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Narrativa

Il patio

Pubblicato il 07/01/2018

Non è una casa per estranei. È una casa nata per assecondare il potere che, a volte, i muri manifestano. Un potere che confina con la violenza, il potere di dividere lo spazio, di trasfigurarlo e di creare nuovi domini.

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L’ultimo scatolone ha appena trovato il suo posto. È deciso. Tra due anni questa diventerà la stanza dei bambini, adesso torna utile così.

Monica ha disposto che tutti i cartoni del trasloco siano impilati a ferro di cavallo lungo le tre pareti in muratura, per lasciare libera la vetrata che affaccia sul patio. Alti contrafforti color kraft, visibili da ogni punto della casa.

È stata un’idea di Monica anche quella di sostituire le pareti interne di tutte le camere, quelle che danno verso lo spazio quadrato, con lunghe finestre terra-cielo. I doppi vetri scorrono silenziosi lungo invisibili guide in titanio, una metà si sovrappone all’altra per aprire varchi sul passaggio per ora del tutto privo di piante. Le pareti in muratura, quelle portanti esterne, e persino i tramezzi divisori sono in calcestruzzo armato. Una mescola speciale, bianca e vellutata al tatto, colata in casseforme rettangolari. Monica ha dovuto farla ricostituire al capo cantiere molte volte, fino a raggiungere la perfezione giapponese del suo modello.

Un materiale eccellente per assecondare il potere che, a volte, i muri manifestano. Un potere che confina con la violenza, il potere di dividere lo spazio, di trasfigurarlo e di creare nuovi domini.

È dentro che serve la trasparenza: nessun segreto l’uno per l’altro in casa sua.

Monica se li può immaginare i commenti di praticanti e colleghi allo studio Morelli & Associati, avviato da lei e Luigi nel 2001. Due megalomani, i titolari, a costruirsi quella casa che ricorda insieme un bunker e una domus romana. Hanno lavorato ogni sera, per tre mesi, agli esecutivi delle planimetrie da sottoporre all’impresa di costruzioni. Voglio una casa in cui posso vederti preparare il caffè senza alzarmi dal letto, gli ha detto quando erano ancora alle prime fasi del progetto, mentre fissavano sulla carta gli spazi delle loro ore future. Poi si sono spartiti i compiti: Luigi ha curato la scelta dei fornitori, Monica ha diretto i lavori con visite quotidiane in cantiere. Un’importante rivista di architettura ha già chiesto appuntamento per un servizio fotografico, non appena l’interno sarà arredato ma prima che sia troppo abitato. Luigi è favorevole, Monica però non ha ancora risposto. Sa che non potrà accettare.

Non è una casa per estranei.

Gli imballaggi con le stoviglie, gli utensili, le scaffalature da montare e altri piccoli complementi d’arredo hanno forme irregolari, non facili da disporre in modo ordinato. Per questo hanno deciso di concentrarli in cucina, così da cominciare ad aprirli già la prima sera. Monica ha scritto il contenuto di ciascuno con un pennarello. Individuano senza fatica quello dei bicchieri.

Luigi toglie la carta da giornale che avvolge due balloon e stappa una bottiglia di Porto bianco. Devono pur festeggiare. I lavori sono durati diciotto mesi, venti se li contano da quando hanno acquistato il terreno punteggiato di ulivi. Lo hanno pagato meno del prezzo di mercato per via dell’inceneritore, giù al bivio, dove si stacca la strada sterrata che risale la collina fino a casa. Monica è già entrata nel comitato attivo per farlo chiudere, ma ci vorranno anni per conoscere l’esito dei ricorsi. Tutta l’immondizia della zona viene raccolta lì prima di essere smaltita, e nelle giornate senza vento appesta l’aria.

