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Noir

Il numero a memoria

Pubblicato il 05/10/2020

I numeri di una rubrica come orme del passato. L'ultima, la più importante, è un numero a memoria.

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Le porte sono porzioni di muro, luoghi di transito per riparare l'aria dall'aria. Una di queste si era schiusa e richiusa di nascosto, lasciando due pugni chiusi e un'agenda aperta, in cerca di aiuto. Restavano solo tre numeri, ma non si decideva a scegliere. Il primo era stato scritto con una penna blu scuro, con la quale aveva firmato assegni su assegni, felice. Il secondo numero era ancora ben definito, in mezzo a quelli cancellati di ex assistenti alla regia e produttori. La penna era la stessa, ma il tratto era leggermente meno marcato, meno sicuro del precedente.

Quel numero era stato scritto in una stanza di un alberghetto a ore, dopo una notte di sesso triste. Difficile dimenticare la notte in cui scopri che tuo padre è impazzito, scappato, infine morto.

<<Una malattia genetica.>>

Aveva detto un dottore dall'aria tetra. Una parte di universo era stata inghiottita, fatta prigioniera da un orco chiamato destino. Incatenato mani e piedi dall'alcol, sperso tra colline ributtanti, aveva visto davanti a sé il resto della sua vita, come in un vecchio libro di fantasmi.

Incredibile come un gruppo di numeretti possa far tornare a galla tutti quei pensieri. Entrò zoppicando dentro una cabina telefonica, una delle poche sopravvissute agli assalti incrociati del tempo, della tecnologia e del vandalismo. Si piegò in avanti, compose il numero e premette la fronte contro il vetro.

"Tuuuuuuuuuuuut."

Disse il telefono con il suo accento francese.

"Tuuuuuuuuuuuut."

Ripeté ancora, come una eco profonda, dalle pance vuote di pianeti lontani.

"Tuuuuuuuuuuuut."

Poi una voce, un vento impossibile da ascoltare, intrappolato dentro una bottiglia.

<<Pronto? Chi parla?>>

Si sentivano dei bambini urlare, una televisione accesa e un respiro pesante. La donna doveva avere la cornetta attaccata all'orecchio, forse intenta a preparare la cena. Quell'immagine di vita quotidiana accese una scintilla di un sorriso, accendendo il volto cupo dell'uomo al telefono.

<<Sono- sono io.>>

Disse, senza staccare la fronte dal vetro della cabina.

<<Come?>>

Strillò la voce all'altro capo. Poi coprì la cornetta e le urla dei bambini si zittirono.

<<Sono io, Alan>>

Aveva pronunciato il nome come non fosse più il suo, ma un suono inventato. Si udirono dei passi veloci, poi la televisione venne spenta. La donna all'altro capo aveva bisogno di un po' di intimità e gli era stata concessa.

<<Dove- dove sei, Alan?>>

Chiese poi, parlando piano nel microfono, con quella voce che solo i vecchi telefoni sanno trasformare in un gocciolio metallico.

<<Sono in città.>>

Ancora silenzio e Alan immaginò quella figura aggrappata al telefono in qualche casa ben riscaldata, arrampicata su una collina.

<<Ti servono soldi? Quando sei uscito?>>

Si, quando?

Non lo ricordava più, era più semplice averlo dimenticato. Si frugò in tasca e tirò fuori un'altra moneta, che venne inghiottita dal telefono. Aveva ancora un minuto per poter trovare aiuto.

<<Non- non da tanto. Tu come stai?>>

Cercava di mantenersi calmo, pensando ai trenta secondi che gli mancavano. Avrebbe fatto meglio a cambiare più monete.

<<Io sto bene, ma...>>

Disse le voce un po' imbarazzata della donna.

"Click."

Il telefono, con il suo accento tedesco, chiuse la comunicazione e le monete caddero in un recipiente nascosto dietro il macchinario. Alan staccò la fronte dal vetro, vedeva il segno del suo respiro e lo confortava. Era ancora vivo. La rubrica cadde a terra, sporcandosi di orme terrestri, ma non se ne curò.

Si guardò intorno, la strada era deserta, a parte gli occhi brillanti dei gatti.

