La Mosca è scappata. Non so dov’è, l’avevo presa, la tenevo in pugno. Me ne sto qui a scrivere da due ore buone e tutto quello che ho buttato nel foglio è polmonite. Avete presente? Non parole, aria tossita come inchiostro. Non c’è niente e le pareti della stanza colano. E La Mosca è scappata. Sì, questa cosa mi fa imbestialire, per questo lascio la macchina da scrivere e mi metto a cercarla. La chiamo, la adulo quanto posso. Capite no, la situazione assomiglia a questa: un uomo che affoga nel suo disordine. Spazzatura, stoviglie sporche, giornali appallottolati, videocassette e vinili, il Topinho col cappello e la pipa mi chiede «che cerchi?»

Stronzate simili. E io rispondo «La Mosca è scappata, te l’hai mica vista?»

E il Topinho dice no, dice che devo smetterla di farmi, dice che La Mosca è un parto della mia mente malandata e sotto cristalli.

Dovrei sbarbarmi, dovrei uscire da questa stanza e vedere chi c’è di fuori.

Il mondo al tracollo incollato sulla schiena dei Dinosauri.

Dovrei tenermi informato, leggere, guardare la tv, invece vivo in un Limbo Cosmogonico da un mese buono. Mi faccio portare il mangiare a casa, prendo e pago, saluto e sorrido con i denti anneriti dal fumo e dal kpf. Faccio ribrezzo anche al culone del mio micio El Paso, lui non c’è mai in casa, se ne va a zonzo a piantare grane con la sua Losca Banda di Gattonzi Randagi. La sera se lì porta qua, fanno baldoria, mangiano e poi scagazzano ovunque.

A titolo informativo, nella Losca Banda di Gattonzi Randagi – LBGR – c’è questo smunto e spelacchiato micetto. Gli manca un occhio e io l’ho soprannominato Capitan Harlock – tra parentesi, penso di stargli parecchio sulle palle perché è l’unico gattonzo che mi gira a largo e non si fa accarezzare manco per i maroni di Re Giacomo. Insomma, questo gatto smunto e lungo come un vermaccio una sera si presenta qua da me assieme a El Paso e qualche gatta sboldra. Miagolano per mangiare, no? Sto bulletto ha una raucedine che pare Tom Waits. E insomma io gli do gli avanzi di pastrami e calamari della sera prima e lui se li mangia senza lasciarne neanche un po’ a El Paso e alle gatte sboldre. Deve essere una specie di capo, penso. Lui mi guarda, si lecca i baffi e poi va ad appartarsi da qualche parte tra i rifiuti con le gatte sboldre mentre El Paso prende a leccarsi il pisello. Che merda, pensavo di avere un gatto tosto invece non ti vado a scoprire che si fa fregare così a buon mercato dai compagni? Me li immagino dopo una giornata di bagordi, tutti a prenderlo per il culo e poi a dire «stasera si va da El Paso, c’è un coglione che offre la cena a tutti» e quel coglione sono io.

Sto divagando, qua il Topinho mi dice che La Mosca non c’è, prova a cercala anche lui. Non la trova.

Inizio a chiedermi perché m’importi tanto, credo sia uno spacco di non-senso nella non-vita di questa stanza, ma un evento nuovo come la fuga de La Mosca è un surplus di stimoli che mi riportano a galla e per poco sto lì, immerso nel disordine ma con la testa lucida che prende aria e prende aria e quando razionalizzo la cosa e il mio deprimente stato mentale, un ritorno di fiamma mi ridà la vista e vedendo assimilo nuove idee.

Ho due romanzi alle spalle, un successo da vernacoli e fiammiferaie, una ragazza che non mi parla e non mi cerca da una vita, amici tossicodipendenti e chissà quant’ altro legato al collo. Scrivo per vivere ma sono arrivato al collasso. I due romanzi dovrebbero concludersi con questo terzo che non vuol nascere. Non ricordo nemmeno più di che parlano. E il contratto con l’editore, prima mi spingeva alla sicurezza economica, poi all’eccesso e ora alla lapide. Se non finisco questo romanzo nel giro di un mese dovrò pagargli una penale assurda che tanto dico, faccio prima a impiccarmi qua, adesso, subito, seduta stante e salutare il mondo con l’uccello in tiro.

