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Young Adult

Il Brian Condor

Di Howl
Pubblicato il 24/03/2021

Lista degli episodi: https://www.typee.it/stories/quando-ho-iniziato-teo

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La stanza era bianca. La luce così forte da farti male. Poi ti ci abituavi, ma alla fine, non era mica facile da capire, perché al centro di questa stanza tutta tonda c’era una piccola astronave jet simile al Brian Condor! Per capirci: rossa, con un’ampolla di vetro, un paio d’ali e una “vela”. Era impolverata, come se fosse stata lasciata lì da parecchi anni, in attesa. La vernice un poco scrostata.

C’è posto per me e te. Mi ha detto il mio pà. Con il cane staremo un po’ stretti.

Si chiama Rambo. Gli ho detto, così, perché qualcosa dovevo pur dire.

Rambo. Ha detto lui, e si è messo a ridere. Ce l’ha proprio la faccia da Rambo.

Poi ha appoggiato la mano destra sul muso dell’astronave, dove c’era un’impronta della sua grandezza, e ha attivato una luce blu dentro la cabina di pilotaggio. Il Brian Condor ha tossicchiato. L’ampolla si è tutta riempita di numeri e scritte, come faceva il mio vecchio Commodore 64 quando caricava, e poi è spuntato fuori un grosso Smile che ci ha fatto l’occhiolino.

Finalmente! Ha detto con una voce buffa. Ider, che cosa hai fatto in tutti questi anni!?

Sono andato a letto presto. Ha risposto il mio pà.

Lo Smile ha cambiato espressione: confuso.

In che senso? Ha chiesto.

È una battuta, Diciannove. Teo è diventato grande.

Ah. È questo bimbo qui allora?

Ti spiego dopo. Diciannove, capiscimi, Teo è diventato grande!

Ah. Aaaah, diavolo! In che mondo?

Nel mio.

E chi l’ha attivato quel mostriciattolo?

Il mio pà mi ha guardato, mi ha sorriso e poi ha detto è colpa mia.

Tua? ma non l’avevi spento? Che ti è saltato in testa?

Così tante cose che non so dirti. Diciannove, è un’emergenza, non ho seguito il protocollo. Facci salire.

Mah.

Adesso!

Tu e quel bimbo?

C’è anche questo cane qui. Non fare storie.

Ma il comandante…

Il comandante è morto.

Io non ci stavo capendo mica niente, per me parlavano tutta un'altra lingua. Il Brian Condor e il mio pà erano quasi come me e Nina, per capirci. Bisticciavano in continuazione ma sentivo che si volevano bene. Questo mi faceva ridere. Alla fine il Brian Condor si è aperto e noi abbiamo preso posto. C’erano due sedili non troppo comodi, uno davanti e uno dietro. Rambo aveva fatto un po’ di storie, ma alla fine lo avevo convinto.

La plancia si era accesa, il mio pà aveva afferrato il volante, spinto qualche pulsante.

L’ampolla si era richiusa. Dentro c’erano degli schermi verdi, un radar che pulsava e, da un altoparlante, la voce del Brian Condor che continuava a lamentarsi con il mio pà.

Apri! Gli aveva detto lui. La stanza aveva girato su se stessa, e dall’altro verso si era spalancato un corridoio ancora più lungo di quello da dove eravamo entrati. Ci siamo messi in moto, le ruote del Brian Condor fischiavano sul pavimento liscio. I fanali illuminavano la strada. Abbiamo preso velocità nel giro di poco, percorrendo quel corridoio che sembrava non voler finire mai. Lontano, nel soffitto, si è alzata una botola, dell’acqua è crollata con uno schianto sul pavimento, sembrava una cascata. Alla fine siamo saliti in superficie, venendo fuori da un grosso canale artificiale. Lo spacco si è richiuso e l’acqua ha ripreso a scorrere, sommergendo l’uscita.

Ecco, alla fine, era successo per davvero: l’astronave era cresciuta, e io c’ero dentro.

Il Brian Condor è salito in cielo, avevo le vertigini, le case mi sembravano come dei lego. Il pà ha rallentato i giri, e per un po’ siamo stati lì a galleggiare nella notte. Si vedeva tutto quanto.

