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Narrativa

Il Problema Finale. Ariminum Circus, S4, E8.

Pubblicato il 25/02/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus Indice completo dell'opera: shorturl.at/kxyV1

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Lo Scrittore rilesse con una certa soddisfazione il paragrafo.

«Che ne pensi, Ombra, questo passaggio è davvero buono, non ti sembra?».

«Niente da fare, non ti pubblicheranno mai».

«I tuoi continui incoraggiamenti mi sono di grande aiuto».

«Dai, cerchiamo di guardare ai fatti. Quando un Autore scrive con l’obiettivo di pubblicare deve lavorare per creare un prodotto fruibile e definito. Inoltre, deve tenere in considerazione il contesto editoriale entro cui si muove. Possiamo aprire un dibattito infinito sul ruolo dell’arte, sui compiti dell’editore e su quelli degli artisti, ma la realtà è che, vuoi per mancanza di coraggio, vuoi per assecondare lettori deboli, vuoi per una crisi di vendite che condiziona la sperimentazione, l’editoria vede con diffidenza progetti come Ariminum Circus perché richiedono un’attenzione, una consapevolezza, una cultura non comuni e quindi risultano poco appetibili».

«Se tutti ragionassero così, in libreria arriverebbero solo fantasy senza alcuna fantasia, orrendi horror, romanzi rosa, anzi fucsia che è più carino, gialli tutti uguali incentrati su ispettori di provincia, meglio, ispettrici; meglio ancora, extracomunitarie... O anche: libri di barzellette scritti da calciatori, racconti pornografici o melodrammoni strappalacrime – la madre con il marito alcolizzato accudisce il figlio gay malato di cancro, il bisessuale drogato s’immola offrendo il proprio midollo spinale da cui la dottoressa giapponese supersexy trarrà l’antidoto per salvare l’umanità dall’inquinamento globale, la supereroina di colore in lotta contro cattivissimi maschi bianchi normodotati... Ooops, è proprio quello che succede!».

«Dammi retta, lascia perdere William Shakespeare o Wislawa Szymborska. L’agente letterario medio non saprebbe neppure sillabarne i nomi!».

«Io ne ho conosciuto uno convinto che Milan Kundera fosse una finale di Coppa dei Campioni».

«Come volevasi dimostrare. No, devi cambiare direzione. Per il pubblico femminile potresti scrivere una cosa tipo Astrofisica per cuori infranti. Biografia erotica di Margherita Hack. Successo garantito con traduzioni in almeno venti Paesi».

«Mi spiace, la stupidità non è il mio forte».

«Allora, vai sul transgender filosofico-meditativo con un titolo del genere: Stare bene con i Fiori di Bacca. Sviluppa la tua intelligenza emotiva con 38 gol d’Autore. È roba che va fortissimo, credimi».

«Non mi avranno mai. Continuando ad alimentare con questa dieta i Lettori che l’establishment editoriale presume con arroganza essere deboli, quando invece la debolezza risiede nei vertici dell’editoria, incapace di qualsiasi scatto in avanti, di visione a lungo termine, di pensiero laterale, se non di pensiero tout-court, riflesso di un declino generale della leadership a tutti i livelli, non si può che condurli all’estinzione. Come sta puntualmente avvenendo».

«Sì, ma mettiti nei panni di un editore. La sua responsabilità è pubblicare libri, renderli pubblici. Un libro che non si vende, che non si vede, resta un fatto privato».

«Alibi ridicoli per giustificare politiche editoriali che mirano solo al profitto realizzato senza troppi sforzi».

«Va bene, può essere, ma anche se trovassi un editore disponibile al nuovo, come puoi sperare che si raccapezzi in questo guazzabuglio! Gli proponi cento piste da seguire nessuna delle quali porta a una conclusione: è come essere in uno di quei labirinti dove a ogni svolta ci si trova in un vicolo cieco che ti costringe a tornare indietro e a cercare un’altra strada».

«Non sono vicoli ciechi, sono pezzi di storia fruibili anche separatamente o collegabili fra loro in tanti modi diversi, come i frammenti colorati di un caleidoscopio. O di un film interattivo su Netflix ».