Quindi, cercare La Mosca è Tutto in questo momento, è più importante della mia pellaccia squamata, del mio cranio e del mio brutto muso. Avanti e indietro per la casa, chiamandolo e promettendogli imperi e harem moschiferi.

Niente.

«Qui c’è un morto. Qui c’è un morto. Qui c’è un morto» fa il Topinho, come a dire, non c’è nessuno, solo spazzatura.

Arrivo al cesso, guardo la vasca da bagno piena d’acqua sporca, lì c’è Moagh, l’isola dei ragni, e così provo a chiedere a loro se l’han vista. Mi risponde Ictus l’Intellettuale.

«E te hai visto Gulag?» chiede di rimando.

«No che non l’ho visto! Ma non vi eravate sistemati voi due?»

«Sembrava… poi si è mangiato Elaja e così l’ho maledetto tre volte.»

Comunque i ragni son strani, più li conosco più mi confondo. Il fatto è che nemmeno loro hanno visto La Mosca. Inizio a perdere le speranze, mi sento solo e senza ingranaggi.

Odio che quando ritorno in camera la macchina da scrivere sia ancora lì e che il foglio arrotolato sia al culmine e ancor più smerdato di parole inutili. Se avessi letto le venti pagine stese sulla scrivania con tutta probabilità mi sarei sfondato gli occhi con le dita. Cambio traiettoria: la busta.

C’è il kpf, pasta marrone da masticare fino all’altro mondo. Fino a quando non smetti di essere te e diventi chiunque. O nessuno. Whatever.

Così infilo le mani nella busta, stacco un pezzetto di pasta e me la metto in bocca. Ciancico e mi sdraio a letto. La saliva si addensa, inghiotto.

Il kpf è una prelibatezza cara a tutti i tossici fottuti a me simili. Il sapore del kpf è indescrivibile, lo avvicino a una miscela di spezie simile al berberé. Forte e intenso, ti da una scossa come quando metti la lingua sui poli di una batteria a basso voltaggio.

Aiuta in questi casi, per me i casi equivalgono alle illimitate potenzialità di eventi della vita stessa. Così non risolvo nulla lo so, e il Topinho mi si accoccola di fianco e dice «non và, non và» poi arriva lo schianto e, fanculo, l’immortalità. Se ne va il dolore, le conseguenze dei gesti, i pensieri si fanno sottili e svaniscono in nebbia. Non c’è misura, distanze, peso, coscienza. Tutta la stanza si riduce a una finestrella, giro il collo e diventa sconfinata, mi alzo in piedi e ci sprofondo dentro. Potrei nuotarci, stare a mezz’aria, andarmene in giro a scaricare energia elettromagnetica sulle persone.

Arrivato a dove sono ora, le infezioni si risanano, il mio mondo non è più un occhio coi tasti, la macchina da scrivere si fa innocua, mi sorride. «Lascia tutto quanto a domani, ora vai» dice.

Obbedisco.


Rinvengo, disteso in cucina. El Paso e la LBGR al completo inizia a miagolare, a leccarmi i piedi, a morsicchiarmi la faccia. Capitan Harlock se ne sta ai margini, tra le sue fauci il povero Topinho che si lamenta e geme.

«Ahimè! Ahimè!»

Poveraccio, mica posso farci granché. Vallo a far capire te a quel gattonzo che il Topinho non si mangia, che è mio amico, uno dei pochi rimastomi.