La distruzione, le fiamme, le sirene.

Non avrebbero mai fermato Teo, nessuno era preparato a quello che stava succedendo. Non era di questo mondo.

Era la stessa immagine che avevo visto nella cerniera sul futuro. C’erano tutti quanti, la storia sarebbe finita così.

Io ero davvero al sicuro sul Brian Condor, con il mio pà e Rambo, ma tutti gli altri? Oddio, quanti erano già morti? Ho cercato di pensarci il meno possibile, perché davvero, non ci puoi pensare a queste cose senza che ti scoppi tutta la testa. La mia scuola, il paese, gli zii, i nonni… Oddio Nina! Micol!

Papà che cosa facciamo adesso?

E lui mi ha detto che non poteva spiegarmi quello che avremmo fatto. Lo avremmo fatto e basta. Non è finita.

Lontano, lontano, si vedeva Teo che distruggeva tutta la campagna. Pestava i campi, scalciava, scoperchiava i tetti delle case, le mandava in pezzi. Per quanto poteva, la polizia di paese cercava di intervenire. Ma, dico io, erano come moscerini.

Abbiamo sfrecciato attraverso questo caos fino a quando non ci siamo trovati faccia a faccia con il Teo gigante. Non sembrava mica lui. Il suo viso dolce era deformato. Aveva un squarcio all’altezza del cuore dove prima ci mettevo la cassetta. Tutto si era stirato, ingrandito, e aveva preso una forma strana, come una foto mossa.

Teo ha provato ad annientarci coi suoi occhi, ma il pà aveva attivato lo scudo d’energia. Gli siamo volati attorno, e lui provava ad afferrarci, ma era lento e anche un po’ goffo.

Teo, ha gridato il mio pà. Non fare così, ti voglio bene.

La sua voce era risuonata all’aperto, rimbombando dappertutto.

Gli serve un cuore. Noi saremo il suo cuore. Ha detto. Scusami Teo.

Così, dopo, il mio pà mi ha dato la mano. Era grande, ruvida, calda. Avevo capito, non so, forse sarei morto in quel preciso momento, come se non importasse più niente ho sentito qualcosa dentro di me. Eravamo assieme. Ma non per finta, come tutti i sogni che avevo fatto su di noi, e neanche per consolarmi, non so se mi faccio capire. Eravamo assieme. Mi aveva visto.

Il dolore è arrivato più tardi come se me lo avesse liberato. Scorreva tutto, mi paralizzava, così freddo, che son diventato anche io di ferro. Sentivo che ero sempre stato così per tutto questo tempo. È buffo.

Era successo. Da lì dov’ero, lo squarcio mi sembrava pieno di vermi bianchi che si attorcigliavano tutti, un fascio di luce spenta s’infittiva dentro di Teo, nella sua carne morta, secca. Era un grosso squarcio, tuonavano delle scariche elettriche, immagini venivano fuori sfuocate. Una canzone distorta.

Teo, sentivo una voce lontanissima. Va tutto bene, puoi piangere.

Ci siamo spinti dentro quell’inferno.

Il suo.

Nel niente.

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Commenti degli utenti

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

forte, questo episodio. io racconti così mica li leggerei se non fossi tu a scriverli; la tua voce prende il lettore e lo porta dove vuoi, pure su un Brian Condor. Segnala il commento

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Emil M. ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente

issimoSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Fantastico: stai inventando un nuovo tipo di ipo-fantascienza in divenire, un viaggio nell'Iperuranio della coscienza ludica che ci scava dentro, tartassandoci le fantasie assopite dalla routine dell'intrattenimento digitalizzato. L'inferno del niente, ma quell'altro... quello che ci impedisce di crescere. Segnala il commento

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[K] ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Ecco la svolta, la chiave di lettura: "Eravamo assieme. Mi aveva visto...Sentivo che ero sempre stato così per tutto questo tempo". Uno degli episodi più avvincenti.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Speriamo bene...Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Non mi aspettavo che prendesse questa piega. Sono stupita e ammirata, e faccio dentro di me un sacco di supposizioni, possibili interpretazioni e ipotesi di eventi futuri, che aspetto con ansia. Segnala il commento

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di Howl

Scrittore
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