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Horror

Il Popolo dei Sogni

Pubblicato il 06/06/2018

Per eoni fu dimenticato. Ma presto tornerà. Generato dalla paura e dalla follia. Distruttore di mondi e popoli. Divoratore di ogni tremore o lacrima, lo Shub attende di tornare.

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Sono molte le voci. Infiniti i racconti.

Lo Shub era già stato dimenticato ai tempi di Enrico VIII, re scismatico. Era divenuto una leggenda quando ancora Roma era solo un’accozzaglia di casupole e capanne disperse. Persino gli antichi abitanti di Eridu e Ninive ne parlavano come di un qualcosa accaduto molto tempo prima; in un’epoca in cui l’uomo camminava insieme agli dei.

Per quanto tempo l’ho cercato? Quante notti ho passato insonne a cercare un segno, anche il più infinitesimale, che mi potesse dare la prova della sua esistenza? E per quale ragione, poi? Non lo so più. O, forse, non c’è mai stata una vera ragione.

Forse non fui io a cercarlo, ma bensì fu esso a cercare me. Una caccia spasmodica, nella quale non ho fatto altro che vestire i panni della vittima inconsapevole. La preda incosciente che, senza saperlo, si getta di sua spontanea volontà in una trappola ben ordita.

Ah, quanto è meravigliosa l’ignoranza. Non conoscere è l’unica salvezza. Non sapere è l’unico modo per vivere con un barlume di felicità, un’apparente serenità.

Perché chi sa, come me, non può negare. Chi conosce, non può nascondere, nemmeno anzi, soprattutto a sé stesso la verità.

E io conosco. Io so. Mai potrò dimenticare, questa la mia condanna.

Dimenticare come in quella notte, ai confini estremi del deserto e della pazzia, io la trovai.

Lei, Mikhril la Blasfema, la città delle sette necropoli.

Non cercatela. Tanto in nessun testo ancora integro o leggibile potreste trovarla. E ringrazio l’Altissimo per questo. Perché nessuno dovrebbe compiere il grande errore che io feci in quel giorno maledetto.

Ciò che riposa nella sabbia, deve rimanere nella sabbia.

Se solo potessi dimenticarla. Eliminare dalla memoria la sua macabra maestosità. Le sue radici confluenti fin nelle viscere della terra stessa. Le sue forme prive di logica, titaniche e violente.

Quale cultura avrebbe mai potuto vivere in mezzo a quelle forme così spigolose, trasudanti furia e follia. Non una cultura umana, questo è certo.

Ma allora chi furono questi ignoti progenitori che la abitarono e, molto probabilmente, la edificarono? Che razza di popolo fu tanto cinico e blasfemo da far ergere una simile città?

Non con materiali di questo mondo fu infatti costruita. Una roccia talmente dura da resistere alle temperature del più caldo dei vulcani. Talmente spessa da non poter essere incisa nemmeno dalla punta del diamante. Eppure così friabile al tocco, da poterne grattare via singoli granelli con la punta di un’unghia.

Era infatti Mikhril, così come me ne accorsi ben presto quella notte, una città che non apparteneva a questo mondo, tanto meno a questo universo.

Essa era infatti lì, di fronte ai miei occhi, ma al contempo non c’era. Come un’illusione frutto della mia fervida immaginazione. Eppure la sentivo, la percepivo tutta intorno a me. E, oltre alle sue mastodontiche forme, io percepivo ancora la loro presenza.

Ancora oggi non conosco il nome di questo popolo, così come mi sono completamente ignote le sue origini. Una stirpe tanto ancestrale che perfino gli abitanti di Atlantide e Lemuria si definivano suoi discendenti.

Per questo mi limito a chiamarlo con l’epiteto di Popolo dei Sogni. La gente che fece al mondo… all’universo… il dono più terribile. Una maledizione per la quale non esiste rimedio. Un male imperdonabile e incancellabile.

Nell’immensità della loro conoscenza, del loro sapere maturato lungo il corso di interi eoni, questi esseri di cui ho ammirato i vomitevoli rituali in arcani mosaici avevano trovato la chiave del potere assoluto. E con essa plasmavano la materia attraverso la loro cieca volontà. Il mondo antico di cui oggi abbiamo niente altro che pochi scampoli furono loro a modellarlo. Al confronto con la loro maestria, le piramidi di ogni cultura sparse per il globo impallidirebbero.

Ma ogni grande potere nasconde sempre un grande pericolo nella sua ombra.

Per quanto fossero abili maestri nel trasmutare ogni loro desiderio, essi ben presto divennero vittime della loro stessa immaginazione. E venne dunque il tempo in cui ogni pensiero poteva distruggere una città intera; un sogno polverizzare vite incalcolabili; un’emozione forte inaridire ogni cosa.

Fu così che il Popolo di Mikhril, nella sua fredda inconsapevolezza, generò l’Abisso. Un pensiero che si fece ossessione. Un’ossessione che divenne paranoia. E che infine prese la forma e le dimensioni di un mondo a sé stante, talmente vasto da poter inghiottire universi interi; talmente invisibile da potersi celare dietro l’incubo di un bambino.

Lo Shub. La fucina del lamento. La maledizione del Vuldronai.

E ben presto, da temuto questo luogo venne osannato. Interi popoli e razze furono spazzate vie, sacrificate nel suo nome e in quello del suo viscido signore. Lo stesso Popolo di Mikhril ne fu vittima durante la notte della Grande Transumanza.

E da quel momento lo Shub attende e sussurra. In attesa che il tempo giunga ancora una volta. 

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