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Autobiografia

Il pesce e la lancia

Di Caucasica - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 31/05/2019

Quarto racconto della raccolta "Corpi Estranei".

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La prima volta che ho incontrato il padre di Giorgia è stato in camera sua, avevo nove anni e lui indossava un costume bianco a slip. Ero entrata seguendo la mia amica per prendere le scarpe della madre, quelle con il tacco, due reggiseni e un rossetto. Volevamo farci belle.

Suo padre era lì: sorridente, spavaldo, teneva un pesce con la mano destra e una lancia con la sinistra. Me ne innamorai subito.

Farmi bella a casa di Giorgia da quel giorno acquistò un significato diverso, immaginavo che suo padre entrasse dalla porta della camera: il costume bianco, un pesce e la lancia in mano. Ci avrebbe trovate davanti allo specchio di Barbie a ridere come due dive del cinema. Giorgia era bionda e faceva Marilyn, io ero castana ed ero me stessa, perché non conoscevamo attrici famose con i capelli semplicemente castani.

Ripensandoci adesso, avrei preferito che suo padre mi avesse trovata con il rossetto sul mento, i capelli raccolti in codini spelacchiati, il reggiseno attorno alla vita come un hula hoop. Sarebbe stato meno doloroso di quello che accadde davvero.


Quel sabato avevo chiesto a nonna di potermi mettere il vestito buono: la gonna in tartan rossa, il mocassino nero lucido e la camicetta bianca con il colletto tondo. Mi ero tirata indietro i capelli con un cerchietto e prima di uscire avevo lanciato un bacio allo specchio.

Giorgia mi aspettava sul sedile del passeggero mentre suo padre venne a prendermi al portone: sorridente e spavaldo come lo ricordavo. Lasciai subito la mano di nonna pronta a prendere la sua, ma lui mi salutò toccandomi una guancia, la prese tra le dita come per assaggiarla e andando alla macchina mi accarezzò dietro la testa. La sensazione fu quella di un'esplosione nucleare, una supernova troppo brillante per essere guardata.

Al Luna Park rimasi vicina al padre di Giorgia tutto il pomeriggio, risi a tutte le sue battute, anche quando trasformò il Tagadà in Vacagar. Fui l’unica e cominciai troppo tardi, ma lui mi sorrise e mi accarezzò la nuca. E avvenne di nuovo: quel pomeriggio le stelle nascevano e morivano nel mio corpo.

Cercai di guadagnare i suoi sguardi mostrandomi grande, spavalda e coraggiosa. Per questo entrai nella casa degli orrori.

“Sei sicura?”, mi chiese mentre facevo la fila per entrare nella casa.

“Certo, non è mica la prima volta”.

Della casa degli orrori ricordo poco: solo il suono delle mie urla, il fumo in bocca e il freddo della barra di metallo del trenino. Scesi dal vagoncino con le gambe che tremavano, faticavo a reggermi in piedi e il sole era troppo forte, ma fuori ad aspettarmi c’era il padre di Giorgia: aveva il mio giacchetto in una mano e lo zucchero filato nell’altra. Non indossava il costume, ma era lì per me.

Sfilai per lui sulle passerelle di metallo, mi sentivo bellissima, molto più che con il reggiseno della mamma di Giorgia, il rossetto e le scarpe con il tacco. Tenni lo sguardo fisso su di lui finché non misi il piede su una nuova passerella e un getto d’aria fredda mi colpì dal basso. Urlai, in un attimo la gonna in tartan mi coprì la faccia e mise in mostra tutto ciò che avrei voluto tener nascosto: le mutande bianche a vita alta, i collant in lana tirati fin sopra l’ombelico in cui era infilata la canottiera in flanella che nonna mi aveva costretta a mettere.

Non ero Marylin, non lo ero mai stata.

Tirai giù la gonna e la prima cosa che vidi fu il padre di Giorgia con le labbra strette che cercava di trattenersi dal ridere. Continuai a camminare piano, fiera, per nascondere l’imbarazzo. Quando arrivai da lui mi passai la lingua sulle labbra e gli mostrai un sorriso.

“La casa degli orrori è sempre la giostra migliore”, gli dissi guardandolo dal basso e battendo appena le palpebre, come le dive dei film.

“Ho visto che ti sei divertita”, rispose lui sorridendo e piegandosi verso di me. Ero già pronta a passargli le braccia attorno al collo, a lasciarmi abbracciare e poggiare la testa contro la sua spalla. Invece lui mi diede lo zucchero filato e allungò una mano, quella della lancia, sulla mia schiena.

Pensai mi avrebbe accarezzato la nuca, sentivo già il vento solare, il calore, le ossa che diventavano liquide. Invece lui prese il bordo della gonna che si era incastrata nei collant e mi coprì.

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Rosnikant ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Il primo innamoramento, le palpitazioni, la vergogna e la fine del sogno. Tutto rivissuto nel tuo racconto.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Aprendo la finestra dei nostri primari e antichi ricordi si ritrovano sensazioni e profumi - accantonati -ma ancora intatti. Brava Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Tirando il filo di lana dei ricordi, riemergono, velate, molte cose: e l'innamoramento, e il pudore, e le morbose attenzioni. BelloSegnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Caucasica

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