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Narrativa

Il manoscritto di Kovar

Pubblicato il 10/01/2021

La differenza tra il vero e il falso è solo un nostro pregiudizio

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Il ritrovamento del manoscritto è una bomba nelle stanze del dipartimento. C’è Bobo, che gira come un leone in gabbia e non vede l’ora di carpire i segreti di quelle pagine. E c’è Carlo, che mette le mani avanti (non solo in senso figurato) per implorare: stiamo calmi, stiamo calmi, vediamo. C’è invece la Vale, impazzita al cellulare, che non sta nella pelle di divulgare a tutto il mondo la sensazionale notizia. Infine ci sono io, irretito da questa rivelazione, cullato a destra e a sinistra dalla poltrona girevole, beato e abbacinato come sulla sdraio in riva al mare, che fantastico sugli sviluppi della scoperta.

Di sicuro, per tutti noi, cresciuti all’ombra delle pagine di Kovar, fanatici della sua scrittura, inebriati dalla sua vita di vagabondo e fuggiasco, che nelle estati dei diciotto vent’anni ci siamo finiti gli occhi sui suoi romanzi, mentre i nostri compagni andavano a giro in cerca di sole, amori e avventure, questa è la notizia del secolo.

Kovar era tutto: le vette celestiali e le cavalcate negli inferi, l’alba di un dio inafferrabile e le notti con alcol e droga, l’azione intrepida e le visioni oniriche, le luci abbaglianti e le tenui sfumature. Per noi, oggi qui al dipartimento, fu una scoperta, l’uno all’insaputa dell’altro – non ci conoscevamo, allora - di un lessico formidabile, di uno stile cristallino mai incontrato prima, intessuto con le parole di tutti i giorni.

Kovar plasmò la sua vita in forma di leggenda e la leggenda lo ripagò diventando la sua vita. E se Cristo era morto e poi risorto, Kovar non ne voleva proprio sapere di essere da meno e di morire così, punto e basta. Decise di scomparire, e successe ventuno anni fa, nel pieno delle nostre fasi mistiche kovariane, lasciandoci sgomenti. Svanire, che non si sapesse nulla di lui, dove fosse, chi vedesse, che diavolo facesse da mattina a sera, se insomma fosse morto o ancora vivo.

La biografia di Kovar, per chi non la conoscesse, è riassunta in una lezione che Vale tenne un anno fa, per il corso di letteratura contemporanea, e che ripresi di nascosto con il telefonino. Quel video lo conservo tra le cose preziose per il fascino irresistibile che lei esercita su di me, che non confesserei neanche in punto di morte, e per la magistrale sintesi che seppe individuare sulla vita del nostro autore preferito.

Dunque, Miroslav Kovar nasce a Praga nel 1924, anno della morte di Kafka - una inquietante coincidenza - da famiglia agiata: padre medico, madre insegnante. Fa buoni studi, conosce l’orrore dell’occupazione nazista. Invece me lo immagino giovane ed entusiasta del dopoguerra, laureato a pieni voti, che insegna letteratura in un liceo di Praga. Innamoratissimo, sposa Liuba Novak, sua allieva di rara avvenenza, che negli anni tradirà molte volte – ricambiato, mi risulta. Il visionario romanzo d’esordio Esacerbata, vende a fatica mille copie. Nell’estate del 1968 è con Milan Kundera nella piazza San Venceslao presidiata dai carri armati sovietici. Sconvolto, fugge a Parigi. Cammina per i boulevard sulle orme degli studenti che hanno manifestato nei cortei di maggio. È il sessantotto, bellezza. È anche la fine delle sue certezze borghesi, il rifiuto di un futuro già scritto. Vive alla giornata, contrae debiti, millanta conoscenze, abusa di alcol, fa esperienza di sostanze allucinogene: l’avvitamento nell’abisso. Passa le notti a scrivere, furiosamente, e nascono i suoi romanzi, i migliori: Pos-sesso, del 1970, Incubi e cubi, del 1972 e Folgor-azioni, pubblicato soltanto nel 1989. Irrequieto, senza un vero motivo, vola in India. Vive in una comune che inneggia al libero amore e fa uso libero di sostanze. Nei diari riporta gli insegnamenti di un santone, suo maestro spirituale. Trascorre un anno e poi, stanco o deluso, parte per l’America Latina. È per le strade di Santiago del Cile il giorno del golpe di Pinochet. Fa amicizia con Roberto Bolaño, con cui condivide l’appartamento in affitto. Ricercato dalla polizia, fugge di nuovo, e in modo rocambolesco raggiunge l’Argentina. A Buenos Aires conosce Borges. Ispirata dalle atmosfere di Borges è la raccolta di racconti Divergenze infinite, del 1979. Si ferma solo in una favela di Rio de Janeiro per vivere con Janaina, una prostituta, che sfrutta e al tempo stesso promette di salvare dalla sua alcova. Nel suo letto viene trovata una mattina, strangolata. Un cliente, scrive la polizia. Ma Kovar è già via, fuggito, come sempre. Fa ritorno a Praga, pacificata ed europea. La chiusura di un cerchio, direte, ma non sopporta le vie intasate dai turisti e si chiude nella casa dell’unico parente disposto ad accoglierlo, uno strampalato nipote. Non vede nessuno, né accetta interviste. La sua fama cresce, i critici si accorgono di lui. Si azzarda il suo nome per il Nobel, ma gli accademici di Stoccolma, scandalizzati da tanti eccessi, sono di altro avviso. Infine scompare. Per sempre. Davvero si chiude il cerchio.

