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Narrativa

Il presentimento pt. 1

Pubblicato il 29/07/2021

Esercizio nuovo

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Impatto, con il dorso della mano, il display della sveglia. Un fragore metallico tuona nei timpani; è una scossa tellurica e l’esistenza il suo epicentro. Spingo indice e anulare contro il targo, il pollice incide la curva del padiglione. La punta è intrisa di sangue.

Altri cinque minuti. Sia lodato il signore.

Il soffitto della mansarda è leggermente inclinato. Piccole fessure verticali sono fiocamente illuminate dall’abat jour in alluminio; le crepe inghiottono l’oscurità. Ho il terrore che aracnidi, pipistrelli o ratti possano

 emergere dalle viscere della parete.

È tempo d’alzarsi.

I piedi nudi gelano sulle piastrelle turchine mentre mi avvicino alla finestra. Mi accorgo che la macchia di sangue ha imbrattato il vetro. Sul marciapiede in basso camminano uomini minuscoli; si dissolvono e riappaiono tra gli ippocastani. Al tramonto i loro volti si mescolano con la bruma rosata. Chiudo gli occhi e palpo le tempie. Li riapro. Una donna aspetta vicino all’edicola il suo amante, si alza sulle punte dei piedi per abbracciarlo.

Lo scaffale vicino alla finestra è gremito di riviste. L’ordine è sopraffatto dal disordine degli altri, stipati e traboccanti. Ho sacrificato al progetto di un ordine parziale quello, rassicurante e inattuabile, dell’ordine totale. Non sono riuscito a celebrare l’antica sentenza paterna: l’ordine spaziale è specchio dell’ordine mentale.

Lo schermo del cellulare vibra, si tinge d’azzurro e appare un nome: Claudia.

«Mi sai spiegare perché sei sempre così in ritardo ?»

Ansimo e afferro una polacchina ai piedi del letto. La giro e la rigiro come se fosse una maschera peruviana dalla voce oracolare.

« Posso solo risponderti che non è casuale »

« Appunto. Dove vuoi andare stasera ? »

« Dove vuoi ma sai che non mi interessa»

« A te non interessa mai nulla. La sola cosa che conta è che sia un luogo dove la parola è interdetta. »

« Lo sapevi che ero così »

«No, non sapevo che eri così. Me l’avevi detto, ma io non ti avevo creduto. Pensavo che esagerassi. »

« Bisogna fidarsi sempre di chi parla male di sé. Ne riparliamo in piazza, tra dieci minuti ».

Piazza Amedeo è spettrale. Verdeggia, al centro, l’aiuola sepolta dal cemento: un piccolo nido che resiste alle pressioni antropiche. A lato, si staglia una piccolo edificio circolare, con le pareti di vetro e una cupola da osservatorio astronomico. Ho mentito, in realtà, se c’è un luogo dove vorrei andare in questo momento, è proprio un bar. In quei luoghi si privilegiano i toccamenti, gli sguardi indiscreti, le pose plastiche…

Quei luoghi sono vuoti. Così familiari ma spogli, arbusti come corpi stipati e morti d’inedia. Scelgo il tavolino in fondo alla sala, ad angolo. Disprezzo chi volge lo sguardo all’esterno, preferisco le spalle al muro con la possibilità d’ispezionare l’interno. Desiderare di incrociare, tra i volti dei commensali, uno sguardo familiare. Rammento le parole del mio analista; è come se vi fosse un errore sistematico nel desiderio, concepire l’oggetto desiderato come ente da violentare e sottomettere, qualcosa di esterno al soggetto stesso. Invece i “desiderata” rappresentano un atto d’espulsione, brandelli di carne riversati all’esterno che divengono la sola forma di realtà che possiamo conoscere. Almeno così mi pare di ricordare…

La falcata della cameriera mi fa sobbalzare

« Che cosa prende ? »

Alle sue spalle, un uomo in abito gessato mi fissa. La cameriera sbuffa; ha percepito il mio attimo d’esitazione.

« Una Ceres »

La ragazza si allontana. L’uomo inforca degli occhiali da sole e abbassa la testa; poi si alza e si avvicina al bancone del bar. Un vecchio sulla sessantina, dai capelli brizzolati, si stacca con passo risoluto dal fondale grigio e avanza verso l’uomo gessato. C’è un sguardo d’intesa tra di loro, poi delle parole sussurrate all’orecchio e lo sguardo ricade su di me. Non riesco a controllare il tremolio alla mano sinistra. Un tintinnio mi riporta alla realtà: la cameriera mi porge la birra.

« Desidera altro ? »

« No, grazie. Sto aspettando una persona.. »

Afferro lo schienale della poltroncina. I due uomini si alzano all’unisono. Gli occhi del vecchio diventano improvvisamente lucidi. Seguo il movimento del braccio e la mano stringe qualcosa nella tasca destra. Mi sento come una preda braccata. La caccia è aperta e agogno la fuga. Il cartello della toilette è vicino. Accelero e, di sbieco, seguo l’andamento dei due uomini. Il pedinamento non è più indiscreto; sono di tre o quattro centimetri più alti di me; l’intercedere è violento come rapaci che cadono in picchiata. Afferro la maniglia del bagno degli uomini, la gira e la richiudo velocemente alle mie spalle. L’uomo gessato frappone il piede tra lo stipite e la porta. Il vecchio striscia come una biscia nello spazio aperto; sovrastano come telamoni imperiosi.

« Cosa volete ? »

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore
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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Sono d'accordo con il Signor Fabiani: in un certo senso devi essere tu l'attore principale e poi aggiungere tutta la fantasia. Per il resto non male. Ma quel sangue all'inizio?Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Tutti i (numerosi) errori tecnici di scrittura sono figli di un unico errore filosofico: sentirsi l’AUTORE e non il PROTAGONISTA del proprio racconto. Fin quando ti percepirai come SCRITTORE, cadrai sempre in vuotaggini del tipo “è una scossa tellurica e l’esistenza il suo epicentro”, fatte apposta per suscitare complimenti manieristici e lusingare il tuo ego. Ma quando diventerai il PROTAGONISTA della tua storia, certe frasi non sarai più in grado nemmeno di pensarle, perché tutto sarà diventato vivo, reale, tangibile, effettivo. Del resto, se TU – che hai la penna creatrice in mano – non diventi il PROTAGONISTA della tua storia, come puoi sperare che ALTRI – soggetti esterni – si possano immedesimare? Il mondo della pagina riproduce il mondo reale, solo con molta più eleganza. E il mondo reale è fatto di azioni, percezioni, pensieri e dialoghi. Lo scrittore (del 2021) non conosce altro. Scrivere (nel 2021) vuol dire creare un flusso ordinato e armonico di azioni, percezioni, pensieri e dialoghi - ovviamente coerente con il PdV - e tenere ben lontani i “brandelli di carne riversati all’esterno che divengono la sola forma di realtà che possiamo conoscere”.Segnala il commento

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Kenji Albani ha votato il racconto

Esordiente
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di Luigi Celardo

Esordiente
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