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Avventura

Il Piccolo Ed. Ariminum Circus Stagione 1, Episodio 9, in 14k

Pubblicato il 15/07/2020

Mentre lavoro alla Terza Stagione di Ariminum Circus, propongo gli Episodi della Prima riscritti sulla base delle indicazioni ricevute dalla community nello splendore dei 14k. Ulteriori osservazioni, note, considerazioni sono benvenute!

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Placatesi le reazioni suscitate dall’apparizione del gruppo di sportivi fra i frequentatori della Fortezza Bastiani, il Piccolo Ed, stanco della Playstation, aveva impugnato il telecomando della televisione con l’audio spento. Da allora era intento a fare zapping.

A trent’anni suonati, e a dispetto di un bel paio di baffi, il Piccolo Ed aveva comportamenti da fanciullino. In molti, ad Ariminum, pensavano che fosse un ritardato. Non sapevano che, entrato alla Tufts University a otto anni, a quattordici si era laureato in Matematica. Ad Harvard, appena diciottenne, aveva preso il Ph.D. in Logica Positronica, nonostante l’idiosincrasia per lingue e dialetti. Una stranezza, dato che per risolvere i problemi aritmetici si attivano le aree cerebrali di Broca e di Wernicke, che sono anche coinvolte nell’elaborazione del linguaggio.

Il Maestro aveva scandagliato queste sezioni del suo cervello con un Tomografo di Pet e messo a confronto i risultati dell’esame con quelli di cinesi e inglesi cui aveva fatto risolvere lo stesso insieme di quiz matematici. Aveva scoperto che il Piccolo Ed per alcuni aspetti era simile agli asiatici, che presentano una minore attivazione delle aree di Broca e di Wernicke rispetto agli anglofoni, associata però a una maggiore stimolazione della corteccia premotoria. L’origine della differenza sta nella concentrazione della lingua cinese sulle immagini, in contrasto con la focalizzazione dell’inglese sul suono. Ne consegue che le regioni associate a visione e movimento vengono più usate nella risoluzione di un problema da chi parla cinese; gli anglofoni tendono a coinvolgere quelle legate alla manipolazione linguistica e all’informazione verbale. Per lo stesso motivo, se chiedi a un cinese e a un americano di descrivere la medesima foto di una balena bianca in mezzo alle onde, il secondo si focalizzerà sull’animale, su ogni singolo dettaglio che ne compone la figura, il primo sull’immensità mutevole dello sfondo di Oceano e Cielo.

Il Piccolo Ed, in sintesi, aveva un cervello molto particolare, orientaleggiante, che lo aveva condotto a divenire un fenomeno da circo quando, adolescente, si esibiva in dimostrazioni dei paradossi derivanti da qualsiasi sistema assiomatico il pubblico gli sottoponesse. Si destreggiava con facilità sia con asserzioni quali “Questa frase è falsa” (dove il paradosso è evidente: se la frase è falsa allora dice il vero e non sarebbe più falsa), sia con le conseguenze estreme derivanti dai più complessi teoremi: quelli di Goldbach, di Fermat, di Cantor, di Gödel e persino di Grothendieck – che dimostra l’essenziale necessità di avere una molteplicità tendente all’infinito di punti di vista sul mondo e su ogni singolo oggetto, la cui ricchezza di senso è inesauribile. Tutto questo, ballando il tip tap.

Dopo la laurea era tornato a essere uno sconosciuto tecnico informatico, ma non nel giro ristretto dei nerd e degli hacker ariminensi, presso cui era considerato un genio della cibernetica. Nei blog accessibili a pochi eletti della Ariminum Valley il suo nome è spesso accostato a Bobby Fischer, Amadeus Mozart, Tommy Wiseau, Hideaki Anno, Tycho Brahe, Marco Minghetti e Abby Normal.


Anche adesso, davanti allo schermo televisivo, il Piccolo Ed esprimeva una personalità ambivalente. L’occhio destro, di un grigio norvegese, fissava inorridito i frammenti di immagine che si susseguivano sullo schermo: una televendita, un gioco a premi, la presentazione di un libro di cucina scritto da un comico. L’altro, quasi celeste e tanto distaccato da sembrare l’occhio di un altro, era ripiegato in basso, verso l’interno della propria coscienza: dove vagava tornando ai misteriosi reperti in cui s’imbatteva Ed giocando a fare il Blade Runner. Come il blocco di pietra cubico che portava incisa una stanza degli orrori per faccia.

