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Narrativa

Il giorno che Leuca volò

Pubblicato il 19/09/2020

... Leuca usciva nella luce del pomeriggio e camminava, lasciando che il vento la stordisse e le si insinuasse dentro, scavandole un vuoto nel petto come aveva fatto con i tronchi cavi e torti degli alberi lì intorno.

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Il giorno che Leuca volò cadde d’Agosto.

Nessuno aveva fatto caso ad Ardimenò nel viavai di gente in via Beltrani: un cafone con la giacca di fustagno che cascava larga addosso e la barba di una settimana buona, forse diretto al porto ad aspettare che arrivassero a sera i pescherecci per comprare un cartoccio di sarde da portare a casa, o forse un mezzadro che aveva scaricato orci di olio nel cortile di uno dei palazzi padronali lì a Trani, e ora vagolava perso, abbacinato dal sole basso sulle pietre bianche delle case e delle strade a perpendicolo di tramonto; oppure era solo uno che cercava come riposare gli occhi da tutta quella luce in un boccale di vino rosso. Ma si era messo a gambe larghe di fronte a palazzo Mazzarò e con le mani alla bocca aveva gridato Leuca, ohi Leuca. A questa prima voce il venditore di alici salate smise di cantare della sua merce vicino al carretto, e tutti nella via si stranirono a sentir chiamare la primogenita di Mazzarò, quando già il nome della famiglia era di solito sostituito da un cenno al palazzo, o coperto con una mano sulla bocca. Alla seconda voce le donne si tirarono i figli piccoli, e alla terza erano tutti in casa, le porte chiuse per decenza e le orecchie bene aperte. Leuca mia, bedda mia, gridava Ardimenò agli scuri del palazzo chiusi all’afa, ormai solo nella via. Leuca sto cca fore, iesce, furono le parole di Ardimenò, e le persone tappate in casa si dissero l’un l’altra che il cristiano aveva il cervello toccato dal caldo, certamente; ma la paura che non si dissero era che ce l’avesse toccato dall’amore, e in quel caso solo a sangue poteva finire.

Cosmo Mazzarò sedeva al capo di una tavola di lino e porcellana di Capodimonte. Non dava a vedere di sentire le grida dalla strada, con gli occhi al piatto dava l’esempio e la famiglia, seduta e in silenzio, procedeva a mangiare. Tutti, tranne la moglie Creanza che in piedi teneva la mano sulla spalla di Leuca, a consolamento, controllo e monito; e in quel decoro spiccava l’incarnato di pane crudo e le occhiaie come pozzi della ragazza. Vuotata la tazzina di caffè Cosmo Mazzarò si fece scostare la sedia e alzatosi aprì gli scuri, e nel bianco abbacinante di sole e pietra si poggiò alla ringhiera del terrazzo e guardò giù.

“Chi chiama?” chiese, guardando il giovane come se non l’avesse riconosciuto alla prima voce.


Sapeva chi era. Gli ultimi giorni di Maggio, prima che il caldo vincesse la città, aveva mandato la famiglia nella tenuta di Calderina a passare l’estate. Era, quella, una striscia lunga e stretta che partiva poco fuori Bisceglie ed arrivava fino alla vecchia torre vicereale: terra rossa messa ad ulivi a ridosso del mare, senza altro che alberi in file parallele e casarelle di pietra che Cosmo Mazzarò lasciava che i cafoni si costruissero per ripararsi dalla notte, e consumata dal vento che soffiava senza ritegno ma che rendeva sopportabile il caldo. Lì Leuca girò le stanze, lesse i libri che trovò, giocò ai giochi dei piccoli con i fratelli. In capo a una settimana non sapeva più che fare. Chiese alla madre di poter uscire a passeggiare, e Creanza guardò fuori dalla finestra e contò sulle dita: mare, terra, ulivi, cielo. Quattro cose. Ci mise Leuca ed erano cinque, non c’era niente là fuori che potesse fare del male. Ottenuto il permesso, Leuca prese l’abitudine di camminare fino ai ruderi della torre sul sentiero sottile di polvere che divideva le ossa calcinate di cui parevano fatti gli scogli dal rosso della terra.

Creanza era nata nobile e andata sposa ai soldi di Cosmo Mazzarò, non conosceva le ore passate su quella terra e nel suo conto mancava il vento: la figlia usciva nella luce del pomeriggio e camminava, lasciando che il vento la stordisse e le si insinuasse dentro, scavandole un vuoto nel petto come aveva fatto con i tronchi cavi e torti degli alberi lì intorno. Leuca cercava di che riempirsi, e le pareva impossibe che su quella terra piatta e vuota potesse trovare un segreto, una dolcezza che potesse farlo; eppure il vento le chiedeva di andare, e lei andava. Arrivava, accaldata, fino alla fontana sotto la torre, per bagnarsi gli occhi e la pelle secca. Così fece anche il giorno dell’Assunzione di Maria, e alla fontana ci trovò Ardimenò.