«Giustificazioni da Cortázar dei poveri con ottant’anni di ritardo. A me sembra che ti diverti a fare schiantare di continuo il Lettore contro dei muri di vetro. Anche quando si entra in una scena con un respiro narrativo un po’ ampio il capitolo s’interrompe d’un tratto, senza ragioni apparenti, magari con una battuta che non fa ridere nessuno o un aforisma incomprensibile. Neanche lo shitposting di un nerd depresso o il poetare di un Edward Lear dopo una scorpacciata di funghi allucinogeni potrebbe essere più sconclusionato di così!».

«Come e perché terminano i capitoli o i romanzi? Chi decide qual è il giusto confine oltre il quale la prosa finisce? Si può sempre andare avanti dopo la fine di una narrazione: lo dimostrano gli infiniti sequel dei romanzi (ma anche dei film, dei videogiochi; e delle serie-tv, ovviamente, nonché dei miti e dei poemi più antichi) che da sempre hanno appassionato i loro frequentatori. Non parliamo dell’epoca attuale, segnata da una vera e propria orgia di prequel, reunion, revival, remake, spin-off. I film non iniziano e non finiscono, ma proseguono attardandosi sullo schermo. Nell’ultimo anno, diciassette dei venti lungometraggi più visti sono stati sequel. Netflix può commissionare un reboot sulla base della quantità di utenti che hanno visto l’originale in streaming. Amazon calcola quanto valgono i suoi show allungandoli o accorciandoli sulla base del numero di abbonamenti Prime che hanno generato. I ventisette milioni di fan del Trono di Spade possono costringere HBO a riscriverne la Stagione “Finale” proprio perché non vogliono che finisca. Peraltro già un secolo prima, con la medesima difficoltà si era dovuto cimentare Conan Doyle: la morte di Holmes, nel racconto Il problema finale, fu così contestata dal pubblico che lo Scrittore dovette resuscitarlo. Analogamente, il cattivo di Dallas, che sembrava morto al termine della Terza Stagione, dovette essere riportato in vita perché gli Autori si resero conto che la longevità della serie gli era indissolubilmente legata».

«Ho capito, stai parlando di quella che Stephen King chiamerebbe la sindorme di Misery» concedette l’Ombra.

«Celebre anche il caso del pluripremiato anime Neon Genesis Evangelion: gli appassionati hanno preteso un prolungamento cinematografico che desse una risposta ai tanti interrogativi rimasti insoluti al termine delle vicende raccontate in tv. Così, nel 1997, Hideaki Anno e lo Studio Gainax realizzarono addirittura due lungometraggi animati: Death & Rebirth, composto da vari spezzoni tratti dai ventiquattro episodi della programmazione televisiva originale e da alcune sequenze inedite, e The End of Evangelion, che ne rappresenta un finale alternativo. E così via. Ergo, qualsiasi conclusione è, al giorno d’oggi, casuale, arbitraria: inconcludente, se mi passi l’ossimoro».

L’Ombra capì di aver concesso troppo e cercò di recuperare il terreno perduto. «Al giorno d’oggi, hai detto bene. Per secoli la letteratura ha sfornato narrazioni concluse in se stesse. Tu che ami tanto Shakespeare e l’Amleto dovresti ricordarne la battuta finale, anzi definitiva: “Tutto il resto è silenzio”. E volendo parlare più specificamente della forma romanzesca di narrativa, per Umberto Eco, che citi a raffica, ogni romanzo è un labirinto univoco, unidirezionale, lineare. In parole povere, è una storia con un inizio, uno svolgimento (sia pure complesso a piacere) e una fine».

«Apparentemente: in realtà ne sottende sempre uno polivoco, multidirezionale, reticolare. Calvino nelle Lezioni Americane scrive che in teoria i finali dovrebbero presentare connotati speculari rispetto agli inizi; e questo, ammette, almeno in parte è vero. Tanto che ne abbozza una tipologia: finali indeterminati (La montagna incantata), finali cosmici (La coscienza di Zeno), finali che dissolvono l’illusione realistica (Don Chisciotte). Ma la simmetria, secondo Calvino, non si estende al piano estetico. Nella tradizione romanzesca ci sono più inizi memorabili che non memorabili conclusioni. La ragione è che il finale non è il vero punto d’arrivo della narrazione».