Bobo prende la parola e alza la mano per richiamare l’attenzione. Incuriositi, ci raduniamo intorno a lui.

- Ho l’incipit – rivela, deglutendo.

Nel silenzio in cui è sospesa la stanza, tira fuori di tasca un foglio gualcito: - Del labirinto di strade, solo una conduceva alla mèta. Intimorito dalle ombre lunghe dei lampioni sul selciato, un giovane attraversava il ponte Carlo sotto lo sguardo severo delle statue che affioravano dalla nebbia. Si gettò nel gomitolo di vicoli che salgono alla città vecchia, e non sapeva più se fuggiva o inseguiva. Giunto davanti alla vetrina di un rigattiere, s’arrestò: lo specchio di una creedenza rifletteva la sua immagine confusa. ‘Ecco, ci sono’, pensò.

Me l’ha anticipato Adam, per provare la scoperta. – dice Bobo ricacciando il foglio in tasca – Ha trovato il manoscritto nell’intercapedine di un muro che suonava sordo. Supponevamo che la casa custodisse dei segreti e abbiamo insistito perché Adam continuasse le ricerche: la perseveranza premia.

- Adam chi? Il nipote bugiardo e ubriacone? – dice Carlo.

- Lo so, lo so – si spazientisce Bobo – il rischio di un apocrifo è reale. Ma il manoscritto è autentico. Adam non sarebbe capace di produrre un falso neanche.

- Si possono ingaggiare buoni falsari, spartendo gli utili – sorride Carlo.

- Pensi che sia falso perché è passato dalle mani di Adam? Conosci il titolo? Il manoscritto apocrifo. La combinazione tra un bugiardo matricolato e un “manoscritto apocrifo” profuma di autenticità. Nessun falsario dichiara la falsità delle proprie opere e la moltiplicazione tra due numeri negativi produce un numero positivo, lo dice l’algebra. Il manoscritto è vero.

Un brusio di dissenso si leva nella stanza.

- Un momento ancora, vi prego. – Bobo aiuta con mani tremanti la voce affannata – L’ultimo Kovar, quello che fa ritorno a Praga, intendo, è ossessionato dal senso di inadeguatezza, dall’idea di non riuscire più a scrivere qualcosa di valido. Arriva alla distruzione dei manoscritti, lo sappiamo: che sia il fuoco del camino, o l’acqua della Moldava, o il disfacimento sottoterra, o la dispersione nel vento, è un cupio dissolvi che avvalora l’ipotesi del suicidio. Non sapremo il valore di queste opere, perse per sempre, ma conosciamo il dubbio che attanaglia Kovar: le mie opere valgono? non valgono? la mia vita vale? Il dubbio di tutti gli scrittori, di tutti noi. In una lettera allo storico editore, ricordate?, Kovar scrive di un romanzo nel cassetto, la cui trama è la ricerca di un manoscritto apocrifo, incompleto, criptato. Preziosissimo per il protagonista per l’aura di suprema saggezza che si sprigiona da quelle pagine. Una storia che racconta gli sforzi e i sacrifici per entrare in possesso del manoscritto favoloso. Una ricerca del Sacro Graal, insomma.

