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Narrativa

Il giorno giusto

Pubblicato il 27/09/2017

Un racconto molto molto molto breve, scritto nel 2011.

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La stanza era piccola ma molto luminosa, pulitissima.

Le pareti bianche davano al tutto un che di paradisiaco, da un momento all'altro ti saresti aspettato di veder comparire San Pietro e il suo mazzo di chiavi.

Tutto era bianco lì. Persino io, dopo qualche mese di degenza, iniziavo a imbiancarmi e probabilmente entro qualche settimana sarei entrato a far parte dell'arredamento. L'avevo visto accadere: tutti entravano a far parte dell'arredamento.

Dapprima scalciavano, si dimenavano e facevano un gran baccano ma pian piano, con qualche pillola e la delicatezza del personale, anche i più ribelli diventavano docili e iniziavano ad apprezzare la situazione. Colazione, pranzo e cena. In mezzo praticamente il nulla.

Io non avevo fatto storie, sapevo di meritarmi quel posto in paradiso, del resto da mesi tutti non facevano che evitarmi dicendo che ero pazzo. Tanto valeva fare il pazzo per davvero.

Ma non del tipo pazzo pazzo, pazzo da cella imbottita e camicia di forza, io ero più del tipo pazzo paranoico. Non uscivo e non parlavo e a tutti questo sembrava molto strano.

Io, francamente, non ci vedevo nulla di male. Inoltre lo sapevo da tempo che i pazzi erano loro.

Li vedevo tutti i giorni dalla finestra della mia camera, non questa tutta bianca, ho detto la MIA camera. Era magnifico, un grande spettacolo. La finestra dava su una delle strade principali della città e c'era sempre un gran viavai di persone, macchine, gente affaccendata in un mare di cose delle quali non volevo sapere nulla, mi interessava soltanto guardarli e immaginare per loro milioni di vite che avrebbero potuto vivere se non fossero stati impegnati a vivere la loro. Si vedeva che non erano felici, avevano tutti un'aria pensosa e la bocca un po' storta. Non in un ghigno di quelli maligni (avrebbe avuto senso e non mi sarei soffermato così tanto a pensarci su) e non era nemmeno il mezzo sorriso di chi la sa lunga. Era più l'aria di una di quelle espressioni tirate che escono nelle foto quando ci si mette tutti in posa e il fotografo impiega un po' più tempo del dovuto a scattare. A metà tra l'infastidito e l'affaticato.

Chissà se ne erano consapevoli. Chissà se sapevano di essere così brutti.

Comunque, stavo alla finestra e li giudicavo, dall'alto del mio essere pazzo, e del resto poco m'importava. Ero assolutamente concentrato nel capire il PERCHÈ di tutta questa frenesia e bruttezza, li vedevo correre come formiche, tutti i giorni, tutto il giorno, tutti, e mi chiedevo PERCHE'. Io non correvo mai, facevo le cose con calma, mi piace la calma.

Il mio lavoro richiede calma. Sono un fotografo e il tutto sta lì, scattare al momento giusto per cogliere esattamente l'attimo che cercavi. Per questo prima parlavo delle foto di gruppo, godo nel metterci quel secondo in più e vedere poi nello scatto finale chi in realtà non vorrebbe essere lì in quel momento. Probabilmente sono un tipo strano ma non mi definirei pazzo, i pazzi sono altri, i pazzi sono qui, dove sono ora. E anche io sono qui ora, ma non sono pazzo.

Insomma, i giorni passavano, le persone passavano e io invece ero sempre alla mia finestra a osservare e immaginare. Fantasticare. Immaginavo professioni, amori, tradimenti, amicizie, rapine, inseguimenti. Un grande film degno della migliore regia, la mia. C'è poco da dire, li immaginavo felici, tristi, speranzosi, arrabbiati. Li immaginavo vivi.

Sapevo che non lo erano, le loro espressioni li tradivano, nulla traspariva da quegli occhi e quelle bocche digrignate. Io lo sapevo. Erano tutti morti e non potevano essere altro che automi. E perchè io lo sapevo? Ero un errore del sistema e mi stavano dando la caccia.

Oppure era tutto un gran teatrino fatto per distrarmi: in realtà si trattava di attori, pagati per tenermi alla finestra mentre il mondo intero rideva di me.

O ancora (e questa era la mia preferita) ero io ad essere morto e finalmente scoprivo che la morte altro non è che una finestra sul mondo dei vivi. Poverini.

Dovevo capire.

Era Marzo e c'era il sole. Mi piace il sole perchè non nasconde niente, tutto è così com'è e c'è ben poco da fare per camuffare i difetti. Nelle giornate di sole tutto è brillante, la natura è splendida, le foglie sono lucide e i prati verdissimi. Le persone sembrano più belle, anche con la bocca storta e gli occhi spenti. Decisi che quello era il giorno, il giorno giusto per capire.

La finestra era aperta e fu un attimo.

Dico, sbilanciarsi e cadere fu un attimo perchè in realtà il tragitto verso il suolo fu lunghissimo, una seconda vita direi. Eppure non credevo, pensavo che non avrei nemmeno avuto il tempo di rendermene conto, del resto abito al quarto piano e cosa saranno? Dieci? Quindici? Venti metri? Sta di fatto che all'impatto ero cosciente. Un male cane ma anche qui tutto sommato pensavo peggio. Sì sono malconcio adesso ma per lo meno prima di chiudere gli occhi li ho visti: li avevo scossi. Mi guardavano! Con i loro occhi! Mi assicurai che le bocche fossero tutte spalancate.

Stupendo. Ero veramente la regia. E anche il protagonista. Sentii le sirene e svenni, con un largo sorriso sulla faccia.

Chissà come stavo visto dalla mia finestra: sotto quel sole e sparpagliato sul marciapiede, con quel sorriso da scemo e decine di bocche spalancate attorno. Mi sarebbe piaciuto vedermi.

Detto tra noi, non è stato facile, lo ammetto, tuttavia era necessario.

Non me ne pento e certo, il "perchè l'hai fatto" mi ha conquistato un posto qui ma, ripeto, non è poi così male. E del resto non ho avuto scelta.

Mi manca la mia camera e mi manca la mia finestra.

L'unica che ho a disposizione qui ha le sbarre e in ogni caso, per il momento, non mi posso alzare. Da qui non vedo bene, solo qualche cima di albero e un pochino di cielo.

Qualche volta guardo la televisione. Lì gli occhi sono luminosi e le pupille dilatate, per non parlare delle bocche. Piene di denti bianchi esibiti in sorrisoni da barracuda oppure con le labbra distese in grandi O rosse di sorpresa. A volte si aprono in risate sguaiate. Più spesso gridano frasi: le sento ma non le ascolto. Non mi interessa quello che dicono, mi interessa come lo dicono e spero un giorno che da una di quelle bocche esca il mio nome.

Per il momento osservo e immagino.

Spengo la luce, spengo la tv e sorrido nel buio.

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RoCarver ha votato il racconto

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La motivazione per cui lo ha fatto è agghiacciante. Originale, è scritto benissimo e sei entrata nella sua testa in maniera magistrale. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Saverio Scalise ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Scusa il ritardo con cui ti ho "scoperta"...Segnala il commento

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Michele Cigna ha votato il racconto

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YTRA ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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di stfnia

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