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Umoristico

Il mio appuntamento col diavolo

Di Kusu
Pubblicato il 16/05/2019

L'incontro surreale tra un povero cristo di mezz'età con tante scelte sbagliate alle spalle e... beh, il diavolo.

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Mi ritrovai in uno stanzone bianco, senza nulla che ne delimitasse i confini. 

Bianco a perdita d'occhio. Magari non era un'altra dimensione. Forse era semplicemente Riccione d'inverno, quando non se la caga più nessuno.

Il mio compagno era seduto davanti ad una scrivania in mogano, aveva uno smoking elegante. “Vieni Stefano, vieni”, mi disse e tramite un suo gesto, la mia sedia fece un passo indietro. Ne controllai le gambe per assicurarmi non fosse un trucchetto.

“Chi è lei?” 

L'uomo aveva capelli grigi, sguardo autoritario e un sorriso malizioso. Affascinante.

“Sono qui per la bolletta della luce, Stefano” sorrise.

“Vedo che voi dell'Enel vi state evolvendo.”

Rise di nuovo, sempre contenuto. “Stefano. Sai che ci fai qui?”

“Non so. Vendi fucili? Me ne servirebbe uno... sai, per la mia ex”. Stranamente, mi sentivo a mio agio. “O cd di Venditti, se ne vendi. Di tutte le persone nella mia vita, lui è l'unica che non mi ha mai deluso".

Sbatté la mano sulla scrivania, facendosi una bella risata a denti stretti. "Quanto mi spiace..."

Aggrottai la fronte. "Cosa?"

“Mi dispiace Stefano, ma dobbiamo incominciare a parlare di te”.

"Che tono serio," tastai le tasche del mio giubbotto. "Hai delle sigarette?"

“Non posso dartele. Sono un po' speciali le mie”. Da un cassetto tirò fuori una teiera, troppo grande per stare in un vano così piccolo. Mi disse, “posso darti del té”.

“Cos'è quel cassetto”, forse la scrivania era più grande di quanto non sembrasse. “E' la borsa di Mary Poppins?”

“Meglio”, e col suo sorriso da volpe, tirò fuori Mary Poppins dal cassetto. Insomma, non la vera Mary Poppins, l'attrice come si chiama del film.

Questa sistemò i vestiti, e camminò scomparendo nell'orizzonte. Mi rovesciai il té sui pantaloni.

“Torniamo alle cose serie", disse lui. “Devo dirti, sto guardando la tua cartella e mi piace quello che vedo”.

“Ah”, ormai avevo capito tutto. Quello era Dio, e finalmente qualcuno mi dava uno zuccherino. “Già, ho sempre cercato di essere buono”

E lui sorrise. "Non ci siamo capiti. Io sono il Diavolo".

Boccheggiai come una trota epilettica.

“Io e lui abbiamo fatto un patto tanto tempo fa. Posso prendere i peccatori solo dopo averli avvisati, dato loro una possibilità di redenzione in vita”.

Andai nel panico. 

Sfido chiunque di voi a rimanere calmo in una situazione del genere. “Ma sono sempre stato buono!”

Scrutò la cartella della mia vita. “A cinque anni hai picchiato più volte tua sorella, a sei hai pestato la coda del cane del signor Retrecchi ben dieci volte, a sette hai vomitato dentro la borsa della tua insegnante di scuola, sempre a sette hai toccato ben 467 volte il sedere della tua vicina di banco Marta...”

Presi la cartella dalle sue mani. “Oh andiamo! Chi è che non picchia la sorella minore?! Poi, il cane del signor Retrecchi era un bastardo. Ho ancora una cicatrice di una volta che mi ha morso sulla natica destra. Vuoi vederla?”

"Posso permettermi natiche migliori”.

“Giusto”, annuii. “Che altro c'era? Ah, la Marocchi! Quella mi diceva che ero ritardato! E poi... vabbe' sì, il culo di Marta, ma quella a sei anni già giocava a pallavolo. Lo sai che intendo, no?"

“Sei andato a letto con una donna sposata...”

"No. Sono andato a letto con la sorella della mia ex”, in quel momento mi sembrò una buona scusa.

“Stefano, mi spiace. Ma ci sono tanti altri peccati qua dentro, e nessuna voglia da parte tua di redimerti. Se vieni con me adesso, posso darti uno sconto sulla pena”.

Titubai. “Sconto sulla pena?”

"Posso farti conoscere Venditti”, rispose.

“Figo,” esultai. Subito dopo il mio buon senso mi rincorse dietro, “no, ma che dico! Io non voglio andare all'inferno!”

Lui sbuffò. “Ne sei sicuro?” prese uno dei fogli e continuò. “Qui dice che ti rimangono vent'anni di vita. Diciamocelo, la tua vita è patetica. Tutto il giorno davanti alla tv, a sperare che Vittoria ti chiami al telefono".

Ero disperato. “Io posso cambiare! Vent'anni sono tanti! Posso fare del bene!”

Rimase qualche secondo in silenzio. Un vuoto eterno.

"Come vuoi".



Ero nel mio salotto.

C'era il mio divano sporco e una schieda di Heineken vuote, come sempre. Però quello stanzone bianco era ancora reale e tangibile nella mia memoria.

“Vent'anni” mormorai. 

Meditai per molto tempo.

Pensai a quanto potevo fare, a quale lavoro di volontariato fosse il migliore, quanti soldi dare ad associazioni varie. Mi chiesi se un diabetico come me poteva donare sangue, pensai di chiedere scusa a Vittoria e a sua sorella.

Suonò il telefono, era Vittoria. Sue testuali parole furono, “guarda che aspetto ancora l'assegno del mese! Inutile pezzo di...!”

Attaccai, ed ebbi un'epifania. 

Compresi che in fondo le persone non cambiano mai, e che per quanto mi fossi sforzato sarei rimasto un bastardo cinico senza speranze. Il Diavolo mi aveva fatto una buona proposta, ed io l'avevo rifiutata.

Però ora era più semplice. Sapevo chi ero, sapevo quando sarei finito.

Potevo godermi tutto quello che c'era nel mezzo.

Quindi mi stappai una birra.

“Vent'anni, eh? Beh, tra diciannove allora vedo di sparare a Vittoria”.

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Violeta ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Un sorriso me l'hai strappato, anche se è un pezzo piuttosto semplicistico. Aspetto il prossimo!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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