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Narrativa

Il saluto

Pubblicato il 20/03/2020

Cosa si ricorderà fra cent'anni?

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- Ehi, ragazzi, sentite qua. – Grida Francesco raggiungendo dei compagni di classe in attesa di entrare a scuola.

- Guardate cosa ho trovato. – Francesco si avvicina reggendo dei fogli stampati. – Stavo facendo la ricerca per storia e ho letto ‘sta curiosità su Internet.

Gli altri tre, zaini in spalla, restano in attesa, come a stimolare Francesco a raccontare.

- Quindi? – Chiede alla fine Angelo, impaziente.

- Allora, pare che fino all’inizio del secolo scorso, nel 2020, la gente si salutasse stringendosi la mano.

- Cioè? – Chiedono in coro i compagni.

- Eh, metti che due si incontravano per strada o si lasciavano dopo aver passato del tempo insieme, ecco, si davano la mano. E la scuotevano su e giù.

- In che modo? – Sorride Filippo grattandosi la testa.

- Cioè, - tenta di spiegare Francesco mimando i gesti, – mentre si davano la mano, poi le facevano andare su e giù insieme, così.

- Ma dai? Proviamo. – Propone ridendo Luca. E fa per prendere con la sua sinistra la mano destra di Francesco per poi dimenarle in su e in giù.

- Ma no, aspetta. Non così. Prima di tutto si davano tutti e due la destra. - Alle parole Francesco fa seguire i fatti, offrendo la propria mano a Luca. – Dai, stringila… ahia, piano!

I due, impacciati, aggiungono alla reciproca stretta di mano una leggera scossa.

- Buffo! E dappertutto era così? – Chiede Filippo incuriosito cercando di sbirciare nei fogli di Francesco.

- Mah, - cerca di rispondere l’altro, riguardando gli stampati. – Sembra fosse una forma di saluto sviluppatasi inizialmente solo in occidente. Infatti in Asia era più comune congiungere le mani e inchinarsi, in una forma di rispetto verso l’altro. Negli Stati Uniti, invece, i nativi americani, prima di essere sterminati e sottomessi, si salutavano alzando la mano e mostrandola disarmata. Un po’ come gli antichi romani, “Ave o Cesare”. – E Francesco fa seguire il gesto alle parole.

- Ma dai, che roba! – Esclama Angelo sgranando gli occhi.

- Sì. Poi ci sono stati secoli in cui lo stile di vita occidentale ha preso il sopravvento e questo modo di salutarsi è stato adottato più o meno ovunque.

Francesco fa una pausa sfogliando le carte che ha in mano.

- Ah, aspettate, c’è dell’altro. Alcuni, più in confidenza tra loro, oltre a stringersi la mano, intanto si scambiavano anche dei baci.

- Eeeeh?- Luca sembrava quasi schifato.

- Sì, si davano dei baci sulle guance. Due, a volte anche tre.

- Ma dai! E perché ‘sto saluto è passato di moda?

- No, non è tanto che è passato di moda. Sembra che nel 2020, appunto, si sia scatenata una pandemia. Un virus micidiale, contagiosissimo, ha costretto la gente a restare rintanata nelle proprie abitazioni per mesi.

- Ah, mi ricordo che mio nonno ogni tanto ne parlava, – dice Filippo. – Glielo aveva raccontato suo padre, perché lui era troppo piccolo per ricordarlo.

- E cosa era successo? - Domanda Luca incuriosito.

- Mah, se mi ricordo bene, pare che proprio qui a Bergamo quella malattia sia stata particolarmente devastante. Decine di morti ogni giorno. Sistema sanitario al collasso. Avevano dovuto allestire ospedali da campo improvvisati nei padiglioni della fiera.

- Sì, - aggiunge Francesco – andando avanti nella ricerca ho letto che una mattina, lungo via Borgo Palazzo, si erano allineati settanta camion militari carichi di bare.

- Motivo? – Chiedono stupiti i compagni.

- Eh, perché il forno crematorio della città non riusciva a star dietro alla quantità di morti. Li avevano accumulati anche nella chiesa del cimitero, ma poi hanno dovuto prendere la decisione di inviarli in altre città. Addirittura fuori dalla Lombardia.

I quattro ragazzi si zittiscono. Sembra stiano cercando di visualizzare la chiesa piena di bare, e queste che vengono poi caricate sui camion dell’esercito, uno in fila all’altro, fino a formare una colonna di oltre trecento metri che scorre lungo le vie della città deserta, nel silenzio spettrale del mattino, quasi di nascosto.

- Ma scusa, - chiede Angelo, - che cos’era questo virus?

- Lo chiamavano Coronavirus, o Covid-19. Causava un’influenza particolarmente aggressiva, tale da creare problemi respiratori che degeneravano in polmonite.

- Ma perché dovevano restare segregati in casa?

