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Storico

Il cosacco

Pubblicato il 03/09/2021

Un cosacco molto volenteroso, il nostro Slava. Solo che…

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«Avanti, avanti!». Spronava il cavallo, voleva andare all’attacco.

Intorno, il resto dello squadrone era pigro. «Ma che fai, Slava? Va’ che dobbiamo attendere gli ordini». Quel commilitone lo disse con un tono annoiato.

«Ma certo, certo, però bisogna ricordare che noi cosacchi dobbiamo servire lo zar! I giapponesi minacciano la Manciuria…».

«E chi se ne importa! Per quel che mi riguarda, l’Impero può pure andare in malora… l’importante è che ci sia la vodka».

Slava scosse la testa. «Ma non ti vergogni?».

Per contro, il commilitone gli ruttò in faccia.

«Andrete tutti a contare gli alberi in Siberia. Disertori, vili…».

Ma se Slava protestava, gli altri cosacchi non lo ascoltavano: preferivano dedicarsi alla balalaika e la vodka, invece Slava voleva usare la sciabola.

Allora in lontananza comparvero i soldati giapponesi. Le facce sembravano un po’ quelle dei compatrioti di Slava, ma il loro sole rosso era inconfondibile.

Gli ufficiali pensavano ai belletti e a vantarsi di essere veri uomini, i cosacchi ballavano e trincavano, ma Slava non voleva essere come loro e saltò in sella al suo cavallino, quindi partì alla carica. «Per lo zar, per lo zar! Urrà, urrà!».

I giapponesi diventarono una falange di baionette, quasi un porcospino, e Slava si fermò appena in tempo per poi picchiare la lama su uno di quegli aculei. «Sporchi invasori! Ve la fa vedere un servitore dello zar…». Ma se lui era volenteroso, il resto dello squadrone non ne voleva sapere: alcuni cosacchi assistettero a quella scena come se fossero al circo, la maggioranza non voleva neanche dargli retta.

Slava continuò a combattere in quella maniera sterile, poi i giapponesi reagirono all’urlo di un loro ufficiale e scattarono in avanti.

Per non essere trafitto da quella coltre di zanne metalliche, Slava si ritirò pur con criterio: concedeva qualche metro, poi rimaneva immobile per alcuni istanti per dare una nuova interdizione, però per quanto ci si impegnasse nessuno accorreva in suo aiuto.

«Ma… commilitoni!».

Nessuno osò sostenerlo.

Alla fine Slava si ritirò del tutto, raggiunse il suo squadrone e fece spallucce mentre guardava gli altri cosacchi in tralice. «Ma perché non avete mosso un dito? Adesso i giapponesi verranno qui e…».

Risero di lui, poi indicarono verso i giapponesi: stavano sfilando via ignorando quello squadrone di cavalleria e Slava capì che non c’era mai fine alla pigrizia. «Hanno capito che non gli torcerete un capello». Si rassegnò, quella guerra era persa.

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Non ricordo le parole esatte ma la saggezza è capire quello che si può cambiare: inutile lottare contro l'inamovibile. Mi chiedo chi fosse saggio tra i protagonisti: sicuramente l'esercito Giapponese. Segnala il commento

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Fabio88 ha votato il racconto

Esordiente

Non se il racconto sia un'allusione a quanto accaduto di recente in Afghanistan, dove l'esercito afgano non ha mosso un dito per fermare l'avanzata dei talebani. Comunque, lo ho trovato molto attuale.Segnala il commento

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di Kenji Albani

Esordiente
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