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Narrativa

Il campo di pomodori

Pubblicato il 03/08/2021

Un racconto a cui tengo molto, su cui ho lavorato a lungo con l'amico Mario Maiolo. Già pubblicato qui in forma ridotta con il titolo Il traslocatore di parole, lo ripropongo nella sua versione integrale, non funestata dalla mannaia delle 5000 parole.

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Aveva accettato di andare in pensione anticipata con un assegno in mano, come risarcimento per la malattia ai polmoni che si era beccato dopo tanti anni di lavoro nel cantiere navale di Viareggio. Era un uomo senza forze, a quel punto. Nemmeno l’amore con Laura faceva più, gli mancava il fiato.

“Guarda come sei ridotto. Come ti sei infiacchito”. Questa parola, infiacchito, ribadiva lei continuamente. Per questo, e perché adesso i soldi li avevano, Quinto le aveva promesso che sarebbero andati a fare un viaggio. Una meta lontana, per godersi la spiaggia bianca e il mare blu, come in quelle cartoline che ogni tanto arrivavano al cantiere.

“Tutti quegli anni a costruire le barche degli altri e a rovinarti i polmoni – ripeteva Laura -. Ora è arrivato il nostro turno”.

Laura accumulava dépliant di posti lontani e meravigliosi, e la sera, invece di guardare la televisione, si metteva a sfogliarli uno dopo l’altro. Di tanto in tanto si alzava dalla poltrona entusiasta, gli andava vicino e diceva: «Guarda, guarda qui!»

Invece non c’erano andati.

Un giorno Quinto aveva visto quel pezzo di terra in vendita nelle campagne di Camaiore. Non era né grande né piccolo, e guardava al sole come si comanda. In un angolo c’era una vecchia roulotte.

“Laura, non ci possiamo andare più in vacanza - aveva detto tornando a casa, gli occhi bassi -. Ho visto un campo, ho già telefonato al proprietario. Domani ti ci porto: c’è il pozzo per l’acqua, un albero di limoni e un noce per l’ombra”.

Avrebbe voluto parlarle anche della roulotte, del fatto che stava lì da una parte come fosse nata dalla terra, ma Laura aveva giurato che lei in quel posto non ci sarebbe andata mai, e con questo aveva chiuso il discorso.

Nei mesi successivi, Quinto aveva iniziato a stare meglio. Riusciva a fare qualche respiro più profondo, come se le piccole corde che serravano i suoi polmoni si fossero allentate. La pelle del viso era meno grigia, ma Laura non se ne accorse, perché non lo guardava. Quando la sera rientrava dal campo, la trovava intenta ad apparecchiare, gli occhi fissi sul tavolino e gli angoli della bocca scivolati in giù. A vederla così, gli saliva un po’ di nausea.

Consumavano in silenzio piatti freddi impastati di rancore.

Una notte Laura si era alzata, era andata in soggiorno a prendere tutti i dépliant grigi di polvere e li aveva portati nella camera piccola, quella del figlio, ché tanto Nicola non la usava più. Aveva rifatto il letto e si era sistemata a dormire. Da allora aveva smesso di coricarsi con Quinto.

Se adesso Laura fosse stata lì, in mezzo a quella campagna inondata di luce, se lo avesse visto a schiena dritta in mezzo al campo, a dorso nudo, con i muscoli tesi e lucidi per il sudore, si sarebbe ricreduta. Quinto si sentiva un leone. Aveva lavorato la terra con le proprie braccia, senza l’aiuto di nessuno. Le zolle rivoltate offrivano alla luce la superficie resa liscia dalla vanga. Iniziò a frantumarle in pezzi più piccoli. Con un vecchio barattolo di latta fece buchi tutti uguali e alla stessa distanza, ci infilò le piantine di pomodori e riempì gli spazi mischiando lo stallatico alla terra. Poi innaffiò il doppio filare delle foglioline verdi.

Le piantine di pomodoro erano ben concimate e la terra rincalzata attorno ai giovani steli. Quinto pompò l’acqua nel secchio e le bagnò. Illuminato dal sole, il verde lucente si stagliava sulla terra scura.

Pochi mesi dopo ci fu una nottata di vento infame.

Quinto non era riuscito a chiudere occhio: immaginava i cannicci di sostegno che non reggevano alle folate, e volavano via, portandosi dietro le belle piante di pomodoro, che ormai erano più alte di lui.