Devono festeggiare. Sono stati bravi. Hanno contenuto la tensione anche quando è salita a livelli di guardia. Come la volta in cui Monica ha imposto che non ci fossero tende. Non ne abbiamo bisogno, nessuno può guardare dentro, e questo ha chiuso la discussione. Di quello strano che abita nel vecchio deposito di libri, il pittore, le hanno assicurato che non c’è da preoccuparsi. Non esce mai, glielo ha detto la cassiera del supermercato lungo la statale, dove Monica si è fermata a comprare i detersivi. Gli portano su la spesa una volta a settimana, sempre le stesse cose da quando si è trasferito lì. E comunque sta quasi mezzo chilometro più avanti.

Delle tende si riparlerà quando nasceranno i figli, se mai. Non prima dei due anni stabiliti, in ogni caso.

È la prima notte che trascorrono qui, sono eccitati. Hanno già attraversato la casa da una parte all’altra più volte, senza scopo, solo per il gusto di farlo, di misurare lo spazio. Non hanno neppure fame, la bottiglia di Porto è a metà. Si spostano nel patio dove hanno aperto le chaise-longue da giardino. Monica si siede sul bordo, appoggia una mano allo schienale e ruota lo sguardo sulle stanze da letto semivuote, la cucina e il soggiorno disabitati: Hai poi chiamato quella ragazza, Arianna, per le pulizie?

Dalla sua posizione, Luigi vede solo la sagoma di Monica in controluce. L’ho sentita, sì, dice che viene mercoledì, quando sale dal pittore. Così fa un viaggio solo. Si alza per spegnere la lampada nell’ingresso alle spalle della moglie. A metà strada si accorge che non è accesa. La luce filtra dal portoncino blindato d’ingresso, che non serra bene dal lato dei cardini. Qualcuno ha sbagliato. Il fabbro o il falegname o forse entrambi, bisognerà richiamarli. Luigi pensa in fretta a un modo indolore per dirlo a Monica. Perché hai acceso la luce? Se n’è già accorta, pur senza voltarsi verso di lui. Non sono io. Non capisco da dove viene. Luigi è fermo vicino alla portafinestra che conduce all’ingresso. Fissa la lama giallastra che sta per attraversare la parete di vetro e quasi lo raggiunge. Sta aumentando di intensità. Come qualcuno che avanza con una torcia puntata. Allora forse un vicino c’è. Come hanno fatto a non accorgersi.

Se arrivano gli diamo tutto, eh dice piano Luigi. Arrivano di già. Così presto. Monica si alza, va in cucina, tira fuori un coltello per il barbecue dall’imballaggio delle posate. Lo abbiamo appena comprato, sarà tagliente. Altro che dargli tutto, dopo tanta fatica. Meno male che non ci sono ancora i bambini. Monica attraversa di nuovo il patio, si avvicina a Luigi, senza toccarlo. Luigi si volta, vede il coltello, si guardano. Ma che fai? Sono sbronzi, ridono, però sottovoce.

Si forzano a tornare nel patio, si siedono ciascuno sulla propria sedia. Luigi versa il resto del Porto, lo bevono senza distogliere lo sguardo dalla luce che poco alla volta diventa sempre più forte. Eppure c’è silenzio intorno, nessuno sembra muoversi sul ghiaino del sentiero. Non sono i fari di un’auto, dunque. Sarà quello, lo strano, che se ne va in giro di notte.

Si alzano di nuovo, insieme, e avanzano lenti verso l’ingresso. Il Porto li rende coraggiosi. Sono in piedi di fronte al portoncino e lo guardano. Potrebbero vedersi incassati uno nell'altra, specchiati sulla parete di vetro dietro di loro, se solo si voltassero.

Si mettono in ascolto per capire cosa accade dall’altra parte. Luigi è pronto a spalancare il portoncino, Monica gli sta appena dietro con il coltello in pugno. Meglio avere il vantaggio della prima mossa. Sì, così! Aprono di scatto.


Enorme, li investe una luna gialla che ha appena finito di risalire la collina.

 

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