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Narrativa

Il numero perfetto

Di Dom
Pubblicato il 08/07/2018

Tre persone, una notte d'amore e le sue conseguenze.

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La sua collana di finte perle era sulla mia scrivania. Mi alzai dal letto per prenderla tra le mani e riportarla con me sul cuscino dove affondavo i capelli. Le lenzuola piene dei nostri odori. Erano andati via da poco, Stefano la stava riaccompagnando a casa. Mi avevano lasciata così, rappacificata con i miei sensi e in guerra con i miei sentimenti.

Toccavo le piccole sfere bianche, accarezzandole con forza, spinta da un misto di rabbia immotivata e recidiva sensualità. Lui era mio e anche lei doveva esserlo. Tutto quello che era successo era in funzione di me.

Ricordo ancora i seni tondi, visibilmente eccitati, il ventre morbido. E lo sguardo di Stefano che mi parlava in silenzio, compiaciuto per colei che avevo portato nel nostro letto.

Lucia era più giovane di noi di una decina d’anni, ma sapeva già bene come muoversi in quelle circostanze. La sua lingua su di me mi rendeva fuoco, su di lui eravamo complici di quello che sapevamo già essere un segreto da ricordare per sempre, un segreto da rinnovare più volte. Il numero perfetto, le forme perfette, lo scambio perfetto.

Lui mi disse che mi amava, sussurrandolo nella mia bocca, mentre un abbraccio spasmodico ci muoveva la carne, facendolo scivolare dentro di me con forza crescente, sotto lo sguardo di lei, che ne godeva insieme a noi.

Tutto questo e altre cose che non ricordo più pensavo quel giorno, con la testa sul cuscino e la collana tra le mani, respirando la meraviglia che avevamo creato la notte prima.

Rimasi a letto, sognante, per molte ore. Una doccia e la vita era ripresa apparentemente uguale a prima. Dentro di me, le emozioni continuavano a rincorrersi.

Stefano mi scrisse per dirmi che non vedeva l’ora di stare ancora insieme a me, ma non sarebbe stato possibile nei giorni successivi: troppi impegni.

Ma Lucia no, lei non era impegnata. Anche lei mi scrisse quella stessa sera: “Vengo a riprendere la mia collana”.

Andò via il giorno dopo, lasciandomi più confusa di prima. Pensai di essere fortunata, ero il centro del desiderio di due persone. Eppure, non mi bastava, volevo l’amore di entrambi. Quello di Stefano già era mio.

Passarono alcuni giorni e lui non si era fatto più sentire. Lei sì, ma era "una settimana complicata". Così mi disse.

Qualche sera dopo, uscii con un mio amico. Trastevere era la nostra casa, i suoi vicoli nascondevano i luoghi della notte, per chi la notte la vive fino all’alba. Quella sera, uno di quei vicoli nascondeva qualcosa di più. Stefano e Lucia, aggrappati l’uno all’altra, vinti dalla passione improvvisa, contro un portone. Senza di me.

La collana esplose tra le mie mani, strappata dalla sua clavicola, le finte perle scomparse per sempre tra le fessure dei sampietrini e la notte. Non amai più e più non volli amore. Non li vidi più, ma continuo a vederli negli occhi di ogni persona che mi tradirà.

“Spero che non siate mai felici” sputai mentre scappavo via con il mio ego sanguinante.

Sono passati vent’anni da allora e non li ho mai dimenticati. Si sposarono qualche anno dopo l’ultima volta che li vidi. Ho saputo delle loro due figlie e che si erano trasferiti a Sperlonga.

Io non mi sono mai sposata, il mio amore sono le parole crociate, i miei vizi sono stati il sesso selvaggio occasionale e la polvere bianca. Vent’anni di lavoro no stop, poche vacanze, molti uomini e un accumulo di rabbia impossibile da smaltire. Vent’anni in cui pompare energia e fingere voglia di vivere, solo perché la vita la volevo consumare. Come aveva fatto con me l’amore per Stefano. Sì, ero consumata dall’amore, dal tradimento, dal dolore.

Non so perché sono andata al suo funerale. Forse perché, davanti alla morte, diventiamo tutti più vulnerabili, l’orgoglio si piega al dolore, ai rimpianti che arrivano in corteo reggendo un cartello con la scritta: “Tempo scaduto”. Game over.

Lucia non c’era. Alcuni presenti hanno detto che non si reggeva in piedi, l’hanno dovuta lasciare a casa con una vicina. Le due figlie, invece, erano lì a salutare il padre passato troppo presto a miglior vita, spinto nell’aldilà da un incidente frontale.

Dicono che, il giorno dopo, Lucia è stata trovata dalla figlia più grande senza più sangue nelle vene. Una forma bianca, perfetta, su una tela vermiglia.

Dicono anche che lei e Stefano sono stati felici. Dicono.

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Franco 58 ha votato il racconto

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Orso Bruno ha votato il racconto

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Le voci corrono e di cose se ne dicono tante, ma la verità spesso nessuno la conosce.Segnala il commento

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Charlotte ha votato il racconto

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Federico Santarini ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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senza più sangue nelle vene :)Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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