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Narrativa

Il Corto, l'Asina e suo figlio

Di SL - Editato da Elisabetta di Maria
Pubblicato il 04/06/2018

Genesi di un sicario.

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Tanino u Curtu la faceva tutti i giorni quella strada. Attraversava per il mezzo lo Zen, in seconda, per dare il tempo di essere riconosciuto e salutato e per avere il tempo di far leva su un fianco e protendere il più possibile il braccio oltre il finestrino, in segno di risposta.

Il ragazzetto, scuro e secco come un avanzo di rogo, tirò un mattone sul parabrezza di una 126 color caffelatte e il plotone di mocciosi che lo aveva accompagnato sin lì si dileguò all’istante.

Tanino rallentò l’andatura della Taunus.

A distanza, il più grande del gruppo prese a chiamare “Leo, curri, Leo! Vattinni!” Invece, Leo raccolse il mattone e tornò a scagliarlo contro ogni finestrino. Incurante delle urla che piovevano dal caseggiato, lo afferrò a due mani e lo picchiò sui fanali e sul cofano, con la furia del primo colpo, guardando negli occhi ciascuno, anche Tanino che, fermo in mezzo alla via, puntava il mento oltre il finestrino.

Dal balcone del primo piano una donna iniziò a gridare come un’ossessa. Un uomo in canottiera e ciabatte uscì di corsa dal caseggiato. Piangeva e urlava “Vastasu! Figghiu e buttana!” Il ragazzino gli mollò tra i piedi il mattone e guadagnò in un attimo tanto vantaggio da poter mostrare alla donna del primo piano l’indice e il mignolo ben tesi. “Curnuta! Curnuta!” gridò, scansando il mattone che l’uomo gli aveva tirato.

La donna si coprì il volto e continuò a gridare, mentre passanti e vicini tornavano con un brusio alle proprie vite.

L’uomo in canottiera restò con le braccia aperte come un Cristo, guardando Tanino.

- Tanino, ma che lo devo ammazzari?

- C'hai a fari? Picciotti sono! – rispose e ingranando la prima, a mezza voce, disse al volante - Lassa stari a Scecca! Che solo guai ci cavi.

Tutti sapevano chi era quel ragazzino e che genere di vendetta avesse consumato. Non ne ricordavano ancora il nome. Era u figghiu d’a Scecca. Una pazza, una sciroccata calata dalle montagne circostanti con quel figlio, che nessuno capiva come le fosse restato attaccato al seno.

A Scecca parlava da sola. Blaterava all’angolo dell’emporio, nel suo vestito blu a fiorellini bianchi, che spesso le snudava la spalla scarna. Era un abito ridotto a vestaglia sudicia e abbondante, come se lei vi si fosse prosciugata dentro.

Le donne cariche di spesa la scansavano, continuando a cicalare tra loro. Ma poi, mentre quelle erano ai fornelli o alla chiusura dell’emporio, qualche uomo avvicinava la Scecca con un fiasco di vino, una pagnotta o un mezzo chilo di pasta. Prebende sufficienti per avere la sua gratitudine e consumare nel suo appartamento quanto vi fosse ancora da consumare.

Le donne e gli uomini – questi sotto gli occhi delle mogli e a volte spinti fisicamente - avevano già posto il problema a Tanino. Lui minimizzava.

- Che devo fare? L’amazzo?!

- Cacciare, la devi!

- Cacciare? E chidda creatura, senza padre, c’a matri sciroccata?

- Quale creatura?! Chiddu jè nu vastasu, Tanino! Non tiene rispetto!

- Che facissi vuautri al posto suo? Jè masculu. Difende l’onore di casa.

Quella volta, Donna Tina alzò gli occhi dal rammendo.

- Eh! Facissi accussì puri vuautri... – commentò.

- Eh! Eh! – confermò u Curtu.

Gli uomini ammutolirono. Le mogli, alle loro spalle, si agitavano con i pugni stretti nei vestiti. Una protese il braccio oltre la cortina dei mariti.

- U dicissi, Patre, che non tengono rispetto mancu pi Diu!

- Picchì, – domandò Tanino a don Vincenzo – u picciotto nun tiene sacramento?

- Sì! – replicò la donna, mostrando indice e anulare – Dui vojte lo tiene!… che s’ammuccò pure l’ostia di mio figlio!

Don Vincenzo levò una mano.

- Il corpo del Signore è grande e generoso. Nun jè chistu u problema. Tanino, che è uomo di cuore, lo capisce. A Scecca è il problema! Risolto quello, tutti i cosi s’aggiustano. Ma tu, Tanino, ‘sto problema l’hai a risolvere. È un fatto di ordine pubblico. C’amm’a fari? Chiamare la polizia, i vigili? Devo parlare con chi ti sta sopra?... eh, che figura! Ti piace stu piciotto? T’u pigghi, ma ‘a Scecca, meschina, coi pazzi deve stare!

Donna Tina, insistendo sull’ultimo punto di rammendo, guardò il marito.

Le parole di Padre Vincenzo erano una benedizione. Tanino ci pensava da un po’ a prendersi il ragazzo. Ne aveva parlato con lei, che di figli non ne poteva avere. L’aveva portata con sé a spiare Leo, al crocicchio in cui era solito giocare coi suoi compari. L’avevano vista, nella Taunus, con il gelato in una mano e l’altra sul petto, a trepidare per i giochi spericolati del ragazzino.

Una volta, andarono insieme anche a casa della Scecca. Leo, una rampa più in basso, li spiava di tra le grate. Le portarono due sporte di spesa. Tanino disse che erano per lei e suo figlio, che era forte, sì, ma troppo secco. Disse che, così, non aveva bisogno di andare all’emporio... ma la Scecca è scecca! Quando scesero le scale Leo non c’era più.

Tanino annuì a lungo, in silenzio. Infine disse “Vedo che posso fare, Padre.”

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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....mi piace molto l'uso del dialetto palermitano...Segnala il commento

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matteo giordano ha votato il racconto

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