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Narrativa

IL NOME

Pubblicato il 05/08/2019

Omaggio a Gogol, scritto dopo aver riletto tutti i racconti fella raccolta "Teste in fermento"

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IL NOME

La sua fidanzata imparò il suo vero nome soltanto quando andarono a fare le pubblicazioni del matrimonio.

“Perché non me l’avevi mai detto?” Sibilò appena fuori dall’ufficio, con un tono aggressivo che ancora non le conosceva. “Tu, non so più nemmeno come devo chiamarti. Tra un mese ci dobbiamo sposare. Scusa se è poco.”

Per un attimo lui temette che volesse abbandonarlo ai piedi dell’altare, e reagì con prontezza.

“Insomma, Margherita, calmati” rispose, scandendo bene il suo nome come a sottolineare che lui sì, sapeva come chiamarla. “Non è una malattia. Non è un debito. Prima o poi te l’avrei detto, solo che non era ancora capitata l’occasione. Tra l’altro” aggiunse in tono didascalico “è un nome storico, che risale al Rinascimento. Si chiamava così il capostipite dei signori di Ferrara.

E c’è pure di peggio, come nome" aggiunse, dato che lei non pareva granché impressionata “pensa che alla stessa epoca un signore di Mantova si chiamava…”

“Per favore, non potremmo cambiare argomento?” Interruppe lei, in tono supplichevole.

Lui ci rimase male e se ne rimproverò. Margherita era una signorina fine, gli piaceva proprio per questo. Se con la propria futura moglie un atteggiamento deciso andava bene, stavolta aveva rischiato di cader nel volgare.

Le cinse le spalle col braccio: “Amor mio, non fare così. Sono sempre il tuo Giorgio. E lo sarò per sempre.”

Non seppe mai il perchè della sua disgrazia. Da bambino aveva sofferto moltissimo, fin dal primo giorno della prima elementare. Ma sua madre lo aveva difeso, anzi, si era battuta per lui come una leonessa fino a che tutti non avevano accettato di chiamarlo Giorgio. Addirittura ottenne che, sui documenti del servizio militare, dopo il suo nome figurasse per iscritto: “detto Giorgio”.

Santa donna! Si può dire che in questo modo gli avesse salvato la vita, anche se gli erano comunque toccati momenti d’inferno ogni volta che un ufficiale o un sottufficiale alzava gli occhi dalle sue carte e diceva, sogghignando: “Ah, detto Giorgio?”

Purtroppo le battaglie che la povera mamma aveva combattuto per lui avevano logorato la sua, di vita. Era morta subito dopo il suo ritorno dalla leva, come se lo sforzo le avesse consumato le ultime energie. Ed era stato anche in sua memoria, oltre che per il proprio bene, che il figlio aveva continuato la lotta per aggiungere: “detto Giorgio” anche sui documenti della vita civile. Carta di identità, patente, diplomi, certificati, atti notarili, sulla tessera sanitaria e poi su quella elettorale quando furono introdotte… non si stancavano mai di inventare nuovi documenti?

Tutto questo gli fu d’aiuto, ma il suo nome gli costò comunque molti sacrifici.

Ad esempio, non fece mai una vacanza all’estero; quando era giovane ci voleva ancora il passaporto, anche per l’Europa, e non se la sentiva di affrontare battaglie che non fossero strettamente necessarie.

E poi il lavoro: più di tutto avrebbe voluto fare l’insegnante, ma terminata l’università gli mancò il coraggio. Troppo gravi sarebbero state le conseguenze se i suoi alunni avessero scoperto, anche una sola volta in tutta la carriera, che il professore era soltanto detto Giorgio.

Così si mise a dare concorsi e si accontentò di essere impiegato alla Provincia. Nei trentacinque anni di servizio occupò sempre lo stesso ufficio, senza mai un avanzamento. Era lui a volere così. Era diventato nemico dei cambiamenti perché ogni cambiamento implicava nuove carte col suo nome scritto sopra, e nuovi burocrati a cui presentarle.

A lui e Margherita quel poco bastava, anche perché non ebbero figli. Ne fu al tempo stesso rattristato e sollevato: se ne avessero avuti, prima o poi si sarebbe dovuto spiegargli che papà non si chiamava veramente Giorgio.

E nonostante tutto questo per tutta la vita dovè sopportare momenti d’inferno: ogni volta che un vigile, un carabiniere, un superiore gerarchico, un medico alzava la testa dalle sue carte e diceva, con quel sogghigno schifosamente familiare e quell’intonazione strascicata che gli era odiosa: “Ah… detto Giorgio?”

Il marmista si sentì in dovere di avvisarla che una riga in più sulla lapide, per quanto breve, avrebbe avuto un costo notevole. Ma la vedova era decisa a rispettare le ultime volontà del marito.

E così una sera, quando in laboratorio si erano accese le luci al neon e i capi erano andati via da un pezzo, un apprendista diciottenne spense la rumorosa macchina da incisione e chiamò due colleghi per mostrargli la scritta che stava facendo: “E muovetevi! Questo non potete perdervelo!”

Sulla lapide, sotto la foto ovale di un vecchietto dall’aria malinconica, era bene abbozzata la dicitura:

AZZO LO BELLO

DETTO GIORGIO

1931 – 2013

I due compari si fissarono ad occhi spalancati.

“…azzo!” esclamò il primo battendo un pugno sulla spalla del secondo.

“…azzo!” ripeté il secondo allungando al primo una gomitata nelle costole.

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Enrico Enne ha votato il racconto

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Philostrato ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Bello. Crea l'attesa, mantiene il tono e non delude alla fine.Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Ironico e amaro, abilmente costruito intorno a un nomeSegnala il commento

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Bello, con un'ironia molto particolare... hai fatto caso che il racconto si apre con il matrimonio e si chiude con la lapide???Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Divertente e amaroSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Lo metterei nel genere “ umoristico”Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Molto carino...riesce a mantenere intatta la tensione fino alla chiusa. Mi è piaciuto.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di francesca colombo

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