Però un tentativo lo faccio comunque, prendo una scatoletta vuota e gliela tiro. Capitan Harlock la evita senza problema alcuno poi mi guarda perplesso, apre la bocca e lascia andare il Topinho. Scuote la testa e con la sua raucedine mi inveisce contro. Il Topinho fugge via, alla LBGR non importa. Io tiro un sospiro di sollievo, mi alzo a sedere, prendo un gattonzo e lo accarezzo. Poi faccio: «Gentaglia, mi sa che stasera state al fresco, ora guardo che ho da darvi ma la vedo dura.»

Per l’appunto, di scatolette me ne rimangono due, ho un panino ammuffito in frigo che evito di dargli – me lo tengo da parte qualora decidessi di suicidarmi – e nient’altro. Guardo l’ora: le 18 e 45. Prendo il telefono e chiamo Geremia per la cena, mia e dei gattonzi.

«C’è d’aspettare eh, gentaglia… stavolta per poco non m’accoppavo» la LBGR con il passare dei minuti capisce la situazione, molti vanno a cercarsi posto e attendono la cena. Capitan Harlock fa l’offeso, mi guarda con aria torva, impassibile. In silenzio.

«Cazzo era mio amico, che dovevo fare… e poi non ti ho neanche preso.» Mica risponde, mica da segni di resa, no eh. Guardatelo, come se lo avessi umiliato davanti ai suoi compagni. Come se lo avessi sminuito. Io provo a far finta di niente ma poi l’occhio ce lo butto comunque e lui se ne sta ancora lì, per il santo degli assassini!

«E va bene, scusa! Ti basta? Sto già di merda, non farmi venire i sensi di colpa anche te. La prossima volta sai che il Topinho non si tocca. Qua posso parlare solo con lui e i ragni ormai. La Mosca è scappata… La Mosca è scappata.»


Dopo cena metto su un disco degli Arab Strap: Philophobia. Mi aiuta a tenere a bada i mostri, i cagnacci e il pretino – il farabutto isterico che ti suona alla porta e ti parla di Dio sceso in terra reincarnato in una donnola di nome Alfredo. Quando cala la notte tutti stanno lì con le pile in mano, a far luce, a guardar dentro casa e a vociare. Dalla finestra del salotto sento la gente, me ne tengo alla larga, qua al buio fumando e ascoltando musica. È la parte migliore della giornata, quando la LBGR dorme e il vinile corre sul giradischi. Mi fa sentire come quella cazzo di donnola di nome Alfredo.


Prendo sonno di lì a poco, faccio un sogno normale dove l’ex della mia ex viene pestato a sangue dai Comanceros, mi sveglio a notte fonda con il culo di un gattonzo sulla faccia. Quel culo è di El Paso.

«Pwah, giovane che fai?!» Lo prendo e lo metto nel cuscino affianco. Lui fa un miagolio strano, si stiracchia, sbadiglia, poi si aggomitola e torna a ronfare.

Io no, guardo l’ora sulla radiosveglia: le 03 e 37 minuti.

Nel silenzio siderale si sente un ronzio. Va a intermittenza, vola, si posa, riparte. E così via.

Accendo la lampada. «La Mosca?» chiamo.

Beh, la minchiona non è lì che gironzola rincoglionita per la stanza, sbronza da fare schifo?

«La Mosca, dov’eri?» Le chiedo.

La Mosca trova la lampada e lì si appoggia. Ancora rintronata dice: «hai presente Gulag?»

«Merda» dico io

«Esatto… te come va?»

«Mah, così. Oggi faccio ventinove anni, un passo dal baratro no?»

«Il libro?»

«Venti pagine, merda fumante. Se vuoi te le faccio leggere»

«Ventinove eh, io domani faccio quattro giorni.»

«Già quattro giorni, avrei voluto conoscerti prima, in un mese ho avuto solo i ragni e il Topinho.»

«E la LBGR»

«Sì ma con loro mica posso parlarci. Cioè, io parlo e parlo ma loro niente. Sarebbero un bel gruppetto se invece di miagolare dicessero cose sensate. Chissà quanto han da raccontare del mondo.»