Bobo si interrompe. La tensione satura la stanza e ci serra le mandibole.

- Capite? – Bobo annuisce per indurci la risposta – È anche la storia del nostro manoscritto. Posso leggervi un altro brano?

Nessuno risponde.

- Nella piazza deserta e caliginosa fu attratto dal portoncino di un cadente edificio. Suonò. Attese un secolo prima che gli fosse aperto. Per scale spettrali, con il cuore che mordeva il petto, salì, abbrancato alla ringhiera. Da una porta socchiusa filtrava una luce. Senza bussare, entrò. Nella camera rossa dagli specchi contrapposti, una donna dallo sguardo felino beveva da un calice. Con ampio gesto indicò un letto disfatto. Dalla vestaglia male abbottonata spuntavano i seni e la cintura stretta in vita disegnava la rotondità dei fianchi. ‘Sapevo che saresti venuto’, sorrise.

Bobo solleva lo sguardo, ci scruta a uno a uno e prosegue: - Prima di scomparire, forse una sola opera, quella che più amava, Kovar non l’ha distrutta. L’ha nascosta, nel segreto del muro e del cuore. Ai posteri il destino di quelle pagine: l’oblio, il manoscritto perso per sempre, o il ritrovamento per la tenacia di chi ancora lo avrebbe seguito. Arbitro della sfida: il valore della sua scrittura. Kovar ha vinto, e il premio, da morto, saranno i riconoscimenti che non ha conseguito in vita. E il nostro premio è il manoscritto. Adesso capite?

Ci guardiamo increduli. Spio gli occhi di Vale, verdi e profondi come uno specchio d’acqua, per scandagliarne le emozioni. Ma Bobo è una furia, riprende la parola e mi interpella: - Che ne dici, andiamo, tu e io, a Praga, a prenderci il manoscritto?

- Perché lui soltanto? E noi chi siamo? – dice Vale, e sprigiona ira dagli occhi.

Sono lacerato: Bobo mi mette contro di lei. Mi affretto a dire che possiamo andarci tutti, certo (anche se sogno di andarci io e lei, da soli, a Praga), che siamo un gruppo compatto, che abbiamo sempre lavorato bene e niente ci deve dividere. Ma nessuno mi ascolta, nessuno ascolta nessuno, ciascuno parla sopra la voce degli altri. Emergono, macigni da un lago prosciugato, invidie e gelosie sopite. Carlo accusa Bobo di fare il ruffiano con il professore, la Vale vomita fiumi di parole contro Bobo e contro di me. Attacca la mia inettitudine (vorrei sprofondare). Carlo rincara la dose e dalle parole passa al turpiloquio. La frittata è fatta: il nostro gruppo, coeso dalla passione per Kovar, si è sfasciato. Difficile cucire gli strappi. La forza centrifuga, la necessità di fuga, il desiderio di annichilimento, segni distintivi della vita di Kovar, si sono riverberati su di noi.

Vale e Carlo vanno via sbattendo la porta. Rimaniamo Bobo e io nella stanza cupa e silenziosa. Sono esausto.

Bobo si toglie gli occhiali e mi guarda di sottecchi con il suo sguardo miope.

- Ho scelto te, non a caso.

Faccio cenno di non aver capito.

- Cosa stai dicendo? – sono furibondo.

- Tutta la letteratura è finzione. La differenza tra il vero e il falso è solo un nostro pregiudizio. Anche se lo scrittore racconta storie vere, filtrate dalla membrana traslucida della sua personalità, della fantasia, ci porge una mistificazione. La letteratura vale per questo potere di rendere falso il vero, e viceversa. Dunque un falso in quanto mistificazione di una mistificazione equivale a una verità. E se il lettore non si abbandonasse, con la fiducia di un bambino, al favoloso mondo della lettura, se non accogliesse l’universo di fantasmi e di invenzioni, i castelli di carte fatti di parole, se non accettasse la verità dell’autore per il solo fatto che su quella verità lo scrittore ha speso la sua vita, la magia della lettura sarebbe persa per sempre.

