La nuova casa avevamo appena finito di comprarla. Una casa grande, finalmente; dove potevamo vivere tutti insieme, quattro famiglie. E i nonni. Eravamo più di venti.

Mio padre partiva spesso, il fiume se lo portava con la sua barca e non sapevamo mai quanto sarebbe stato via. Spesso tornava a sera tardi, quando noi bambini già dormivamo. E allora, quando la mattina ci svegliavamo, tutti noi fratelli, guardavamo il piatto di ceramica bianco, sul tavolo, in mezzo alla stanza da letto. Se nel piatto c’erano tre caramelle voleva dire che il papà era tornato. E allora via di corsa (dopo aver mangiato le caramelle, naturalmente….) nel lettone di mamma e papà per abbracciarli e stare un po' al calduccio con loro sotto le coperte.

Era appena finita la scuola quell’anno. Io, Anna e Riccardo eravamo emozionatissimi quel giorno. Per la prima volta salivamo nella grande barca con papà, a consegnare le merci caricate la sera prima. Anche la mamma era con noi. Lei cucinava, faceva le pulizie. Papà lasciò a casa il mozzo, Pasquale. Di solito toccavano a lui questi lavori. Ma con la mamma a bordo era come stare casa. Di Pasquale non c’era bisogno.

Attraversavamo l’immenso fiume Po. Appena tolto l’ormeggio, ricordo, siccome avevano tutti un gran daffare e io ero così piccolo e nessuno mi poteva badare, mi legarono all’argano di prua con delle cime. Di modo che non potessi cadere fuori bordo. Ero emozionato, col pensiero e il fiato che non riuscivano a liberarsi. Ma nulla intorno riusciva a sfuggirmi.

Il nostro burchio navigava sicuro. Affrontava tranquillo le grandi curve che faceva il fiume. Dalla barca vedevamo bambini e adulti sulle sue rive. Tutti a fare cose. Si vedevano, lontani, i campanili dei paesi. La loro cima spuntava dai boschi. E uccelli che planavano, pesci che schizzavano e muovevano l’acqua in superficie. Il vento che accarezzava il viso e quell’odore di fiume, i colori. E i misteri che immaginavamo si nascondessero in quelle acque, pronti ad emergere all’improvviso. I rumori della notte….

Dopo il caffè d’orzo appena svegli, la merenda delle 9 era un miracolo che prendeva forma e spazio: polenta abbrustolita e fette di pancetta di maiale salata. Mangiavamo il pesce che si pescava, o che compravamo dai barcaroli che incontravamo nell’acqua. Era un’emozione buttare gli ami dalla barca. Dopo qualche tempo che li avevamo lanciati, correvamo eccitatissimi a tirarli a bordo. E c’erano carpe, ghiozzi, anguille, storioni. Mangiavamo zuppe di pesce freschissimo. Buonissime, con la polenta a farci compagnia. Ma la minestra di pasta e fagioli col cotechino che faceva la mamma era il richiamo più dolce.

Andò tutto bene quella volta. Due settimane di viaggio durante le quali il burchio è stato la nostra casa e il fiume le braccia su cui poggiava. Una favola felice per noi bambini. Ma fu così che imparai piano piano a guidare la barca, a fare commercio; vivendo poi viaggi più difficili, angosce, paure, difficoltà. I fermi interminabili, quando il vento si spegneva; il vento di bora che non potevi nemmeno uscire sul ponte, il ghiaccio; le piene del fiume e la siccità, con il burchio, carico di merce, adagiato sul letto del fiume. Dolente, come la balena arenatasi che ansima per non riuscire a disincagliare l’alito che le dà vita.

Fuori da questa natura fatta di albe rosse e tramonti infuocati, di terreni che affiorano dalle lagune, di vegetazioni sommerse, boschi di allori, frassini, che ti accompagnano dalle rive, intanto, le strade iniziavano a tagliare il paese. Potenti motori su gomma trasportavano merci a velocità sempre crescenti.

Oggi, ho detto a Giovanni, oggi affondiamo la barca. Oggi l’affondiamo. Questa casa tra il fiume e la terra non ha più un senso. Non serve ormai. Come viene lasciato affondare tutto ciò che ha equilibri diventati insostenibili, che vive in un mondo di mezzo che ha natura profonda e che è faticoso leggere. E vivere. E far fruttare. Un mondo che è diventato privo di senso, alieno, e che fa paura ormai.

Devi sapere, Giovanni, che Dante incontrò all’inferno il mostro Gerione, un essere demoniaco che aveva il volto di un uomo, le zampe di un leone, il corpo di un serpente e la coda biforcuta che terminava con aculei da scorpione. Un essere infido, ingannatore. Gerione stava in una terra di mezzo, cioè stava, scrisse Dante, “come talvolta stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra”. Montati sopra di lui Dante e Virgilio vennero traghettati attraverso il vuoto, nel buio inferno.

Ed eccola oggi, Giovanni, la mia vita di sempre: il burchio, il mostro Gerione. Il mito, da ora e per sempre imprigionato nel suo inferno.