La prima era isolata dal mondo da pareti di cemento armato, strati di feltro e soffici cunei di poliestere che assorbivano ogni suono. Era tinteggiata con la Baker-Miller Pink, una vernice dai toni acidi adoperata nelle carceri della polizia segreta di Ariminum per danneggiare il sistema nervoso dei prigionieri. Luci fluorescenti, che mettevano in evidenza le vene, incoraggiavano l’uso di droghe;

la successiva, tutta bianca, somigliava al Korova Milk Bar di Arancia Meccanica, dove clienti dediti all’ultraviolenza bevono la specialità della casa, il “latte con i coltelli” sgorgante dalle mammelle di statue in marmo, seduti su donne-sgabello affiancate ai tavoli – le schiene nude di maitresse a carponi;

la terza era verde, il soffitto zeppo di palloncini Speech Bubbles a forma di gocce color sangue;

la quarta Camera, in arancione, era la riproduzione fedele del bagno riservato ai ministri, all’interno della sede del Consiglio dell’Unione Europea a Bruxelles;

il pavimento della quinta era un patchwork di opere di Pollock sotto forma di pixel su rendering 3D: granelli di sabbia virtuali, formavano i gorghi della palude in cui i visitatori affondavano;

la sesta stanza, in quattro sfumature di azzurro, era zeppa di oggetti agghiaccianti: mazzi di peperoncini mutanti extralarge, esplosioni di fichi d’India carnivori, scheletri addobbati con copricapi in stile Frida Inkahlòr;

la settima faccia – impossibile, ma non per i Google Glass, con cui accedeva all’Oltremondo della Realtà Aumentata – lo portò all’insostenibile visione della Camera della Morte Rossa.


L’episodio più spaventoso risaliva a pochi giorni prima. Il Piccolo Ed era Rick Deckard sulle tracce di un Nexus 7 evaso dalle colonie marziane di Amazon. L’androide, astutissimo, aveva assunto l’aspetto di un gatto nero e si era rifugiato in un cassonetto. Lui aveva rovistato fra la spazzatura, ma il micio era scomparso. Al suo posto c’era un pc carbonizzato, da cui aveva estratto un file audio. Due voci sconosciute dicevano:

«Come sono questi Mostri?».

«Narcisisti prima di tutto. Autocentrati, egocentrici e privi di empatia. Sono miopi, non solo dal punto di vista fisiologico. Portano grandi occhiali, o lenti a contatto, a causa della vanità cronica, per correggere una forma particolare di miopia congenita. Gli oggetti per loro sono sfocati: soltanto avvicinandosi la messa a fuoco migliora. Ora, la miopia di questi Mostri è anche cognitiva. Vivono il presente in maniera nevrotica, ansiosa e ossessiva, senza avere la capacità di vedere oltre, di proiettarsi nel futuro, di immaginare scenari alternativi alla mera ripetizione del passato, di prevedere variabili non sperimentate: il che determina l’incapacità di porsi obiettivi realistici a lungo termine, specie quando si muovono in contesti ad alta complessità».

«Altre caratteristiche?».

«Loquacità: adorano la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco, il parlare fine a se stesso, dove ciò che conta non è il valore del discorso, ma la sua diffusione e reiterazione. Ancora: fascino superficiale, tendenza alla grandiosità, menzogna patologica, propensione alla noia, crisi ricorrenti di vittimismo cosmico, abilità nella manipolazione degli altri, mancanza di rimorso e senso di colpa, insensibilità, deficit di controllo comportamentale, irresponsabilità, versatilità criminale, ambizione sfrenata. Da segnalare la mancanza di autoironia e di senso dell’umorismo (al massimo apprezzano la lepidezza greve della comicità carnale e scurrile), anche se sono convinti – questo è curioso ¬– di essere spiritosi, persino sarcastici all’occorrenza, e piacevoli compagni di merende».

«Mi ricordano la Regina Rossa di Alice».

«In effetti, sono solo di sesso femminile. Devono vampirizzare altri esseri viventi per sopravvivere e riprodursi».

«In breve, si tratta di una sorta di nazisti psicopatici».

«Sì, è una buona definizione».


