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Narrativa

Il Gabbiano

Pubblicato il 05/02/2020

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Secondo Gina, la scelta di trasferirci qui, da dove sto scrivendo, era stata una delle poche cose giuste che aveva fatto nella vita. Come quando mi ero lanciata da una scogliera dell’Egeo a vent’anni, l’intensità del moto vitale era stata la medesima, così lei. Benché avevamo penato per trovare un nuovo impiego, ogni mattina, quando la luce arancione s’inerpicava con progressione sulle mura fresche di tinteggiatura, noi sgattaiolavamo fuori dalle lenzuola, afrore di cannella, e abitavamo i nuovi spazi come creature aliene appena sbarcate sul globo terrestre, dotate di grandi occhi curiosi e inclini alla meraviglia. Il nostro appartamento non è nulla di speciale, oggi come allora. È una di quelle case antiche, coi muri spessi, fresca d’estate e calda d’inverno. Però Gina aveva saputo conferirle una nuova identità. Piccola ma aggraziata, si diceva.

Durante i primi mesi avevamo sondato la città con il grado di disorientamento misto a stupore tipico degli esploratori. Calcavamo grandi piazze colme di innamorati, ci addentravamo in viuzze strette straripanti di folclore, innalzavamo lo sguardo verso palazzoni variopinti con gli intonaci scrostati, serpeggiavamo tra banchetti di frutta e verdura (e non solo) seminati ovunque, dietro ai quali, uomini e donne con la pelle perennemente abbronzata, esaltavano a gran voce e in dialetto la qualità della loro merce, invitavano senza soluzione di continuità i passanti a approfittarne, a goderne, a assaporarne tutta la freschezza che li connotava. Appena colti! Roba della nostra terra! Una cannonata!

Il lungo mare, irradiato di luce sempre, affollato e vibrante di vita a qualsiasi ora del giorno, ospitava le nostre lunghe camminate spensierate, ed era come se il vento ci sollevasse da terra, a ogni passo l’abbrutimento accumulato durante quella che ci piaceva definire “la nostra vita precedente”, un arco temporale inframezzato perlopiù da traffico estenuante, da ritmi serrati e da nevrosi a fondo perduto, era come se si disperdesse a poco a poco nel blu perlato della distesa marina adiacente, sprofondando nei fondali, messo a tacere per sempre.

Gina si era iscritta a un corso di recitazione. Il teatro la appassionava, ma aveva sempre ignorato quello slancio interiore atto a promuovere se stessi in attività che non rientrano nell’orbita lavorativa. Leggeva Beckett e Brecht, si riscopriva capace di impersonare vite non sue, aveva iniziato a scrivere drammi e qualche racconto per il solo piacere di farlo. Quando la osservavo, vedevo in Gina una donna riconciliata con l’esistenza: era come un’ape nell’alveare, come un frutto maturo pendente dal ramo di un albero, o più banalmente come una bambina che gioca. Ai suoi spettacoli non ero mai mancato, anche se a dirla tutta a me, il teatro, non piaceva granché. Quando il sipario calava sancendo la fine della rappresentazione, scroscio di applausi, io andavo a aspettare Gina fuori all’entrata, fumo di sigarette, lei mi raggiungeva dopo una mezz’ora e ci si univa al resto della compagnia teatrale alla volta di una tavolata di pesce e vino bianco freschissimo, e brindavamo al successo, fiumi di risate, e si finiva sempre a bere un bicchiere di troppo, a fare l’amore ognuno nelle proprie case.

Quattro anni dopo il nostro approdo in quella città bagnata dal mare, la storia tra me e Gina si concluse. Mi aveva parlato di un singolo episodio di tradimento con un uomo a me noto, con il quale avevamo trascorso molte delle cene consumate a seguito degli spettacoli, e sempre con il quale lei aveva instaurato una certa complicità che non poteva più essere ignorata. Così lei aveva raccolto la sua roba, e si era smaterializzata dalla mia vita. Da un giorno all’altro.

Ossessionato dal suo pensiero, assediato da un’impellente necessità di rivederla, avevo desistito al proposito di ricominciare la mia vita senza Gina, e mi ero recato al teatro di una città limitrofa per assistere alla rappresentazione di un dramma di Čechov, Il Gabbiano. Avevo comprato un biglietto in platea tra le ultime file per assicurarmi di non essere visto. Verso la metà dello spettacolo, Gina non era riuscita a concludere la sua battuta, si era portata una mano al petto, aveva vacillato un poco e alla fine si era accasciata sul palco. Avevo considerato quella reazione inaspettata come facente parte del copione. E lo feci anche quando avevo visto urlare uno degli attori che popolava la scena. Come ho accennato sopra, a me il teatro non interessava, non lo conoscevo, molto spesso la noia era così tanta che gli occhi mi si chiudevano senza che me ne accorgessi. Pertanto è solo quando gli spettatori si erano alzati dai loro sedili allarmati, uno dei quali si era addirittura precipitato sul palco qualificandosi come un medico, è solo allora che mi ero davvero reso conto di trovarmi di fronte a uno spaccato di realtà e non più di finzione. 

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Edoardo Radaelli ha votato il racconto

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Bruno Leri ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bello, molto ben narrato Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

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Sono arrivata alla fine e ne volevo ancora, spero ci sia un seguito! Per il titolo, non mi è chiaro il nesso. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Alessandro Mirante ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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nadelwrites ha votato il racconto

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di Heimito

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