Lasciò la rubrica e uscì dalla cabina, il suo riflesso quello di un povero mendicante. Non aveva più numeri e nemmeno più monete. Fu allora che lo vide, un piccolo ufficio- container, una finestra nel buio.

<<Forse è lo stesso programma che stava guardando anche lei.>>

Si disse tra sé e sé, vedendo un custode intento a guardare un piccolo schermo. Quando fu abbastanza vicino, poté sentire la domanda di uno dei concorrenti.

<<Un astronauta?>>

No, era un maestro elementare.

Aprì la porta, la stanzetta era ben riscaldata. Senza pensarci su colpì la guardia alla nuca con un fermacarte. In un film sarebbe svenuto, ma quello non era un film.

<<E tu chi sei?>>

Chiese la guardia giurata, toccandosi la testa e girandosi a guardarlo. Colpì ancora e stavolta fu proprio come in un film, il sangue si unì al caffè in un valzer macabro di colori. Poi allungò il braccio e prese il telefono in mano. Inserì la cornetta sotto l'orecchio e digitò rapido, con la paura che la guardia si potesse svegliare da un momento all'altro. Digitò l'unico numero che ricordasse, l'unico numero per cui non avrebbe dovuto usare la sua rubrica. L'unica persona che potesse capirlo davvero. Per tutti gli altri era semplicemente un matto, un folle fuggito da un ospedale.

Poi, piegò il collo all'indietro e ingoiò tutta l'aria del mondo, in attesa.

<<Questa è la segreteria telefonica di Alan, prego lasciate un messaggio dopo il...>>

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Racconti Edizioni ha votato il racconto

Scuola

Schiusa, richiusa, chiusi in due righe in avvio sono anche perdonabili ma l‘incipit è tutt’altro che un piano inclinato (semmai appunto è una porta chiusa) e non ci proietta in medias res dentro il racconto. Disseminate per il racconto ci sono una serie di piccole sciatterie che denotano una rilettura quantomeno frettolosa o troppo innamorata della propria prosa. Mi viene poi un’obiezione di merito sul vedere la vita di fronte «come in un vecchio libro di fantasmi» che generalmente, se proprio, rivivono le angosce del passato non certo quelle futuribili. Bello invece il «valzer macabro di colori». L’onomastica poi ha un suo peso: avevo un compagno di classe che si chiamava Alan e so che esistono da noi, certo. So anche che è uno scoglio per gli autori nostrani scegliere nomi italiani maschili credibili, ma anche il nome dei protagonisti in un racconto può (dovrebbe) avere un senso, dare un’indicazione al lettore. Non può essere straniero solo perché suona meglio, per capirci. Il mio consiglio affatto spassionato per scrivere un racconto che preveda una telefonata, è quello di leggersi "Papà Wolf" di James Purdy, che tra parentesi era uno dei racconti sui quali modellerà la scuola minimalista il demiurgo Gordon Lish. Anche qui, a maggior ragione in una short story così breve, bisogna lavorare sulla struttura e sul cuore di quanto si vuole dire, lasciando in disparte i rivoli che non ci interessano.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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LaborLimae ha votato il racconto

Esordiente

Veramente notevole. Complimenti!Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

piaciuto Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Non è male, ma da rivedere un po’. Ti hanno già ben consigliatoSegnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Si, qualche svista, ma crei un atmosfera soffocante, che mi piace molto. Alla fine ho avuto bisogno d'ariaSegnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Molto denso, forse troppo, in certi momenti. Non male però... mi è piaciuto. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Gef Coco ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Dunque, ci sono tante cose, qui dentro, tanti avvenimenti - forse troppi per 5000 battute. C'è abbastanza materiale per un romanzo, direi, se tu lo srotolassi un po'. Così com'è ho fatto un po' fatica, soprattuto nella prima metà. Ho apprezzato lo stile e mi è piaciuta molto la parte finale, dall'ingresso nella guardiola in poi.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

C'è qualche lieve sbavatura (ad esempio: "accese una scintilla di un sorriso, accendendo il volto"; "Inserì la cornetta sotto l'orecchio"), ma nel complesso è un bel racconto. Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

Esordiente
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto Capolavoro sotto ogni aspetto e punto di vistaSegnala il commento

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di Flying_Dan

Esordiente
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