«Sarà, ma, a parte il fatto che i tuoi personaggi risultano piatti e interscambiabili, uguali tra loro come se fossero un unico blocco che parla a più voci, ragion per cui i dialoghi tra i protagonisti non risultano mai credibili, non essendo in alcun modo regolati da una razionalità interna, la tua prosa infinita mi sfi-nisce. Chiede al Lettore un atto di fede assoluta nel flusso creato da un demiurgo esterno cui deve abbandonarsi – correndo il rischio di rimanervi affogato dentro. Fa proprio la stessa fine del Kubla Kahn di Calvino, sommerso dalla ricchezza di emblemi o “logogrifi” che Marco Polo evoca descrivendogli città che per paradosso vengono chiamate invisibili, in quel libro che detesto – cos’è, un romanzo? Una serie di racconti? O di poesie in prosa? Un dialogo filosofico leopardiano? Un libro-gioco? Un reportage fantastico ambientato in un Paese Immaginario? Il catalogo di una mostra di pittura? Inqualificabile!».

«La tua osservazione sulla piattezza e interscambiabilità dei personaggi mi sembra ingiustificata, anche a prescindere dal fatto che l’impressione di costituire “un blocco unico” è una scelta stilistica coerente con lo scioglimento, con uno dei possibili scioglimenti, che ho in animo di proporre nelle ultime pagine. Umberto Eco, scusa se lo chiamo in causa ancora una volta!, nelle Sei passeggiate, ha spiegato che di un mondo narrativo non si può dire tutto. L’autore, come la Pizia cumana o Eraclito, “accenna, quindi chiede al Lettore di collaborare colmando una serie di spazi vuoti”. Vedi su questo anche l’incipit dell’Enrico V shakespeariano. Per quanto, nel caso di Ariminum Circus, il riferimento più pertinente è ai protagonisti di quel “romanzo di idee” che è Il Convivio platonico: in entrambi i casi ciascuno rappresenta una personalità storicamente, o letterariamente, accertata, una professione o disciplina, un punto di vista specifico sulla Vita, l’Universo e tutto quanto.

Detto questo, ognuno di loro, Jay o Lloyd Snark fino ad arrivare a personaggi secondari non umani come il robot pulitore e Psycobot, ha una fisionomia precisa, una sua “ombra colorata”, la chiamerebbe Nabokov ¬– riecheggiando forse inconsapevolmente quella teoria, espressa da Somerset Maugham in un saggio sull’Impressionismo, messa in pratica, fra gli altri, da Murakami Haruki nel libro dedicato agli anni di pellegrinaggio di Tazaki Tsukuru e da Quentin Tarantino in Le Iene

In particolare, ha un rapporto diverso con il sesso femminile e questo ne determina in buona parte le azioni e gli scambi verbali. Il Custode, che nella Quinta Stagione risulterà affetto da una patologia da personalità multipla – si esprime non a caso in uno slang costituito da una mescolanza di inglese, greco, latino, giapponese, tedesco e dialetto romagnolo – prova un’attrazione morbosa verso l’altro sesso. Jay, ossessionato da Daisy, riconduce qualsiasi ragionamento al tema erotico, di cui ha una visione romantica. Il Piccolo Ed, al contrario, è terrorizzato dalle donne e vede in ciascuna di loro un mostruoso Vampiro. Se ne difende attraverso la tecnologia (ritiene di poter gestire le pulsioni erotiche con un algoritmo), ma soccomberà. Il Pescivendolo è un ruffiano che sfrutta le “Cercatrici di Alimenti” ed è in rapporti d’affari (almeno in apparenza: alla fine si scoprirà la Verità) con Daisy e Helen, oltre che con la Tabaccaia; la quale, a sua volta, ha una liaison con il robot pulitore (sono partner nelle gare di tango, il ballo erotico per eccellenza). Il Maestro persegue un approccio neurofisiologico all’amore come a tutte le emozioni umane».

«Deciditi. I tuoi protagonisti sono volutamente anonimi o, al contrario, ben caratterizzati? In questo caso, il posizionamento rispetto al tema dei rapporti uomo-donna basta a definirli? Direi di no. Per rimanere all’Autore di Lolita, “non basta fare indossare un abito a un’idea per farne un personaggio”».

