Levigare un pezzo di legno è faticoso. 

Le mie mani stringono della carta abrasiva e, pazientemente, passano e ripassano su un'asse. Il sudore inizia a scendermi dalla fronte mentre mi chiedo se riuscirò mai a rendere la sua superficie liscia. Dubito quando una scheggia mi entra nel palmo: il dolore mi trafigge, il sangue scola dalla ferita, il mio dolore riempiono la stanza.

Guardo l’asse che rimane immobile, come se niente fosse successo lei resta ruvida a guardarmi, a sfidarmi a continuare. Io accetto, riprendo in mano la carta e continuo perpetuo, non curante del dolore, a togliere uno strato alla volta tutto ciò che fa attrito. La polvere si alza nell’aria ed io la respiro riprendendo il coraggio nel vedere che i miei sforzi iniziano a dare i loro risultati.

Ora sembra liscia, ma il colore è opaco.

"Non è ancora perfetta," mi dico guardandola.

Forse ci vorrebbe del colore.

Allora guardo tra i miei colori, cercando il più bello, mi capita tra le mani un impregnante all’acqua: per niente aggressivo, ecologico, trasparente. 

"Più che coprirne l’opacità dovrei tirarne fuori le venature," mi dico seguendo con le dita quelle linee naturali che, da molto prima che io iniziassi a levigare, erano lì.

Intingo il mio pennello, lo passo sull’asse ed ecco che appaiono. Sono bellissime e, anche se non tutte sono perfette, l’impregnante le fa brillare nella loro naturalezza.

A lavoro finito la mia asse è liscia, le sue vene sono esposte e io ne godo la bellezza.

Il sangue sul palmo della mia mano ha smesso di scorrere ed il dolore è scemato in un sordo formicolio a cui non faccio più caso.

Annuso la mia asse ed il suo odore mi riempie il naso.

È perfetta, mi dico appoggiandola con le altre assi, già levigate, che mi sono costate altrettanta fatica e dolore.

Quando tutte le assi saranno pronte le unirò una all’altra e finalmente darò forma al mio più grande sogno: una CASA.