Un cliente varcò l’ingresso della Fortezza Bastiani. Prima che la porta si richiudesse, il Garbino trascinò fuori dal bar le polverose note di The long and winding road nella versione dixie-trance dei cornettisti elettrici. Le rovesciò sul lungomare di Ariminum, dove si dileguarono. Ma per qualche attimo fu come se fossero le anime dei Beatles a far ondeggiare le lampade Falkland agganciate alle travi del patio sul litorale.

Tubolari e flessibili, in filanca bianca per calze da donna, erano silhouette luminose di cubiste sovrumane che danzavano intorno al Roc. In piedi, vacillante, con le ali aperte in posizione totemica, l’uccello antropomorfo fissava la botte piena di vodka al mango nel centro del cortile. Cercava di concentrarsi per raggiungere i piani superiori dell’Essere, colmi dell’armoniosa Musica delle Sfere suonata dalle Sirene alate, Regine degli otto cerchi concentrici delle stelle fisse. Seguendo questo procedimento avrebbe debellato l’emicrania che lo stava uccidendo, secondo gli insegnamenti del vecchio astrologo della pineta.

Gli altri, smarriti nel frastuono del party, lo ignoravano. Il Piccolo Ed continuava a smanettare sul telecomando, seduto sulla sedia AI, che lui stesso aveva disegnato con il software Autodesk; il Maestro era tornato a occuparsi dei malanni del Custode; il Capitano aveva ripreso a criticare il JubJub: «La storia, dov’è la storia? E l’azione, i colpi di scena, dove sono l’azione, i colpi di scena?» ripeteva, con il tono bambinesco e lamentoso di John Belushi quando in The Blues Brothers chiede: «La Cady, dov’è la Cady?».

Il Pescivendolo – la capigliatura raccolta in un perfetto man bun; gli occhi, socchiusi, di un castano reso drammatico da un tocco di nero; l’increspatura sulle labbra pronte a schiudersi in un nuovo sofisma – dal bancone distribuiva droghe e serviva abbondanti dosi di assenzio: soprattutto a se stesso, ma non solo. Finché ad aprirsi per tutti furono le porte della percezione. Un’idea platonica – una figura di puro spirito, quasi – si palesò agli astanti attraverso la vetrata del bar, dopo la scomparsa dei nordic walkers, sotto l’angolo retto di una stella.

Di primo acchito si palesò ai più sotto la forma di uno scheletro solitario corroso dal tempo, diseppellito da qualche antica tomba nei paraggi. Invece era uno dei robot addetti alla pulizia della spiaggia. Un replicante della serie Giacometti Roadrunner. Filiforme, altissimo (due metri e venti, dichiarava il costruttore cinese – su licenza Apple), procedeva esibendo la risolutezza di un esperto marciatore. Visto da lontano, emanava un’inesplicabile potenza. Ma chi ne avesse scrutato il volto avrebbe percepito l’ansia del viaggio continuo della sua Intelligenza Artificiale fra continenti interiori di sensori e connessioni, in precario equilibrio su magmatiche masse di Big Data.

Munito di un rilevatore di metalli, lo sguardo a terra, il marciatore era immerso in un flusso di coscienza che scorreva lento su ciotoli silicei di pensiero, a tratti tracimando dagli altoparlanti Vox di ultima generazione: «Mi chiamano “Il Cercatore d’Oro”. So cosa dicono di me. “Inizia, si ferma, scava, estrae, distrugge, inizia di nuovo”. Come se le cose esistessero! Una pietra che rotola, l’FBI e la CIA, o Doris Day, non sono una pietra che rotola, l’FBI e la CIA, o Doris Day: sono soltanto la verifica sulla possibilità di esistenza di una pietra che rotola, l’FBI, la CIA, Doris Day… Scava, scava, scava!».

L’apparizione produsse un effetto potente sugli astanti. I suonatori di corno elettrico smisero di suonare. Per qualche secondo tutti si zittirono, immobilizzandosi. Un silenzio innaturale piombò sul locale. Sembrava una di quelle scene di Men in black, quando viene azionato il Neuralizzatore è per cancellare la memoria di chi ha visto un alieno senza autorizzazione.

Il primo a riprendersi fu il Capitano. «Quei cosi hanno sempre il sacco pieno di monete e oggetti preziosi. Ecco chi stava cercando la Ciurma! Presto, seguiamolo». Imboccò l’uscita. Il gruppetto di amici gli corse dietro, mentre la musica e le chiacchiere riprendevano il loro corso.