«Lì fuori è il diciannove marzo, loro lo vedono, te stai qua isolato. Perché non esci? Vai a divertirti, parla coi tuoi simili.»

«Con quegli idioti?»

«Con quegli idioti.»

«Devo scrivere.»

«E allora scrivi.»

«La Mosca rompiballe, che ti ha detto Gulag?»

«Lo sai no, è stato maledetto tre volte da suo padre, se ne torna dagli Apostoli.»

«È sicuro che non piacerà a Ictus.»

«Almeno là c’è del lavoro.»

«Si va bene però, boh… non credo sia stata la scelta giusta. Gli Apostoli, non c’è gente peggiore.»

«Non esagerare, l’han sempre trattato bene.»

«Te che gli hai detto?»

«Gli ho detto di non arrivare alla quinta maledizione, da lì in poi c’è solo la Laurea in Lettere. Te la immagini?»

«Lascia perdere, ho già i brividi.»

Ridiamo.

«Che hai fatto tutt’oggi?» le chiedo.

«Rumori.»

«Dai, dimmelo.»

«Rumori per il diavolo, non li senti?»

Per la verità, non sento niente. «No» dico

«Vortice K, ora arriva Zipere.»

«Chi?»

«Zipere Ziri Zii, la divinità del tempo. Non sai niente? Rumori per il diavolo, senti, ascolta, senti. Ascolta, zitto, un attimo e arriva Zipere»

Brusii, El Paso che ronfa, vento e foglie mosse. Ondeggiare di vetri. Nient’altro.

«Ma te cos’è che senti?» chiedo a La Mosca

«Secoli si muovono. Eserciti, spettri, uomini grassi. Qualcosa infine. In marcia, nello scolo tutto quanto. Tu, io, questa stanza. Svanisce a largo. Senti, ascolta, senti. Arriva, arriva, ARRIVA!»

Poi La Mosca esplode e finisce la sua vita a neanche quattro giorni. È una bolla d’aria che scoppia poi più nulla. Il ritorno al vuoto, qualcosa in meno.

Non dura molto perché poi veramente riesco a sentire e come me lo sente El Paso, il Topinho, i Ragni e la LBGR.

Arriva Zipere, la divinità del tempo, una lumacona nera che striscia lasciando dietro di sé la bava dell’Universo. La camera da letto perde una parete, da lì viene fuori il vortice K e Zipere. La lumacona prende parola. Ha una voce solenne, profonda.

«Sei tu lo scrittore?» Mi chiede

«Sono “uno” scrittore sì, ma non “lo”»

«Dettagli. Ti viene affidato un compito. Sarai uno dei nove.»

«Mh.»

«Hai una banda?»

«Per farci cosa? No, comunque.»

«Vedo molti felini qua attorno. So che hai dei ragni e un Topinho. La Mosca è esplosa, non ha retto, mi spiace.»

«E questa sarebbe una banda?»

«Sì, così è deciso.»

«Fortunato questo.»

«Non lamentarti, i felini daranno l’anima se riuscirai a capirli. Suvvia.»

«È una parola, questi qui non mi si filano. Mangiano e dormono e poi chi li vede?»

«Non ti rispettano, sei un dannato tossico che si caga nelle mutande. Dovrai rimediare, mi ricordi Cosmo, mio fratello. Io odio Cosmo, mio fratello.»

Abbozzo un sorriso per fargli capire che ho capito ma non so che altro dire.


Non Finisce qui: Zipere dona allo Scrittore la Chiave dei Mondi, la realtà diventa una specie di humus con l’acne. Poi stelle e dimensioni da eroinomani, la carta spaziale e come leggerla – Guida pratica per bambini cerebrolesi. Forse e dico forse, ed è un gran mah con la panna montata sopra, lo Scrittore incontra Dorotheo e tutto prende il via. Così eh… proprio così, liscio liscio.

A presto Geremia!!!

Espressione Finale: (°O°)