Non so dove voglia arrivare.

- Chi può dire da che parte stia la falsità? – prosegue - Anche tu mostri indifferenza verso la Vale, ma ne sei innamorato, non è vero? E non vorresti che si sapesse in giro.

È una lama nel cuore.

- Siamo tutti falsari, – sorride - tutto è falso e vero allo stesso tempo, ce lo insegna Kovar.

E il suo sorriso è quello di un bambino, impunito e soddisfatto, che sa di aver fatto una birichinata.

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Umberto ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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La ragione sono affidate al libro stesso. Un libro si spiega si giustifica da se come ogni organismo vivente "Moravia" Dentro di noi ci sono 2anime il bene e il male Mr.H. Dre J.Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Davvero un bel racconto. Hai sollevato la mia pausa pranzo in un ufficio vuoto :) grazie Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

che bel ritmo. un racconto corale che tiene insieme biografia, dialogo, riflessioni sulla scrittura, mistero e amore. davvero ben costruito.Segnala il commento

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Mauro Scremin ha votato il racconto

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Lettura affascinanteSegnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Se non il tuo migliore, senz'altro fra i primi due o tre. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

È un testo di ottima costruzione, ineccepibile nella cura, affascinante e coinvolgente pur con quella parte, doverosa ma un po’ più didascalica, in cui porti a conoscenza la biografia di Kovar. Interessanti le disgressioni sul vero/falso della scrittura, e molto bello quel leggero tono di giallo che hai dato alla storia.Segnala il commento

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Sima ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Non c’è ombra di dubbio che anche qui il lettore viene ammaliato, oltre che portato a riflettere. Lo stile è impeccabile come sempre e forse ancora più ricercato. Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

La scrittura è quest’arte fantastica, per cui si può far fare ciò che si vuole, a chi si vuole ;) molto buono.Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Come ha notato perfettamente Marghemesi, il racconto mi pare chiaramente ispirato a molte cose scritte da Borges (giustamente citato) ed Eco sul rapporto verità finzione. Complimenti per la capacità mimetica di stili e contenuti degna di un Pierre Menard.Segnala il commento

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Valter Sokolov ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Per quanto possa valere il mio giudizio, Paolo, questo racconto è il migliore tra tutti i tuoi. Mi è piaciuto davvero tanto, non solo per le riflessioni che solleva (che altri, meglio di quanto potrei fare io, hanno già evidenziato). Mi piacciono la costruzione e il soggetto. E lo stile inappuntabile. Forse potrebbe finire anche prima dell'ultima frase, con Kovar. Ma è bello anche così.Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

MagistraleSegnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Tra Eco e Borges. Ma anche Kundera, per quella sensazione di fuggevolezza briosa, di un discorso già iniziato prima del racconto e carpito per ammaliare il lettore.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Il destino dell'artista - che sia vero, presunto, professionista, dilettante, riconosciuto, ignorato, ammirato, dileggiato, osannato, disprezzato - non sapere più se fugge o insegue l'arte. Una dea irraggiungibile? Una Musa capricciosa? Un'ambizione impossibile? Un imperativo necessario? Lo scopo della propria vita? Una passione o un'ossessione? Bellissimo racconto Paolo. Con l'equilibrio e la chiarezza che contraddistinguono il tuo stile, catturi l'attenzione del lettore e fai ciò che solo un ottimo autore riesce a fare: costringerlo a riflettere.Segnala il commento

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Rebecca Lena ha votato il racconto

Esordiente
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Christina Carol ha votato il racconto

Esordiente

Anche se lo scrittore racconta storie vere, filtrate dalla membrana traslucida della sua personalità, della fantasia, ci porge una mistificazione E viceversa soprattutto. Dato che hai evocAto la Novak questo del vero/ falso all’infinito (nel cinema in quel caso ma vale nella letteratura e nella pittura) è il tema principale di “Vertigo” di Hitchcock. Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Una birichinata di classe.Segnala il commento

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di Paolo Sbolgi

Scrittore
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