Il Capitano e gli altri si diressero verso la spiaggia, fendendo il buio della notte, appena rischiarato dal pallido spettro della Luna piena che si aggirava fra fantasmi di nuvole. Mezzo ubriachi, erano eccitati da quella improvvisata caccia notturna al robot, salvo il Piccolo Ed – tecnico informatico part time del Comune – preoccupato che non finissero per danneggiare l’automa.

Esplorarono freneticamente un bel pezzo di litorale, finché il Cercatore d’Oro riapparve: graffito riportato alla luce sulla parete di una caverna preistorica dal gesto chirurgico di un esperto archeologo. Ora aveva due metal detector, uno per mano. «Scava, scava, scava… Be’, allora?» stava mormorando. «La vita è una puttana, e la mia è quella di un Cercatore d’Oro. Come ogni puttana, l’esistenza vende un’illusione: tanto vale intensificarne la qualità fittizia per renderla il più possibile simile a un’opera d’arte». Seguì una combinazione di cigolii, suoni metallici, rumori di motori sgasanti da cui sgorgarono le parole di Drive my car campionate e remixate in stile future bass: «Come on baby drive my car, yeah yeah yeah, se vuoi essere uno Starr, yeah yeah yeah, guida la mia Mac-china, yeah yeah yeah: è super al-go-rit-mi-ca!». Il pulitore intanto si allontanò. Gli amici lo tallonarono, ma l’androide era diventato rapidissimo.

Stavano per rinunciare quando, di colpo, il Roadrunner si bloccò. Il Capitano e gli altri esultarono. Ripresero a correre. Furono lì lì per afferrarlo. Ma a quello spuntarono le ali. Cominciò a volare rasoterra. Era diventato un drone. La superficie del corpo veniva alterata dall’attrito con l’aria. La velocità supersonica lo trasfigurava in una creatura aerodinamica che lasciava una scia sabbiosa dietro di sé: un alternarsi di cavità, rilievi, pieni e vuoti. E mentre il congegno modellava lo spazio e il tempo, agli amici giunse un saluto polveroso portato dal vento: «Bip bip, bip bip, yeah!».

Gli amici rimasero a guardare il Giacometti svanire nelle tenebre. Salvo il Capitano, che per la delusione crollò a terra, facendo rimbalzare il corpo gommoso sul bagnasciuga. E il Piccolo Ed, che sorrise sotto i baffi, dopo aver chiuso la app con cui aveva azionato da remoto la macchina.

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Chele1918 ha votato il racconto

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Ottimo capitolo come sempre; riguardo ai Mostri, certo puó sembrare una presa di posizione sessista, ma d'altronde se si vuole provocare (come penso fosse l'intenzione dell'autore) si devono fare frecciatine un po' maliziose.Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Ho trovato molto interessante il ragionamento che fai sulle lingue e geniale l'invenzione della vernice a base di acidi. "In effetti, sono solo di sesso femminile": dissento, il mio ex aveva molte di queste caratteristiche! I narcisisti possono essere uomini e donne, non è una questione di sesso. Ho apprezzato molto le citazioni dei Beatles e il tuo sarcasmo disseminato qua e là, come quando dici "il costruttore cinese – su licenza Apple" Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Come al solito raffinatissima perlustrazione filosofico-antropologica dell'esistenza e del reale, tra scienze neurologiche e cognitive, tematiche manieriste e barocche su finzione, artificio, illusione e sogno. Spicca molto il discorso del Cercatore sulla vita puttana illusionista, che di per sé ha molto della tradizione picaresca. Il pleroma sembra una grande sfera della mutazione di ogni forma in qualsiasi altra forma.Segnala il commento

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Giata ha votato il racconto

Esordiente
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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Altro che criptici versi , questo mi sembra un'applicazione di neuro psichiatria, cubo di Rubik con le facce da sistemare nel tempo più breve possibile. Il Piccolo Ed ne è il punto fermo, genio ultra mega informatico, ma assai poco noto. Poi poni il lettore in una posizione scomoda, se il cinese risolve, l'americano o l'inglese e forse l'ariminese suona e canta e magari se la gode( ho inteso male?)! Grande realtà la Fortezza Bastianini ! Ma anche questa ormai così piena zeppa di replicanti tipo l'uomo di Giacometti fa sperare poco. E per fortuna che hai sempre di scorta qualche corno, anche se elettronico, da toccare secondo la buona regola napoletana, molto diversa dall'ariminese, altrimenti chissà cosa potrebbe accadere sulla spiaggia, proprio adesso che inizia la stagione; anzi è già iniziata! Buone Vacanze, allora!Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente

Anche seSegnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Della miriade di spunti di cui è intarsiato il tuo testo metterei a fuoco qui il raffinato appello al cervello del Lettore. Lo esorti a essere sia asiatico che anglofono. A cogliere sia le immagini, che le azioni, che le parole del tuo testo. Un invito a una Lettura multiforme, in sintonia con la tua scrittura. Un invito a un approccio globale, per non perdersi niente! Il secondo spunto è quello della "voce" e delle "voci" nella tua scrittura. La modulazione è estremamente fluida e forse è per questo che la "distanza" tra la tua voce e quella che si esprime sulla natura femminile di alcuni tratti caratteriali non è nitida come si vorrebbe. Ma, ancora una volta, il tuo potrebbe essere un invito ad ascoltare bene, anche i suoni impercettibili.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

Anch'io sono d'accordo, ma non so con chi (sì che lo so!).Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Quanta cultura nei tuoi racconti ! È vero ha ragione Ondina se ne esce ubriachi, ma arricchiti :-) Per quanto riguarda i narcisisti ne hai fatto un ritratto da manuale e le statistiche danno maggioranza di narcisisti psicopatici gli uomini , ho interpretato la frase relativa al genere femminile come riferimento ad alcune caratteristiche culturalmente attribuite al genere femminile ma diffusamente acquisite dagli uomini specialmente quelli che sentendosi inferiori si rifugiano nell’ adulazione del proprio io. Lo dico per esperienza personale senza alcun riferimento a chi scrive qui ovviamente. Detto questo grazie perché imparo sempre molto leggendoti Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Sei bravo e tecnicamente perfetto, ma a volte ubriachi di parole e anche tu non ne esci sobrio. :) ma non ti avevo votato !Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Vado diretto alla questione "femminile": la considero sarcastica, ovviamente maschilista, ma in piena verve parodistica riguardo l'atteggiamento dei "farfalloni da spiaggia" delle riviere toscane, romagnole e marchigiane... Sinceramente l'ho interpretato non come uno sminuire le donne, piuttosto ho avuto l'impressione opposta... ma quando ti leggo ricevo mille input e l'elaborazione si fa lenta per il mio antiquato Intel celeron single core! :-DSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Lettura sempre travolgente, come per gli altri episodi. Riguardo alla questio, non credo che sia casuale. Quindi? Una provocazione? Dai, dicci perché!Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Chi altri poteva immaginare un mondo dove Willy e Kubrik potessero coesistere? Bene, hai acceso un nuovo dibattito. Voluto? Casuale? Io pigio il pulsante 1, qualcosa cuoce in forno. Sarà interessante leggere Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Anche io come le donne che mi hanno preceduto. Basterebbe che tu togliessi l'affermazione: "sono solo di sesso femminile" e non sarebbe più misogino. Con tutta l'ammirazione che sai ho x la tua scrittura :)))Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Anch'io concordo con AdrianaSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente

La penso come Adriana, conosco uomini che hanno tutti i tratti dei tuoi "nazisti psicopatici"...Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Impossibile non rimanerne ipnotizzati da questo stile iperuranioSegnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Apprezzo la tua scrittura, cultura e intelligenza Federico, ma sai bene che non sempre la pensiamo allo stesso modo. In particolare, mi stupisce che nel racconto siano solo donne i Mostri affetti da "vanità cronica", una "miopia cognitiva" e "l'incapacità di porsi obiettivi realistici a lungo termine, specie quando si muovono in contesti ad alta complessità". Sai benissimo che la ragione e l'intelligenza non sono prerogative maschili, tanto meno dipendono dalla quantità di testosterone. Il mondo è pieno di Piccoli Ed che ben oltre i trent’anni hanno comportamenti da fanciullini decisamente ritardati. Se il mondo fosse governato da donne ci sarebbero meno guerre, fame e ingiustizia, non perché le donne siano più ambiziose degli uomini, ma perché sono biologicamente, psicologicamente e moralmente più inclini a onorare la vita. Voto la tua capacità di accendere il "lume del pensiero", e spero che la diatriba coinvolga gli altri utenti (com'è stato per "E' colpa degli scrittori"). Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

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