Il mattino seguente, quando arrivò al campo, trovò quasi tutte le piante stese a terra, le foglie accartocciate.

Le raffiche di vento ancora non si placavano.: piegavano le fronde del limone, sbatacchiandole da una parte all’altra. Volavano, i petali delle zagare, che sembravano neve profumata. Allora gli venne in mente quello che fanno in Sicilia, che legano i rami dei limoni, così prese una corda e ci legò un bel sasso. Fece roteare la fune, che si avvolse intorno a un ramo: il sasso la bloccò. Quinto tirò in giù e annodò l’altra estremità a una grande pietra. Il ramo rimase piegato, resistendo alle raffiche di vento.

Dopo un paio d’ore aveva quasi finito e si allontanò di qualche passo a osservare meglio il lavoro: ebbe come l'impressione che l’albero si fosse genuflesso di fronte a lui. Legò ancora una volta il sasso, lo fece roteare e lanciò la corda verso l'ultima fronda da sistemare. Fu un brutto lancio, che non agganciò il ramo: Quinto fece appena in tempo a vedere il sasso che tornava indietro.

Gente ne passava poca da lì; ci vollero molte ore prima che qualcuno trovasse il corpo riverso nel campo, con la fronte aperta come un piccolo cocomero.

Uscito dall’ospedale, Quinto era cambiato. Ricominciò a trascorrere tutto il giorno nel campo. C’erano nuove piantine da concimare, annaffiare e ramare, ma si sorprendeva spesso a parlare ai pomodori - del tempo, dell’estate alle porte, delle conserve. Per la prima volta nella sua vita gli sarebbe piaciuto saper parlare, usare parole belle.

A casa, la sera, lo aspettava la bocca di Laura piegata all’ingiù, il silenzio e la cena fredda.

Un giorno l’assenza di parole gli fu insopportabile. Andò nella camera del figlio, dove Laura si ritirava a dormire, e scelse quattro o cinque libri da portare con sé al campo.

Forzata la serratura della roulotte, fu investito da una zaffata di polvere e di muffa; un odore anche di cavallo, gli parve, o comunque di bestia. Svuotò tutti i mobili, tolse cassetti, gettò sull’erba materassi e cuscini. Lavò e pulì finché non rimasero odori d’altre vite. Solo dopo si sistemò sul divanetto, in compagnia della piccola pila di libri che aveva portato. Ne scelse uno a caso, in base al titolo: Il Sentiero dei nidi di ragno. Lesse una ventina di pagine, ma era a disagio: fuori, le piantine sembravano soffrire il caldo dei primi di giugno. Andò al pozzo e iniziò senza vigore a pompare l’acqua - il secchio non si riempiva mai.

L’indomani rincalzò di nuovo le piante, ché il vento le aveva smosse. In fretta sistemò le canne di sostegno e legò i rametti più in alto. Poi entrò nella roulotte e si sedette a leggere.

Una volta finito un libro, lo sistemava sul piano di legno, che aveva lucidato e profumava di cera d’api. Per ogni libro letto, ne portava uno nuovo da casa. A poco a poco il piccolo spazio della roulotte si riempì. Quinto era contento, gli piaceva stare lì. Quando era l’ora di dare l’acqua si muoveva lentamente verso la porta, strascicando i piedi.

L’inizio di Cent’anni di solitudine gli fece venire il fiato corto. Si alzò e camminando avanti e indietro nel piccolo corridoio lo rilesse più volte - il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito - perché voleva impararlo a memoria. Continuò la lettura finché la luce fu sufficiente.

Un giorno non ebbe voglia di innaffiare le piante. Si disse che se per una sera i pomodori fossero rimasti senz’acqua non sarebbe successo niente di grave. Era quasi notte quando si incamminò verso casa, dove di certo Laura aveva già sparecchiato la sua tristezza.

Alla fine dell'estate, Quinto aveva ormai terminato il trasloco dei libri. Non aveva più niente da leggere.

Grossi pomodori flettevano i rami rinsecchiti. Li palpò, per controllare se fossero maturi come sembrava, e molti si staccarono al solo tatto, altri erano già marci e offrivano le loro polpe agli insetti. Pensò che l’indomani avrebbe provato a raccogliere quelli ancora buoni, se ce n’erano, ma quella sera no, aveva altri programmi.