Il ragazzo aveva portato le capre all’abbeverata, e quando guardò la ragazza la vide arrossata e stanca; le fece spazio vicino alla fontana, tagliò due fette di formaggio e strappò del pane della sua bisaccia per entrambi.

Leuca tornò i giorni successivi. Ardimenò aveva capito che Leuca arrivava col vento, e quando soffiava metteva capre e cane sottovento perché non si stizzissero a sentire l’odore di un estraneo, e la aspettava, per togliersi il cappello e sorriderle. Le insegnò sulla punta del bastone i buchi della serpe, e dove trovare le more e come prendere quelle nere, senza farsi male, e a lasciare quelle rosse per i giorni a seguire, e a ogni cosa nuova davano il nome, in dialetto e in italiano. Gli occhi di Leuca gli si impigliarono addosso.

Creanza guardava dalla finestra la figlia tornare dalle sue passeggiate. La giumenta giovane prima di venir sellata viene tenuta corta di biada perché rimanga nervosa e scattante, e se va a passo tranquillo aveva trovato da sola di che far festa, e Costanza vedeva la figlia acquietata e sazia. Guardava i filari di ulivi, preoccupata, e nel conto sempre quattro cose ci faceva entrare, e cinque Leuca. Alla fine la serva vecchia, per pietà di servitrice o cattiveria di anziana, si prese la briga di aggiustare il conto sempre sbilenco di Creanza: signora, disse, io non mi permetterei mai, ma di vostra figlia dicono così, così e così.

Creanza mandò un’ambasciata al marito, che venisse con urgenza, e convocò Leuca. Figlia mia, le disse, abbiamo peccato: in pensieri, parole, ed opere tu; e in omissioni io. Poco altro le disse, ma quando Leuca provò il portone del palazzo lo trovò chiuso, e a niente valsero le sue preghiere al guardiano. Rimase al portone, a piangere e a chiamare Ardimenò. A sera la servitù la trovò ancora lì, ma china a bisbigliare tra gli spazi delle assi fessurate. Fu portata via a forza, e dietro il portone spalancato non c’era più nessuno. La notte non fu lasciata nera intorno al palazzo, venne illuminata da lanterne nella paura che il buio nascondesse Ardimenò. Leuca passò il tempo in attesa del padre nell’ombra di camera sua, la cui finestra fu chiusa e sprangata: che si abitui, disse con disprezzo Creanza, che in convento sole non ce n’è. Leuca piangeva e supplicava quando i passi di qualcuno si avvicinavano alla stanza, e gridava quando sentiva che si allontanavano. Cosmo Mazzarò arrivò e passò in rivista la terra, gli animali e la servitù. Salutò la moglie, poggiò una mano sulla testa di ciascuno dei figli a benedizione; chiese di Leuca e gli venne riferito. Ripartì per Trani la sera stessa portando con sé la figlia.


A vedere Cosmo Mazzarò, Ardimenò acquietò le sue grida e si cavò il cappello, ma non piegò la testa.

“Sono Ardimenò” rispose.

“E che ci fai qua? Perché non stai a Calderina a guardare le mie capre?”

“Tengo una parola da dirci a Leuca.”

“Adesso diamo da parlare alle femmine della mia famiglia così? E io chi sono, nessuno? Se vuoi qualcosa, tu con me devi parlare!”

Ardimenò si passò una mano sulla faccia sudata. Gli facevano male gli occhi a guardare Cosmo Mazzarò là in alto, nella luce.

“Don Mazzarò, dateci la pace a chist’ommo.”

“La pace ti devo dare? E che sono io, confessore? Hai sbagliato palazzo, questo non è San Martino!”

Ardimenò rimase in silenzio. Poi proseguì: “Io sono venuto per chiedere a Leuca una cosa. Perchè lu core mi stizza in petto.”

“Ah, ma allora continuiamo con gli equivoci qua! Ora sono diventato dottore fisico, che ti devo guarire? Magari te ne fai consigliare uno”, disse alzando ancora di più la voce, “da uno di questi disgraziati che stanno tappati in casa con le orecchie appizzate! Uscite, uscite, che tanto ormai i fatti miei stanno stesi al sole come panni appesi!”

“Leuca è femmina fatta, ha da decidere lei.”

“Leuca è roba mia!”

“Voglio che lo dice lei che me ne devo andare.”

“Tu te ne vai subito invece, o quant’è vero Cristo in croce prendo la scoppetta!”

“Non mi mandate a menare ancora suspiri a mare, non mi date questo dolore.”

Don Mazzarò stette in silenzio. Da dentro, veniva la voce di Creanza che pregava il buon cuore di Gesù bambino di far crepare quel capraro seduta stante. Don Mazzarò la sentiva, ma era nato povero e lui lo sapeva che le preghiere dei ricchi non arrivano più in alto del tetto dei loro palazzi. La preghiera e la protezione del benestante era la sua roba.

