse una tessitura, - il tuo narrare, e anche la tua presenza (perché non solo racconti, ma ti materializzi nella storia) - dalla quale emergono i personaggi, come se si passasse dal piano alla terza dimensione. Un gran bello scrivere, Adriana.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il tuo narrare è la più dolce delle canzoni. E la tua memoria è un intreccio che ci coinvolge serrando anche noi alle trame del destino di ogni tuo personaggio. Un mare di complimenti Adriana. Ciaoooo!!!! :-)Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Quanto è bello il tuo racconto, toccante! Hai uno stile che rende la lettura piacevolmente scorrevole e così vivide le immagini. Bello anche il finale. Adriana sei davvero brava!!!Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Che dire? Riempie il cuore e la mente d'immagini definite ed emozionanti. Brava.Segnala il commento

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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Grazie Adriana. Molto piacevoli questi ricordi e scritti benissimo. Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Gran bel ricordare, come sempre.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Molto belloSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Anche a me piace, piaceva, e continua a piacere.Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

tu hai tanto alle spalle e nel cuore, un intero mondo che è tuo una volta per sempre. La narrazione ha un tono volutamente dimesso, come uno sfondo per dare spicco a ciò che più ti interessa, vale a dire i personaggi, che sono ben delineati e vivaci. Memoria e scuola realistica, a me piace. Segnala il commento

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Silvio Esposito ha votato il racconto

Esordiente
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di Adriana Giotti

Scrittore
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