Saltò in macchina, voleva arrivare alla svelta in centro. Raggiunse la bancarella dei libri usati prima che chiudesse. Prese un volume a caso, passò le dita sulla copertina rovinata, il blu scolorito, e lo rimise a posto. Con calma ne tirava fuori uno dalla cassetta di plastica, lo guardava, lo toccava, poi lo posava.

“Posso esserle utile?”

Quinto sussultò. Vide un rossetto scarlatto su labbra carnose, e un sorriso lucente. Concentrato su quella bocca, ci mise un po’ ad accorgersi che la commerciante non lo guardava in viso: gli guardava le mani. Le porse i tre euro senza una parola. Non aveva idea di cosa avesse comprato: si allontanò con un libro qualunque sotto il braccio, le mani in tasca a nascondere le unghie macchiate di rosso e verderame. Si allontanò pensando che la gente che compra libri ha le mani pulite.

Era una raccolta di poesie. Seduto nella roulotte, Quinto per ore scorse le pagine avanti e indietro, con foga. Infine, chiuse il libro e guardò oltre la finestra, ripetendo le parole del poeta:

Gettami in viso la parola terribile.

Perché non vuoi udire?

Fuori, il crepuscolo offriva una tregua alla campagna assetata e la sua luce violetta assegnava un aspetto diverso alle cose. Il blu della borragine sembrava impadronirsi dei prati.

Stette così, col mento sulla finestrella, finché si spense anche l’ultimo debole riflesso di sole sulle superfici curve dei pomodori accumulati per terra. Furono l’ultima cosa a scomparire nel buio, i suoi pomodori. Rotondi e morbidi e scarlatti come le labbra della venditrice di libri.


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Valentina Digiuni ha votato il racconto

Esordiente

bello, bello, belloSegnala il commento

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Frato ha votato il racconto

Esordiente

E' bellissimo Silvia. Come mi piacerebbe averlo scritto io. Ma non importa: ormai è di tutti. Grazie, Roberto.Segnala il commento

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M.D.P. ha votato il racconto

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Palummella ha votato il racconto

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Bellissimo. Mi ha stretto il cuoreSegnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Laura sarebbe rinata insieme a Quinto se solo avesse smesso di lamentarsi e fosse andata con lui in quell' Orto. Ho sentito il vento, le zaffate dalla roulotte e il profumo dei pomodori...Segnala il commento

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effeross ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore
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Maceto Pobbi ha votato il racconto

Esordiente

Molto ben scritto, accattivante e di piacevole lettura, alla fine lascia però un po’ a bocca asciutta. Si ha l’impressione che manchi un pezzo, forse un finale. Tutto rimane così sospeso... Ma forse è quello che vuoi? Due vite che scorrono parallele, senza un preciso perché né necessariamente un finale ad effetto. Come del resto la maggior parte delle vite, no?Segnala il commento

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Vittoria Abbo ha votato il racconto

Esordiente

Mi era mancato leggerti…Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Laura mi fa venire il magone. Totale incomunicabilità tra loro. Bravissima :))Segnala il commento

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Maiolo Mario ha votato il racconto

Esordiente

Io non ho meriti, Silvia; tu, tutti. Un abbraccio. Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Il racconto è molto ben scritto, con frasi curate ed espressioni che colpiscono. Però nella trama, secondo me, manca un pezzo. Che ne è stato di Laura? Io mi aspettavo che se ne fosse andata, quando lui ritornava a prendere libri. E il lettore bisogna sempre accontentarlo ;)Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

La rinascita di Quinto è inversamente proporzionale alla morte (non letterale, ovviamente ) di Laura. Ma l’attitudine contadina, pur figurando come artefice della rinascita e fulcro della trama, alla fine si rivela solo un passaggio per arrivare ad altro, a ciò che lo fa sentire davvero vivo e partecipe. E la figura di Laura rimane in ombra, suscitando solo un filo di compassione. Sono d’accordo con Ondine, potresti far parlare anche lei, in un eventuale seguito. Scrittura degna di nota, come sempre.Segnala il commento

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Antonietta Cocco ha votato il racconto

Esordiente
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GAP ha votato il racconto

Esordiente

Due solitudini a confronto (forse quella di Laura meriterebbe qualche parola in più?)... ma si è consumato l'amore o si sono consumati i sogni e le speranze? Bello.Segnala il commento

