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Umoristico

Il concorso

Di elis@baroni - Editato da Elis.baroni
Pubblicato il 13/06/2019

La protagonista, una delle tante laureate disoccupate, decide di affrontare un concorso e di riprovare a studiare a quarantun anni. L'impresa, però, non sarà così semplice per lei, già afflitta da anni difficili nel mondo del lavoro.

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Il concorso

Dopo anni di sofferenze, durante i quali avevo provato in ogni modo a ritagliarmi uno spazio nel mondo del lavoro, era arrivato il momento di provare di nuovo la strada del concorso pubblico. Avevo compiuto quarantuno anni, dovevo cercare di sistemarmi a qualunque costo e nell’universo del lavoro privato era chiaro ormai che non potevo riuscire. Non sarei mai stata abbastanza “performante”.

Erano infatti finiti i tempi dei lavoretti tranquilli, tramontate le ere degli studi professionali dove potevi immergerti e scomparire per vent’anni come anonimo assistente. Ogni settore era stato rastrellato, tutto reso invivibile dalle migliaia di laureati come me a disposizione per salari sempre più miseri e a condizioni di lavoro sempre peggiori. Non potevi più sperare di farti dimenticare in un ufficio, o semplicemente in un negozio. Perché i negozi che resistevano erano solo quelli appartenenti alle catene, dove ogni arco temporale era considerato uno spazio per budget da raggiungere a costo di qualsiasi sacrificio, anche umano. Dovevi “rendere”. Mi proponevano “stage” da addetto vendita. Insomma, eravamo arrivati al lavoro pro bono anche nei supermercati. L’ultimo baluardo di serenità sembrava essere il settore pubblico, dove però i concorsi erano fermi da anni e dove ventilavano disegni di legge inquietanti, come quello della senatrice che aveva introdotto, per lavorare nei pubblici uffici, il requisito della “propensione ai rapporti interpersonali”. In maggio era finalmente uscito questo concorso per ben 17 posti alla biblioteca dell’Università di Firenze, la mia città, e un fiume di assetati proveniente da tutta Italia ci si era catapultato, 4633 iscritti. Io ero senza lavoro e lo avrei quindi tentato, ben consapevole delle poche speranze e col solo supporto, ormai gravemente danneggiato, del mio cervello. Raccolsi con diligenza tutti i materiali indicati nella bibliografia del concorso che impilai sulla minacciosa scrivania proprio davanti al mio letto. Ero sorpresa dal fatto che esistessero esseri umani che si dedicavano alla biblioteconomia per una vita, sfornando manuali sull’argomento. Era davvero incredibile come queste persone scegliessero soggetti che a me ispiravano la morte cerebrale con reale interesse. Era eroico. Iniziavo a studiare ogni mattina con le migliori intenzioni, che vacillavano al primo sbadiglio per crollare definitivamente con l’inizio di Forum. Decisi allora di fare come “da giovane” e andai a studiare in biblioteca, tutti i giorni. In fondo io ero una persona disciplinata, un modesto soldatino in fila con gli altri. Anzi in prima fila perché io ero “quella brava”, quel marchio mi era stato impresso a fuoco a 4 o 5 anni da genitori furbi, che così avevano massimizzato la mia resa. Questa volta però lo studio procedeva lentamente e io ero demotivata e triste. Avevo attacchi di panico, banche dati e web-directory mi perseguitavano, finché giunse il giorno in cui decisi che avevo dato il possibile e chiusi i libri.

Arrivò il D Day.

Avevano allestito l’intero palazzetto dello sport per contenerci. Eravamo tutti sconvolti, una marea composta da gente di ogni razza ed età, tutti coglioni che si guardavano in faccia l’un l’altro pensando “che sono venuto a fare?”. Chi raccontava che era disoccupato da anni, chi era venuto con i figli da allattare. Ognuno con la sua piccola dose di sfiga, eravamo patetici. E presto anche puzzolenti perché era luglio, e a Firenze l’estate si muore. Sudavamo e scuotevamo le teste, come degli anziani davanti ai lavori per i cantieri. Ci disposero nelle sale, sui banchetti singoli, con un foglio e una penna. I commissari sembravano agenti della Gestapo, pressati da un ruolo terribile. Ogni sguardo, ogni alzata di ciglia poteva essere interpretato come un accordo segreto. Erano tutti attenti alla fregatura, al “complotto” e anche solo l’ombra di una irregolarità avrebbe fatto saltare il concorso, che sarebbe stato indetto nuovamente e ripetuto. Questa prospettiva mi atterriva e mi bastava per farmi ignorare quello che facevano i commissari. Avrebbero potuto dettare le risposte ai loro amici di famiglia, non avrei né visto né riferito niente. Speravo solo di sbagliare tutto e di andarmene a casa velocemente.

Invece no. Non solo conclusi la prova che per me si rivelò essere addirittura banale nella sua semplicità, ma il mio cervello, come un server impolverato, era ripartito con un’enfasi sconosciuta da decenni. Ottenni il punteggio più alto. Il successivo esame scritto risultò un gioco, l’orale una passeggiata. Insomma, l’incredibile accadde, e, io vinsi il concorso. Un lavoro “fisso”, a tempo indeterminato. Importo netto in busta paga di € 1.245,00 al mese, con tredicesima e quattordicesima mensilità, ferie e malattia.  Potevo finalmente consentirmi il tanto agognato mutuo.

Poi mi svegliai, era il giorno della preselezione. Speravo che il mio vecchio scooter sarebbe partito per portarmi, almeno, al palazzetto dello sport.

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Babi ha votato il racconto

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ll tema è molto caldo attualmente. Peccato per il finale.Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Candy ha votato il racconto

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sf ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Luca Gramoni ha votato il racconto

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Finale un po' banale ma comunque imprevedibile. Tragicomico. Segnala il commento

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di elis@baroni

Esordiente