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Erotico

Il dolcevita l'ho regalato

Pubblicato il 21/12/2020

Per chi ha letto "Il dolcevita", questo racconto narra la spessa scena da un altro punto di vista.

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Cazzo. Ogni mattina la prima parola che dicevo era cazzo. Tutti i giorni che Cristo manda su ‘sta terra la mia sveglia suonava alle cinque e mi trapanava il cervello. Provavo a spegnerla tirando manate verso il comodino fino a quando non la beccavo. Poi mi giravo e vedevo quella vacca di mia moglie che dormiva con la bocca aperta e allora non dicevo più solo cazzo, ma cazzo, che vita infame. Facevo meglio a darle un calcio in culo e lasciarla nel parcheggio quando mi aveva detto che era incinta. Però era la più bella di tutte, roba che al paese le persone si giravano a guardarla. Una puledra che mi invidiavano tutti e allora me l’ero sposata per fargli mangiare il fegato a tutte quelle zecche. Me l’ero presa io, loro potevano rimanere a mangiare pane e cipolle. Solo che dopo il matrimonio era scofanata e adesso nel letto mi trovavo ‘sto sgorbio. No, non una vacca. Una scrofa. C’ha le cosce con una cartina geografica di vene disegnata sopra, le tette che una volta erano pizzute e adesso le arrivano alle ginocchia, la pelle tutta bubboni. Però la bambina è bella assai, sembra sua madre dei tempi buoni. Lei me lo fa drizzare, la madre manco per sbaglio. Ma è ancora una creatura.

Pure quando carico la roba sul furgone e vado in giro a fare i mercati, vedo solo dei cessi che camminano. Piazzo i manichini ai due lati della bancarella e in mezzo i cartelli con le offerte. Arrivano le vecchie cornacchie, sembrano galline quando butti il becchime. Certe volte si strappano proprio le cose dalle mani, fanno la iosa tra loro io me ne sto appoggiato alla fiancata del furgone a guardarle. Quando mi chiedono: - Non è che mi togli qualche cosa? – manco rispondo.

Quel giorno mi sa che c’era sciopero al liceo perché a un certo punto ho lumato ‘sta ragazzina davanti al manichino. Lo guardava come fa mia figlia davanti ai negozi di giocattoli. C’avrà avuto quindici o sedici anni. Pure se sembrava una creatura, dalla giacca aperta spuntavano due tette appuntite. Tenevo la sigaretta tra due dita, col pollice sotto il mento e me la studiavo. Mi ero dato una passata veloce sulla patta dei pantaloni. Si era intostato. Allora mi ero staccato dal furgone per avvicinarmi:

- Vuoi provarlo? – avevo chiesto.

- No, non ho soldi – aveva risposto.

- Provare non costa niente.

Si era guardata intorno. Di profilo c’aveva proprio un bel nasino all’insù. Era una fighetta che sputaci sopra.

- Dove posso provarlo?

- Nel furgone. Vieni.

Avevo allungato una mano. La sua era piccola ma con le dita lunghe. Chissà se qualche ditino se l’era già fatto sparire in mezzo alle gambe, ogni tanto. Aveva poggiato un piede sullo sgabello ed era entrata nel furgone. In fondo tenevo sempre uno specchio e una sedia perché mi capitava che a qualche vecchia veniva lo spilo di vedere come stavano le magliette che vendevo e allora avevo improvvisato un camerino per quelle baldracche vanitose. Ma questa era tutto un altro film.

- Puoi spogliarti lì – avevo detto, indicandole la sedia.

– Lei non resta qui, vero? – mi aveva chiesto. Mi era scappato da ridere.

- No, torno a lavorare.

- Può lasciare la porta aperta?

Allora avevo capito. Altro che angioletto. Quella era proprio una troietta che voleva farsi guardare. Magari toccare pure. Chissà se l’avevano già sverginata.

Ero sceso dal furgone. Avevo buttato l’occhio dentro per vedere cosa stava facendo. Si era spogliata e stava ferma di profilo. Stava in posa, la puttanella. Poi si era infilata il dolcevita che voleva provare e si è messa a toccarsi. Si passava le mani sulle tette, poi sul collo. Allora avevo deciso di entrare pure io.

- Shhhh. Non ti faccio niente – avevo detto.

L’avevo presa per i fianchi e me l’ero avvicinata. C’avevo il cazzo che manca poco mi rompeva i pantaloni. L’avevo piazzato in mezzo alle sue chiappe. L’altra mano gliel’avevo passata sul collo, come stava facendo lei prima. Le avevo dovuto mettere una mano sulla bocca a quella troietta, ché non avete idea dei versi che faceva. Le stava proprio piacendo. Avevo infilato una mano sotto il maglione, me l’ero riempita con una tetta piccola e soda. Quella intanto si teneva una mano in mezzo alle gambe. Una faccia da creatura e le mosse di una puttana consumata. Mi stavo slacciando la cintura. Se proprio me lo chiedeva, e si capiva che me lo chiedeva da come faceva pure se c’aveva la bocca tappata, me la sarei scopata là nel furgone, ché tanto nessuno l’aveva vista entrare.