Non volle abbandonare la sua ira Don Mazzarò, ma la sua voce si abbassò, di poco, e si fece meno sprezzante.

“Ma tu che vuoi da me, Ardimenò. Che vuoi. Che ti dò mia figlia? Facciamo un bello sposalizio, e poi? Vi mando a pascere capre a tutti e due? Vuoi che ti faccio entrare dalla porta grande in casa mia, ti faccio sedere a tavola con me, ti dò le mie cose in mano? Tu lo capisci, Ardimenò, che non è cosa?”

“Io non capisco più niente, e niente voglio capire. Voglio vedere a Leuca, fatemi vedere a Leuca. Solo una parola.”

Don Mazzarò lo guardò meglio, e gli vide addosso la barba lunga, la magrezza e la febbre. Lo immaginò tornare con la furia in corpo a Calderina, in mezzo ai suoi ulivi, fare scempio la notte dei suoi animali, e il giorno usare l’arsura e il vento per dar fuoco agli alberi e ai magazzini. E sarebbe stato inutile cercarlo se si fosse nascosto tra rovi e pietre. Lo guardò negli occhi, gli vide la rabbia ed ebbe paura: di essere povero ancora, e della fame, che aveva ricacciato indietro a furia di pranzi e cene ma che non se ne era mai andata e gli si era rintanata in fondo alle viscere, accucciata nel posto che avrebbe dovuto accogliere il pane da bambino, e invece era sempre stato vuoto. E da quel posto la fame gli parlò nella lingua che senza fatica aveva cacciato da tempo dal cuore, con più difficoltà dalla lingua e dalla testa, ma che era rimasta nel profondo insieme alla fame; in quel dialetto greco e bastardissimo del villaggio da dove veniva, che aveva barattato con l’italiano, gli disse che quelli erano ammàddia tu lìcu, gli occhi del lupo. Un lupo che avrebbe sentito grattare alla porta di notte.

“Vattene in pace” disse Cosmo con gli occhi sbarrati.

“Non mandatemi via, che se torno a Calderina ora, me ne vado a girare come un cane arrabbiato in mezzo alle terre. Maledico la mia vita e gli strazzi che tengo addosso che mi fanno povero, e auguro il male di chi mi tiene lontano da Leuca.”

La maledizione amara del povero al ricco è potente, sa aspettare e strisciare intorno a lui e alla sua famiglia per anni e a niente servono i muri dei palazzi. Don Mazzarò sbiancò a riconoscerla, si girò sui tacchi e rientrò quanto più veloce possibile, prima che gli venisse buttata addosso, gridando di chiudere svelti gli scuri.

Ma non fece a tempo. Leuca aveva sentito la voce di Ardimenò, aveva pianto e si era agitata, e quando vide che la stavano chiudendo dentro di nuovo si alzò di botto, spiritata, e nel trambusto del padre che gridava e della servitù che si precipitava corse al balcone, spalancò gli scuri e si buttò giù.

Leuca, pazza di vento e d’amore, pensava che sarebbe volata come un passero, che avrebbe avuto ali all’improvviso; e invece il vestito di trine le si arruffò addosso e schiantò a terra proprio davanti ad Ardimenò, che sentì le ossa che si spezzavano, e vide Leuca a braccia larghe sulla strada, e il sangue che scolava tra le fessure delle pietre bianche.

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Mayy ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Un brano mirabilmente romanzato in cui ti accosti senza paura alla tradizione dei grandi autori del sud. Ho trovato il tutto molto curato, ambientazioni, linguaggio, luoghi comuni e similitudini. Sicuramente frutto di un lungo e impegnativo lavoro, ergo: un racconto come questo non si scrive in due ore. ApplausiSegnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Grande racconto, denso e tragico. Amore, dolore e bellezza usati come una forza primordiale, atavica, che nessuna ragione può mitigare, se non quelle della scrittura, quando riesce ad ascoltare e a scavare come hai fatto tu... mirabilmete, Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Ondina ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Come ha ben notato Paolo Sbolgi, questo è il linguaggio dei vinti. Da siciliana lo riconosco, lo sento confitto nell'anima e nelle ossa. Il tuo racconto è credibile, e meravigliosamente costruito.Segnala il commento

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gordon comstock ha votato il racconto

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sembra un racconto di un'epoca passata ma molto bello.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Una tipica storia del sud, di quelle che la tradizione letteraria siciliana ci ha insegnato ad amare. Bellissimo il linguaggio e grande ritmo.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Mare, terra, ulivi, cielo: elementi di un mondo primordiale in cui Leuca ne diventa il quinto. Mossi da questi elementi, da forze ancestrali che li travalicano, si svolge il dramma dei personaggi. Con la forza della narrazione e del linguaggio, una storia che ricorda quelle dei vinti del VergaSegnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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di Fiorenzo

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