«Se ti sforzi di andare appena al di sotto della superficie, scoprirai molto altro. E poi, anche fra gli addetti ai lavori non c’è un accordo sul modo in cui debba essere descritto un individuo romanzesco. Secondo alcuni, serve soltanto a tenere insieme le pagine: l’eroe stesso non va inteso come una persona la cui storia viene sviluppata dal testo, ma come un mero collante fra le varie parti del racconto. Sul versante critico opposto si sostiene che i grandi personaggi, da Jay Gatsby a Lady Macbeth, non possono essere considerati alla stregua di semplici funzioni narrative».

L’Ombra cercò di attirare lo Scrittore in un tranello: «Tu da che parte stai?».

Lo Scrittore si prese un momento di pausa. Non voleva dare risposte avventate, di cui si sarebbe pentito.

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Alessandro Massa ha votato il racconto

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Scrivi di flusso e di perdersi, e io di sicuro mi sono perso in questo tuo flusso - ma solo per ritrovarci pensieri miei, già sfornati, come il pane di mattina dopo una nottata a fare festa. In aggiunta ho dei pensieri anche io: discendiamo da un secolo di tradizione tecnologica improntata nello zapping, che si è evoluto nello scrolling - cioè il visualizzatore di contenuti è propriamente un *utilizzatore* del mezzo, che assorbe ciò che altri hanno creato. Ma esistono altre tradizioni: leggevo un libro di Ben Rhodes sul suo tempo nella casa bianca con Barack Obama, e lì lui ricordava di quella volta che Obama fece piangere mezzo internet cantando Amazing Grace, in onore delle vittime di Dylann Roff - e qui mi ha colpito in momento in cui Rhodes ci ricorda che Obama cambiava ritmo e modo di recitatare quando si trovava in una congregazione di neri, e che tutti i presenti nella chiesa sono così i qualche modo parte del discorso, perché il loro muoversi, il loro partecipare, il loro *esserci*, si riflette su Obama. Come James Brown, in Blues Brothers, diciamo. Secondo me, non c'è motivo per cui il libro - come mezzo, s'intende - non possa riflettere una simile *participazione* da parte del lettore. Come, non lo so. Ma mi ispirano molto i pensieri a cui dai voce in questo racconto: la scrittura come animale iterante, che cambia e gira con il contributo del lettore. Come Dickens. Come le playlist di spotify, creati da ragazzini alle 2 di notte che provano a dire... qualcosa. BelloSegnala il commento

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Valentina Raniello ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

Esordiente
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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Isabella Ross ha votato il racconto

Esordiente
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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

(Dune dovevano farlo al posto di Guerre Stellari) Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Sante parole!Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

Esordiente

Tanta roba sulla griglia comunicativa. Non so commentare adesso. Senti questa: Bowie dopo i cinquant’anni fece alcuni gruppi, poi mise insieme una band stabile con tra gli altri R. Greeves alla chitarra e Gail Ann Dorsey cantante e bassista. Diceva che se non li avesse incontrati avrebbe smesso di suonare o quasi. Disse che ora non gli interessava più il giudizio del pubblico o della critica, suonava come voleva e quello che voleva. Di sè disse: "J'm still sharpe". Spiegava questa sua libertà dal giudizio altrui come la conseguenza del fatto che "j fullfiled life." Questo era David Bowie a 50 suonati.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Riflessioni amare, ma anche un saggio sul mondo letterario e l'editoria scritto con una cultura e una capacità di collegamento che meritano ammirazioneSegnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

Inedito sfiorare il serioso e l'amarezza. Poi l'annuncio della quinta stagione. Sempre tosto.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Acuta riflessione. La forma letteraria smontata in infiniti pezzi.Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor
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Sonia A. ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Leggere le tue osservazioni mi ha divertito ed intristito insieme... la verità sta sempre nel mezzo, nell'ombra diciamo...:-) Ps: anche Spok di Star Trek venne riesumato per volere dei fan dopo che l'ira di Khan tentò di cancellarlo dai film futuri... Ciao Federico, non abbandonarci!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

Scrittore
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