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Narrativa

Il riccio di Arturo

Pubblicato il 10/07/2020

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Conoscevo un tizio che era capace di toccarsi la punta del naso con la lingua.

Mi sono sempre chiesto come facesse.

Ne conoscevo un altro che riusciva a muovere le orecchie a ritmo di musica.

Gli amici lo chiamavano Dumbo, come l'elefantino.

Ce n'era un altro che chiudendo gli occhi riusciva a trattenere il respiro per così tanto tempo che una volta è stato dato per morto. Invece era vivo e vegeto e l'aria trattenuta aveva finito per liberarla da dietro.

Avevo conosciuto tanti tipi strani nella mia vita ma lui li superava tutti.

Si chiamava Arturo. Aveva una ventina d'anni e quel giorno portava sulla spalla un riccio. Non un pappagallo o, che ne so, un volatile di qualche tipo. Un riccio. Assurdo. Che poi stava lì! Non scappava! Incredibile...

Arturo era il matto del paese. Aveva sulla testa un cappello di paglia con una piuma enorme di pavone. Quel giorno portava dei calzoni corti color giallo canarino con una bella toppa colorata cucita su una tasca, una maglietta rossa che gli arrivava fino al sedere con sopra scritto "Chi mi ama, mi segua" e dei sandali color grigio topo che avevano visto sicuramente dei giorni migliori.

"Arturo, perché porti un riccio sulla spalla?" mi ero azzardato a chiedere, ma con prudenza perché era un po' permaloso. E lui, con i suoi occhietti porcini e lo sguardo perso non si sa dove, mi aveva risposto, balbettando, che era un bel modo per tenere la gente alla larga.

Il suo discorso non faceva una grinza.

Ma non tutti avevano paura dell'animale che riposava sulla sua spalla. I bambini del quartiere infatti si erano avvicinati e volevano toccare quella specie di pera con gli aculei.

Arturo li aveva guardati male, aveva preso il riccio e lo aveva messo delicatamente dentro il cappello di paglia. Quindi aveva girato le spalle al gruppetto chiassoso e si era allontanato brontolando.

Ma Arturo lo conoscevano tutti e sapevano che era buono come un pezzo di pane, così i bambini l'avevano seguito gridando in coro "Dai Arturo, faccelo toccare almeno una volta!".

Arturo allora, sbuffando come una locomotiva, dopo molti dinieghi, aveva finito per accontentarli. Aveva quindi preso il riccio dal cappello e l'aveva mostrato ai bambini perché potessero accarezzarlo.

"Fate piano o morirà per la paura" aveva detto preoccupato e la sua voce tremava lievemente per l'ansia.

I bambini si erano guardati l'un l'altro ghignando. Il più lesto del gruppetto aveva agguantato il riccio col proprio cappello per non pungersi e tutti insieme, dopo aver fatto una pernacchia al povero Arturo, erano scappati via.

Io avevo tentato di inseguire i monelli ma quelli correvano come lepri. Prima di fermarmi con il cuore a mille li avevo sentiti dire cose terribili che per fortuna Arturo non aveva potuto udire. "Usiamolo al posto del pallone!" aveva infatti gridato uno dei bambini. "O come pallina da tennis!" aveva proposto un altro.

Non dandomi per vinto, avevo iniziato a cercare i monelli per tutto il quartiere e finalmente ero riuscito a trovarli, riuniti in un parchetto, in procinto di mettere in atto i loro terribili propositi.

Stavo per raggiungerli e salvare il povero animale quando una bambina che poteva avere sei o forse sette anni, tutta seria nel suo vestitino rosa, si era avvicinata al gruppetto.

“Ciao, posso toccare il riccio? E' così carino” aveva chiesto timidamente.

“Toccalo pure! Tra poco non potrai farlo più perché diventerà un bel pallone da calcio” aveva detto uno dei bambini, quello più alto e quindi probabilmente il più grandicello del gruppo. Gli altri erano scoppiati a ridere. Tutti tranne la bambina.

“Grazie...” aveva mormorato.

Il bambino alto le aveva mostrato il riccio, che riposava nel suo cappello ignaro della fine orribile che stava per fare. La bambina aveva allungato le mani e con un movimento fulmineo aveva strappato il cappello dalle mani del monello per poi darsela a gambe levate.

Il gruppetto, colto alla sprovvista, era rimasto per qualche secondo paralizzato per la sorpresa. Poi era partito all'inseguimento della bambina, ma quella correva velocissima e ben presto l'aveva seminato.

Io avevo osservato tutta la scena con una soddisfazione incredibile. Mi ero già preparato una bella ramanzina da fare ai piccoli teppisti ma non ce ne era stato bisogno.

Tornato sui miei passi avevo incontrato nuovamente Arturo che sorrideva beato con il suo riccio sulla spalla.

Sorrisi anche io.


Morale: Chi la fa l’aspetti. Chi opera ai danni altrui si aspetti di esserne ripagato con la stessa moneta.

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MargheMesi ha votato il racconto

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Tra Gian Burrasca e Miyazaki!Segnala il commento

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carlomariavadim ha votato il racconto

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Ti leggo per la prima volta. Uno stile interessante, disinvolto, che mi convince. Anche la trama è buona ma forse potresti introdurre qualcosa di inaspettato nella bambina che strappa il riccio ai ragazzini... Inventati qualcosa! Vedrò le altre cose che ha scritto. Mi sembri brava!Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

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Mi è piaciuto molto il personaggio del matto dal buon cuore, toglierei soltanto la morale. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Piacevole, raccontato in modo spigliato. Anch'io avrei evitato la morale finaleSegnala il commento

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Stefano Adesso ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Ho letto solo questa che credo sia una versione aggiustata, quindi non ho possibilità di fare un confronto. Comunque è un bel racconto, volendo anche a sfondo animalista visto che da evidenza ad un problema reale che è il maltrattamento degli animali. Credo sia capitato a tutti di conoscere un “Arturo”, personaggio un po’ tocco che non farebbe male a una mosca. E sì, la morale si era capita anche senza l’appendice finale. Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Filippo Hanemann ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

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Storia, purtoppo, accaduta qualche giorno fa con epilogo però tragicoo. i ragazzini, dopo torture, hanno ucciso il riccio. Hai creato un bel personaggio (il matto) e dato vita credibile a quei ragazzini. Forse avrei evitato la morale finale Piaciuto Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Andreasololettore ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Un racconto-fiaba dal finale inaspettato, forse poco credibile, ma nelle favole tutto può accadere Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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:))molto carino Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
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l'utilità di typee come palestra di confronto e scambio d'idee. hai fatto benissimo a riscrivere il tuo racconto, nella prima versione terminava in fretta e senza una vera chiusa, e la comparsa della bambina non bastava a lasciare il lettore soddisfatto. non servono i fuochi d'artificio, basta anche una giravolta che metta il fiocco a una vicenda pulita e bizzarra che in poche righe ci ha presentato un tenero matto, un animale inusuale e una masnada di bambini crudeli.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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di Giorgia Nicolini

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