“Per quanto tempo” chiese Rosa Maria.

“Tre anni, con opzione a cinque” disse Leandro. “Poi non so, potrebbero decidere di tenermi lì come professore associato.”

Rosa Maria fece una smorfia e abbassò lo sguardo. Erano seduti sugli scogli bianchi del lungomare, e Leandro dietro di lei le cingeva la vita. Il cielo cupo e il vento freddo lasciavano gabbiani e turisti smarriti, abbandonati dagli abitanti di una città che ama il mare furiosamente e non sopporta di vederlo d’inverno.

Lei non sapeva che fare e prese il libro che Leandro teneva vicino.

“Che leggi?”, gli chiese.

“Odissea.” Il libro aveva gli angoli consumati. Rosa Maria l’aprì, ed era pieno di sottolineature e note.

“E come va a finire?” chiese lei con l’ironia amara di chi soffre e non ci vuol pensare.

Leandro sorrise. “Solito. Lui vuole i suoi spazi e se ne va, però poi torna.”

“Un classico, in tutti i sensi.” sospirò lei. Si spostò una ciocca dal viso. “Vai a insegnare i miti agli americani. Professore di letteratura classica alla Brown University.”

“E tu?” chiese Leandro.

“E io?”

“Mi aspetterai?”

Rosa Maria socchiuse gli occhi: il sole era finalmente sceso a pelo d’acqua e abbacinava tra nuvole e mare. Alzò una mano a carezzare il viso di Leando sulla sua spalla, si girò all’indietro a guardarlo e provò a sorridere, ma gli angoli della bocca le si piegarono all’ingiù.

“No.”

Leandro si sentì in colpa e la strinse, perché mai aveva capito quanto lei gli volesse bene: così tanto da caricarsi addosso non solo il dolore di lei, ma il rimorso di lui.

“Io non so se ce la faccio” disse lui, ma erano le parole di chi già si fa leggero, e pronto a staccarsi dalla sua terra. “Non so se ce la faccio.”

“Sshh” disse lei, che non avrebbe mai rifiutato quel dolore che per scelta era suo, e suo solamente. Ma un’altra cosa volle per sé, ed era la pazienza dell’ulivo, per trasformare con la lentezza delle stagioni il dolore in rassegnazione. E mentre carezzava Leandro Rosa Maria si sentì pesante; il corpo si fece duro e il respiro quieto. Si sentì salda sulla terra, fatta radice tra le fessure degli scogli. Accennò al sole e l’ultimo fiato lo usò per dire a Leandro di non preoccuparsi perché ecco, anche lì dove lui andava, muta colore il mare.



Rosa Maria,

Questa mattina mi è successa una cosa.

C’è un Deli appena fuori dal campus, è gestito da un greco silenzioso e assorto e ci vado a fare colazione. Il giorno che ha saputo il mio nome ha detto: sei un po’ greco anche tu, e mi ha dato una pacca sulla spalla. Stamattina ho chiesto al cameriere, un bel ragazzo alto e coi capelli neri, di dove fosse. Mi ha risposto che il gestore è suo zio, che la sua famiglia è greca. E tu? Gli ho chiesto. Lui non mi ha capito, ha sorriso ed è andato via. Ho chiesto alla cameriera la stessa cosa e mi ha detto che i suoi antenati erano arrivati un po’ nella stiva delle navi e un po’ nel cassero, perché era mezza nera e mezza olandese e anche a lei ho chiesto di dove fosse. Anche lei ha sorriso ed è sparita. E’ arrivato il greco e mi ha detto: lascia stare, Léandros, lascia stare, non ti capiscono. Si è tirato lo straccio dalla spalla per pulirsi le mani e ha continuato: qui la terra è nera e ricca, mai consumata, ma nessuno le appartiene. Come si fa a vivere senza appartenere alla terra? Eppure le persone qui lo fanno. Io vengo da Anafi, ha continuato, un dente di calcare piantato nel Mediterraneo. Un’isola che è uno sputo di roccia: ma mi chiama, Léandros, quasi ogni notte, sogno il villaggio deserto e nel sogno penso di dover tornare.

Poi si è girato a guardarmi con la sua faccia triste e mi ha detto: ci può volere una vita intera a tornare a casa.

Sono scappato, anima mia. Ho guidato verso la costa e ora sono qui, davanti all’Oceano, a scriverti questa mail. Sono disperato Rosa Maria, ho davanti solo una distesa di piombo che incupisce lenta. Ho il sole alle spalle e nemmeno questo mi è concesso qui: di vedere che muta colore il mare.



Rosa Maria finì di leggere la mail e spense il cellulare. Si tirò su la zip del giubbino e si alzò a fatica dallo scoglio, le ci volle un po’ per muovere le gambe addormentate che sembravano di legno. Si aggiustò, si girò verso il mare e si alzò quasi sulle punte per sussurrare: torna, sembrano mille e mille anni che ti aspetto. E il suo richiamo si mischiò a quello della terra dietro di lei e cercò la via del mare; era flebile, ma aveva già forza di vento a punta Licosa. Lì le sirene lo sentirono ed ebbero paura perché era il nòstos, il canto del ritorno, ed erano mille e mille anni che non si sentiva cantare. Si gonfiò ancora il canto di speranza e tristezza, ed era ormai burrasca quando superò Gibilterra e colpì Odisseo sulla sua barca, perso da secoli nell’Oceano: e lo salvò, mostrandogli finalmente la via di casa.

Si abbattè sul golfo del Maine come tempesta, e quando arrivò Leandro rispose di sì.