- Perché era altamente contagioso. Questo era il problema maggiore. Si diffondeva in maniera così rapida che il numero dei malati cresceva in modo esponenziale. E degenerando in crisi respiratorie, la maggior parte delle persone doveva essere ricoverata per ricevere le cure necessarie in terapia intensiva. E non c’erano attrezzature per tutti. Tanto meno posti letto e, ovviamente, neanche operatori sanitari sufficienti per star dietro a tutti. Quelli che c’erano, e che non si ammalavano a loro volta, erano costretti a turni infernali, non ce la facevano più. Per questo la decisone fu di costringere la gente a casa: per evitare che il contagio continuasse a diffondersi e che il numero di malati aumentasse a dismisura.

- E il saluto cosa c’entra?

- C’entra, c’entra. Perché a tutti era consigliato, in caso dovessero per forza uscire e incontrare gente, di stare almeno a due, tre metri di distanza uno dall’altro, parlandosi con delle mascherine a copertura di naso e bocca, indossando dei guanti ed evitando qualsiasi contatto. Così questa attenzione, dopo mesi, è divenuta un’abitudine. E si è tornati a salutarsi alzando la mano come gli antichi romani, senza più toccarsi, come se fosse rimasta nelle persone la paura e la voglia di tenersi a distanza.

- Ma cosa hanno fatto per dei mesi chiusi in casa? – Gli è venuto da chiedersi ad Angelo.

- Sembra che all’inizio sia stato difficile, – spiega Francesco. - Poi la gente ha cominciato ad organizzarsi e, capendo che era l’atteggiamento giusto, si spronava a resistere a vicenda. Dapprima erano comparsi dei cartelli di speranza disegnati dai bambini: Andrà tutto bene. Poi, qui a Bergamo, quando la situazione ha cominciato a farsi più tesa e pesante, qualcuno ha scritto su un muro: Mola mia!

Gli amici sorridono a quell’espressione dialettale che ancora loro usano mentre giocano a pallone e devono stringere i denti per tenere duro, e si incitano a vicenda urlando: Mola mia!

Francesco ricorda come il padre, portandolo a camminare in montagna, quando il rifugio appariva ancora una macchiolina lontana in vetta, lo spronava dicendo: Mola mia!

Ad Angelo, invece, viene in mente quando la primavera scorsa, con la voglia di uscire e andare in cortile a giocare, ma doveva finire di studiare per un'interrogazione, la mamma gli fece forza accarezzandogli la testa e dicendo: Mola mia!

Luca sente ancora nelle orecchie l’urlo di suo papà negli ultimi cento metri della corsa campestre dell’anno prima, sotto un acquazzone che aveva reso il percorso un pantano fangoso: Mola mia!

E Filippo rivede suo nonno che, aspettandolo fuori dallo spogliatoio dopo la sconfitta in un incontro di judo, gli aveva messo una mano sulla spalla e gli aveva sussurrato: Mola mia!

I quattro ragazzi si guardano negli occhi lucidi, poi Luca ha un ultimo dubbio da chiarirsi:

- Sì, in tutta Italia si è tornati a salutarsi mostrando la mano aperta. Ma perché qui a Bergamo, al contrario, siamo passati agli abbracci?

- Perché quando il virus è stato sconfitto, erano tutti talmente contenti che si abbracciarono per le strade per giorni. E non hanno più smesso.

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Anonimo Piacentino ha votato il racconto

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La speranza è l'ultima a morire. Ben augurante, piaciutoSegnala il commento

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paroleemusica ha votato il racconto

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Pieno di speranza. Un abbraccioSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Metterei un 💖 enorme.Segnala il commento

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello il fatto che racconti questa tragedia nel futuro, dando così speranza a noi che viviamo nel presente di saluti migliori rispetto al battersi il gomito. Bravo!Segnala il commento

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Ocram ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Forza Bergamo! Che dire... un grande abbraccio!Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
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il tuo racconto è l'imbuto per travisare il dramma e la paura in un distillato di speranza. parrebbe apocalittico, all'inizio: è rasserenante, invece.Segnala il commento

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Clara Buttac ha votato il racconto

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

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Primavera ha votato il racconto

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Mola mia! Scritto di getto ma bene, qualche lieve imperfezione qua e là. Bella l'idea e il suo sviluppo. Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Bello: malinconico, ma fa sorridere; triste ma con una speranza: torneremo a un abbraccio per salutarci Segnala il commento

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Isa.M ha votato il racconto

Esordiente

Io l'avrei chiamato "Mola mia!" questo racconto ;) Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Malgrado tutto sei riuscito a parlarne in un modo profondo leggero e commovente. Bravo Mola miaSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

(Per pignoleria: Covid19 è il nome della malattia, il nome del virus è SARS-CoV-2)Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

L’unica cosa buona del corona è che scatena la fantasia. Credo che in un futuro non lontano tanti scrittori famosi si scateneranno su questo tema. “Mola mia, neh !”... Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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gdrogo92 ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

va tutto bene, anche quando non va beneSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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LoSteNo ha votato il racconto

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Pota, andrà tutto bene. E tra cento anni, ci ricorderemo di Manzoni e magari di Steco15. Vi saluto, ma senza mano. Mola mia scecc.Segnala il commento

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di SteCo15

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