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Fantastico

Il futuro del passato

Pubblicato il 31/10/2020

I cimiteri del futuro

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– Venga, venga – mi diceva – su, su, non abbia paura. Nessuno le farà del male qui.

Davanti a me, una figura bizzarra mi guidava a passi svelti voltandosi di tanto in tanto per accertarsi che la stessi seguendo.

– Venga! – Il suo invito era al tempo stesso pressante e flemmatico. Non avrei saputo dare un’età a… In effetti, non sapevo neanche se si trattasse di un uomo o di una donna. Dalla statura avrei sospettato piuttosto una fisionomia femminile, ma era impossibile capirlo perché la mia guida era intabarrata in un pastrano verde oliva lungo fino alle caviglie con le maniche che le coprivano quasi completamente le mani. Anche la sua voce era ambigua. Il suo tono sorridente, se così si può dire, accompagnava i sommessi rimbrotti che mi spronavano ad arrivare in tempo a un appuntamento. Neanche i lineamenti non avrebbero potuto aiutarmi perché la sua testa era imbacuccata in uno di quei vecchi caschi di cuoio e i suoi occhi nascosti da spessi occhialoni col bordo imbottito. Lo portava con la chiusura slacciata sotto il mento. Si sarebbe detto un vecchio aviatore degli anni venti. Del Novecento, intendiamoci.

La mia guida apriva porte, percorreva corridoi, scendeva e saliva ampi scaloni facendomi cenno di seguirla da un ambiente all’altro. I muri e i soffitti rivestiti di legno pregiato ricordavano gli interni esageratamente tenebrosi e un po’ ansiogeni dei film di Harry Potter.

“Se riesco a pensare a quei film,” mi dicevo, “allora non sto sognando”. Stavo penetrando sempre più profondamente all’interno di un edificio che non avevo mai visto. In un altro momento la cosa mi avrebbe inquietato, ma non mi sentivo impaurito e con naturalezza seguivo la figura che mi precedeva senza chiedermene la ragione.

– Ecco, ci siamo!

Ci ritrovammo in un grande salone dal soffitto altissimo, disposto su diversi livelli e con rampe che portavano a ballatoi posti a piani intermedi. Sembrava una biblioteca ma senza libri. Al loro posto c’erano migliaia, milioni di fotografie, o meglio delle effigi di persone che sbucavano da cornici di varie fatture e dimensioni. Sì, erano proprio dei ritratti (oppure ologrammi) e di colpo mi sentii osservato da una miriade di occhi che dai loro riquadri mi guardavano, chi severi, chi sorridenti.

– Dove siamo? – Chiesi sbigottito.

– Questo è il futuro del passato – rispose la guida, come se volesse mettermi in difficoltà.

– Non… non capisco – balbettai.

– È ciò che una volta chiamavano cimitero. Ma quelli esistevano tanto tempo fa, prima della fine del Grande Spreco.

– Del grande cosa? – Non avevo la più pallida idea di che cosa stesse parlando.

– Da quando è iniziata l’epoca dell’Eterno Riciclo, le salme non sono più seppellite. E neanche cremate. Sarebbe un doppio spreco d’energie. Oggi tutto viene riutilizzato. Non possiamo più permetterci di buttar via. Neanche i morti.

– E queste immagini allora?

– Anche nella morte l’uomo ha bisogno di un po’ di poesia. E soprattutto di conservare la memoria. Vuole sapere come funziona? Ne tocchi una, prego. Su, su, non abbia paura.

Sfiorai l’immagine di un giovane che avevo di fronte, in mezzo a tante altre. Di colpo “seppi” tutto di lui: vidi i suoi genitori che lo tenevano in braccio, la torta con le candeline, la bicicletta rossa, i giochi nel cortile della scuola, i primi baci con una ragazzina bionda, poi treni, viaggi, dei libri, uno scooter, un appartamento lontano da casa, un ufficio, altri baci, una grande città, un’automobile… La visione s’interruppe. La guida mi aveva preso il braccio e l’aveva abbassato.

– Una sbirciatina va bene, ma lei non è un Sapiente. Solo loro possono vedere tutto. Neanche ai parenti è permesso; sarebbe indelicato, non crede?

– Ma come… Che cosa vuol dire il futuro del passato? – Mi girava un po’ la testa come se avessi bevuto qualche bicchiere di più.

– Ah, sì, capisco. Lei qui ci è arrivato per caso. Non è colpa sua. Non si preoccupi, vedrà che non si ricorderà più di nulla. Anche i migliori sistemi a volte s’inceppano. Comunque, visto che ci siamo… prima d’andarsene… guardi: c’è anche lei qui.

Il mio corpo non oppose resistenza alle mani nascoste dalle maniche del pastrano verde oliva che mi fecero girare su me stesso di centoottanta gradi. Sulla parete di fronte a me, attorniato da una bella cornice dorata, la mia fotografia mi stava sorridendo.

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