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Erinni ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello, le +4.000 battute si sentono e delineano. A me ciò che arriva è la declinazione dell'egoismo soggettivo che si manifesta sia tramite Quinto che Laura. Infine arriva la forza della natura, che salva e poi viene abbandonata quasi nell'indifferenza. Ma sta lì e guarda gli umani eventiSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo. Decisamente bello.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Spietato e tenero, allo stesso tempo: un'indagine sulle relazioni e sulla solitudine, che ci "permette" - nel migliore dei casi - di guardarci dentro, di ascoltare i nostri bisogni e le nostre possibilità. Indirettamente, mi ha fatto pensare alle "Occasioni" montaliane, declinate un tutt'altro modo, ma pur sempre di occasioni, si tratta, raccolte o meno, nell'arco della nostra vita. E leggere diventa spesso un "vivere" in altri modi, altri luoghi, altre forme.Segnala il commento

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caio bongiorno ha votato il racconto

Esordiente

Mi è piaciuto molto. La parola svela, e crea. Nella Genesi ad esempio (“Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare….chiamò la luce giorno e le tenebre notte”) creare e nominare sono lo stesso atto. Portare semplicemente con sé le proprie cose, le proprie abitudini, non è cambiare il proprio mondo. Traslocare le parole lo è. E più parole si trascinano dietro, più di parole si ha bisogno. Così quel mondo si indaga, si rivela. E si espande troppo, per poterne uscire. Segnala il commento

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Rosnikant ha votato il racconto

Scrittore

Spesso la vita si rifugia nelle sfumature e questo tuo racconto è pieno di mutazioni, di gradazioni, di poetico sfinimento! Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Sì, racconto sospeso e bello. Il risentimento di Laura così silenzioso da far rabbia. Gettami in viso la parola terribile. Segnala il commento

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occhineri ha votato il racconto

Esordiente

Ho apprezzato molto il modo originale con cui scrivi di due importanti vie di salvezza: il prendersi cura dell'Altro (in questo caso il campo di pomodori) e la lettura di libri di grandi autori (belle le citazioni letterarie).Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bellissimo. Ci accompagni dentro a tanti “campi” con la tua intelligenza e sensibilità. io penso spesso al profumo delle foglie di pomodoro Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

Esordiente
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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Proprio un bel racconto. Brava Silvia!Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

ci sono due binari in questo racconto, che poi mi sembrano anche due modi diversi di sognare/viaggiare/desiderare: uno è quello di Laura, farcito di risentimento, ché è come se lui glieli avesse rubati i sogni (la loro realizzazione), l'altro è quello di Quinto, che a un certo punto si sdoppia e lascia la via dei pomodori per le parole; e questi binari non si incontrano, non si vedono, non si toccano, basterebbe allungarsi un po' ma niente. e si possono fare tanti pensieri sui pomodori, sulla cura, sulla fuga dal quotidiano, sul rapporto matrimoniale. i titoli mi piacciono entrambi: Il traslocatore di parole ha molto fascino, però forse Il campo di pomodori racchiude meglio tutta la storia e richiama da subito il colore rosso.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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[K] ha votato il racconto

Esordiente

Ho la tendenza a voler vedere dietro, a cercare oltre la trama e le azioni descritte: forse sbaglio. Anche qui, sento un racconto che sovrappongo al quello scritto, calandomi per quanto possibile nei personaggi. E allora penso a questo antagonismo delle situazioni dei protagonisti: sposati simili, compagni, uniti tutta una vita in cui si frattura qualcosa e non ci riconosce più, o meglio non ci si conosce più come gli stessi. Questa ribellione silente e sconosciuta non voluta e non cercata, -non coltivata -ha una sua rivoluzione e ed esito felice: il rosso delle labbra, che sostituisce lo stesso colore dei più o meno ingrati dei "pomodori".Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Eh si purtroppo chi lavora nei cantieri navali di Viareggio si è ammalato sul serio. Ho provato una grande tristezza per entrambi i coniugi, ma se per lui la rinascita sono la terra i pomodori e i libri, per Laura il sogno sarebbe stato un viaggio. Mi piacerebbe raccontato anche dal punto di vista di lei. Efficace e ben scritto come sempre ma lo vedo parte di un progetto più ampio, oppure sarebbe interessante variare le storie e i personaggi in una raccolta di racconti parlando delle infinite sfaccettature dell’incomunicabilità coniugale.Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Bel racconto scritto benissimo, e ben descritti anche i due personaggi. Molto bello il passaggio che chi compra i libri ha le mani pulite. Mi è piaciuto un sacco.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Quinto mi ha ricordato il mio babbo che rinasceva ogni volta che entrava nel suo campo e coltivava, curava, arava, raccoglieva e tutto il resto. Solo che lui era più fortunato: la sua Laura condivideva un po’ quella passione, e quindi non si sono allontanati. Si rinasce attraverso strumenti diversi e tu hai scritto bene il modo di Quinto: la terra e la lettura. Bella atmosfera d’attesa. Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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doktor ha votato il racconto