- Quanto viene la pelliccia? Giovane?

Ci mancava la vecchia che voleva sapere il prezzo. Mi ero allacciato i pantaloni. La puttanella mi guardava con gli occhi da Bambi, ché lo so come sono perché ho visto il cartone animato con la mia bambina.

- Copriti – avevo detto.

Stavo già scendendo buttando bestemmie. Mi aveva chiamato: - Scusi?

- Che vuoi?

- Posso tenerlo il dolcevita?

Manco avevo risposto ed ero tornato alla bancarella. Con la coda dell’occhio l’avevo vista uscire dal furgone. Certo che per dieci euro e cinquanta potevo almeno farmi fare un pompino.

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Lucio caccamo ha votato il racconto

Esordiente
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Paolo Fiorito ha votato il racconto

Scrittore

Scritto molto bene come al solito. Interessante la doppia prospettiva per il medesimo racconto ma, a mio avviso, non aggiunge nulla di nuovo rispetto al primo. In questo fornisci solo alcuni particolari sulla vita del violentatore ma la sua figura era già completamente delineata nel precedente. Anche la trama si incanala da subito in un percorso scontato, che non sorprende: anaffettivo frustrato che rivolge le proprie pulsioni predatorie sulle più facili vittime minorenni. Manca una profondità del personaggio che invece disegni meravigliosamente nel testo precedente. La donna-bambina attratta dal dolcevita-giocattolo che sale con reale ingenuità nel furgone buio e diventa preda dell’orco puzzolente, a causa del quale prova repulsione-eccitazione e quindi resistenza-abbandono. Splendida la capacita di sintetizzare, nel finale, la reale confusione nella quale, la violenza subita, lascia la ragazza: non una disperazione urlata ma un disorientamento sulle responsabilità dell’accaduto, non un odio verso l’orco ma, più ingenuamente, un credito da pareggiare con il dolcevita, quasi a simboleggiare il recepimento di un modello di donna che vende la sua femminilità. Mirabile sintesi dei danni che una violenza, neppure percepita come tale, può provocare. Però nell’altro racconto. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Non lo so: a me trasmette disagio, allo stato quasi puro. Come la dissezione di un cadavere, con il commento dell"addetto autoptico, in sottofondo, e un brano di Marylin Manson, mashappato al Carmine Burana di Orff... scelto dell'assistente di turno, a sottolineare il tutto. Non riesco ad apprezzarlo, nonostante riconosca la qualità della scrittura. È Un esercizio di scrittura, necessario, forse, che però mi "sazia" alla prima lettura. Non c'è pathos, né turbolenza semantica, e neanche quel chiaroscuro umorale... quella distorsione progressiva dell "equilibrio emotivo e morale"... che trovo necessaria, quando assisto (a) o leggo un "episodio" di siffatta ferocia comportamentale, prima di venire trascinato nel gorgo delle sue conseguenze. Ho provato lo stesso effetto quando ho visto "Le iene" di Tarantino: film girato benissimo, fotografia ineccepibile, dialoghi feroci e congruenti, atmosfera splatter/punk/post-gotica pre-horror post-mostruosa, musica wow... !!! Però non vorrei rivederlo... perché mi ha turbato troppo. Ma vedo che le "fanciulle" hanno apprezzato molto più dei "maschietti", a dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) dell'interdisciplinearità psico/gastro/letteraria dell'universo femminile, che mette spesso in scacco quello maschile.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Tu scrivi bene e come dice Silvia il diverso punto di vista è una prova interessante. Rispetto al primo mi si chiude un po’ di più lo stomaco ma credo che sia in linea con quello che deve provocare. In più nel primo ho trovato un maggiore effetto sorpresa alla fine con quel tenersi il maglioncino. Comunque bravaSegnala il commento

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

Esordiente

ho bisogno di riposo... continuo a vedere Terence Fletcher dappertuttoSegnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

La scena è molto "spessa"Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Nauseante, quindi funzionaSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Prima di leggere questo sono andata a rivedere l'altro. L'idea del diverso punto di vista è molto interessante. Questo secondo è faticoso per me, le parole denotano una violenza interiore che trovo difficile da sopportare; ma questo non conta, fa parte del mio sentire. Se nell'altro racconto mi aveva colpito la veridicità dell'atteggiamento della ragazza, quella specie di ottundimento che ci prende quando siamo vittime di una violenza, sia essa verbale o fisica, qui mi turba la personalità del mostro, che viene fuori in tutto il suo orrore. Quindi, direi che il racconto ha centrato il segno. Segnala il commento

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di Simonetta Gallucci

Esordiente
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