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Narrativa

Il colpo

Pubblicato il 03/12/2019

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Ti prego regina della giustizia, assolvi i nostri peccati.

Ti prego, regina della giustizia, sappi punirci ma solo per il giusto, che siamo tuoi adepti, che ciò che facciamo non è per arricchirci ma per un tozzo di pane per le nostre famiglie.

Mentre stringo il rosario, anche se è solo una stupida tradizione, mi sento forte.

«Non siete dei ladri. Siete solo dei ragazzi con una canna in bocca che pensano di sapere tutto. Io alla vostra età svaligiavo tutti gli alimentari e nessuno, qua intorno, voleva pronunciare il mio nome». Il giovane Rocky è così piegato dai suoi quarant’anni che ha solo parole da cantarci, mentre usciamo con i borsoni e ci incamminiamo verso un’anonima utilitaria alle quattro di mattina. Insieme a noi c’è suo figlio. Il più vecchio fra noi. Il più arrabbiato.

Dal finestrino il quartiere ha un aspetto diverso, come sconosciuto, rapito nelle strade del mattino, di quegli studenti finiti fuori zona con i cellulari scarichi che si consumano le nocche sulla serratura mezza abbassata del fornaio per mangiare qualcosa.

Davanti a me Giovanni mi passa uno spinello, io fumo ma non so che cosa devo dimenticare. Il presente diventa un enigma per quasi duecento metri. Siamo in sei, stipati come animali, tutta felpe e scarpe da ginnastica di marca. Ci guardiamo male se per caso i nostri corpi si sfiorano. L’uomo così forte in testa, la piscia fra i pantaloni.

Quando la macchina si ferma tutti rallentano il battito e l’aria si condensa anche se è agosto. C’è una nebbia che non riesci a vedere ma quello che respiriamo è paura, se solo potessimo chiamarla così. In un attimo siamo fuori, ci copriamo la faccia, chi con le maschere,chi con la calza della propria madre, sottratta da un cassetto della camera mentre lei ancora dorme. E li vedi, questi santi pentiti, strisciare al buio, controllare che le cerniere del cassetto non possano svegliarle.

Perdonaci, regina della giustizia, madre piangente, siamo dei peccatori, noi.

Il mio riflesso su uno dei vetri dell’Unicredit centrale solo per un attimo. Indosso una tuta da meccanico, una maschera nasconde la mia faccia scura. Quella di tutti che appartiene a me. Vi basti sapere che sono alto, non più degli altri, mi sono mangiato un dente, fino a quasi toccare la gengiva per coltivare una sorta di amuleto nel mio molare più lontano. La particolare abitudine della mia lingua ha reso il mio sguardo più chiuso, la mascella più serrata. Un tipo di durezza della provincia, direbbe un antropologo, che forse ci rende uguali ma ognuno incomprensibile nella narrazione della propria storia. Giovanni è come me e poi tutti gli altri, solo che non lo sanno. È così deprimente certe volte vivere in provincia se sei povero.

Sono i due più coraggiosi a entrare per primi. Di Mazzanti riconosco il passo fiero, in Veroni la parlantina ma è Giacconi a prendere l’iniziativa. Butta a terra l’assonnata guardia giurata che non è in grado di capire cosa stia accadendo. Il suo sguardo è fra il triste e lo sconfitto, mentre viene calpestato dai nostri piedi. Sono io a trascinarlo e a lasciarlo da un lato, lì, vicino alle poltrone d’attesa, alla loro pelle liscia e imponente. Siamo dentro alla banca. Il figlio del giovane Rocky sbarra la porta e collega un esplosivo.

«Saltiamo tutti in aria qui!» Urla sputando saliva acida che colpisce la mia giacca.

Giacconi dice a tutti cosa fare mentre Giovanni rincorre la cassiera per legarla. Io e Mazzanti cominciamo a guardare dappertutto e poi mi trascina verso il caveau. Secondo la mappa dobbiamo scendere, secondo i nostri calcoli abbiamo mezz’ora per aprirlo. Mazzanti sembra essere un talento e vederlo controllare i movimenti degli ingranaggi, la pressione del tatto, senza che io possa aiutarlo, mi crea una sorta di rispetto, finché non capisco di essere un soldato semplice che regge una pistola senza aver mai sparato.

Non sono mai stato uno particolarmente abile coi numeri ma sospetto che qualcuno ci abbia ingannato. C’è molto di più di quanto ci hanno promesso. Cinquemila, forse sei, per ognuno di noi, che volevamo solo 500 euro. I risparmiatori della zona sono i più accaniti evasori dello stato. Difenderebbero fino all’ultimo cent questi risparmi caduti nelle nostre mani. Uno di loro, il più anziano, il più buono, entrerà fra qualche ora e morirà sapendo che ci siamo portati via tutto.

Siamo stati avari. Abbiamo preso più di quanto ci servisse e l’abbiamo speso male. Ci hanno presi tutti nel giro di quattro mesi. Mazzanti se la godeva con due ragazzine, in un albergo sopra un distributore di benzina. Rocky ha reinvestito tutto in scommesse e quando l’hanno trovato aveva appena ammazzato un tipo che gli doveva dei soldi. Giacconi al supermercato che rubava del latte in polvere. Giovanni l’ho tradito io, il giorno dopo la rapina e lui l’avrà fatto con gli altri. Mi sono venuti a trovare a casa, mia madre gli ha offerto il caffè. Si sono seduti e uno di loro mi ha mostrato il distintivo. La giustizia aveva bussato alla mia porta per fare il suo corso.

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

" tuta felpe e scarpe da ginnastica di marca" : non male, ma pare narrato con molta, forse Troppa, svogliatezza. Però funziona....Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Esordiente

Interessante ma con qualche problema di editing (es.: tutta felpe e scarpe da ginnastica: tutta cosa?)Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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di Francesco Pattacini

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