Scrittore

è ben fatto e ben scritto. Mi domando solo perché limitarlo alle novemila battute quando se ne avevano ancora a disposizione altre cinquemila o quasi. Forse si poteva sviluppare di più la dinamica psicologica fra Laura e Quinto che è basilare per il racconto. L'idea dei libri è ottima e anche quella delle opere: una storia partigiana, quella di un problematico poeta rivoluzionario sovietico e, infine, i Cent'anni. Tutto significativo, tutto presentato per spunti e accenni. Va bene anche così, ma ci sono molte potenzialità narrative da far crescere come i pomodori di Quinto. Né a Silvia né a Maiolo mancano le capacità. Bel racconto, in ogni caso,Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Mi ha colpito il desiderio di sentirsi vivi. Ma non necessariamente in compagnia della moglie. Il ritorno alla terra, il ritorno alla poesia, l'umanità che mano a mano ritorna all'uomo dopo una esistenza di fatica e sacrificio. Lo sguardo sull'altro/a il pensiero ad una alternativa sentimentale... Offri serenità. Una serenità inquieta perché i nodi con la moglie rimangono a togliere il fiato. Non mi dispiacerebbe un seguito... ma è solo per sperare in una rosea riconciliazione. Mi piacerebbe che Tu lo scrivessi. Inconsciamente, credo, che la moglie lo lascerà per un uomo più attento e propenso al vivere insieme... Certi racconti scuotono. Questo è uno di quelli. Complimenti Silvia!Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Non conoscevo la versione originale, perché non ero ancora iscritta alla piattaforma. La lettura di "Il traslocatore di parole" (titolo che non avrei cambiato, perché trovo sia bellissimo e pertinente al soggetto), induce il lettore a riflettere su quanto l'atto di creare, eserciti un potere straordinario sulla nostra vita. E ciò, a prescindere: se i fautori di una creazione siano altri (Calvino, Màrquez e Majiakovskij) o noi stessi; e se si tratti di opere d'inestimabile valore o semplici pomodori. Noto che poco o nulla è cambiato da: "Forzata la serratura della roulette" in poi. A mio avviso, è un bene, perché è la parte migliore del racconto. Forse avrei eliminato alcuni dettagli nella prima parte. Tuttavia ci sono espressioni bellissime (una in particolare mi ha molto colpito: "la gente che compra libri ha le mani pulite".)Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

Esordiente

Mi è piaciuto molto Silvia. Due persone perse che cercano di rinascere e che forse per farlo dovrebbero stare solo vicine ma invece si allontano senza capirsi.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

È ben costruita l’idea di fondo. Il doppio tema del viaggio come scelta (reale e immaginario con i libri, la roulotte le barche) e altro doppio la necessità (matrimonio e campo di pomodori). La metafora del campo come vita è gia evangelica. E primordiale. L’unica parola distonica è “si era beccato”. Belle anche le citazioni dei libri. Illusoria, forse, la credenza direi pasoliniana che esista una unanita lavoratrice innocente incorrotta (Quinto) e un’altra faccia della stessa classe sociale corrotta dalla tv e dal consumismo (Laura). Ma ti perdono vorrei cederci anch’io. Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Come si fa a non tenere molto a questo campo di pomodori, scarlatti come le labbra della venditrice di libri? Il peso delle parole, che sanno far dimenticare le fatiche della vita e offrono pericolosi rifugi per difendersi/dipendere dalla solitudine. Coinvolgente e autentico.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

C'è una bellissima atmosfera. Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Lavorare la terra come metafora della rinascita e del rimettersi in piedi come i filari dei pomodori. A me è piaciuto tanto....un pò meno la moglie chiusa nel suo egoismo. Bel racconto narrato con maestria.Segnala il commento

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di Silvia Lenzini

Scrittore
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