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Noir

Il sapore della colpa

Di Carlotta Balestrieri - Scritto da Esordiente - Editato da Claudia Bellana
Pubblicato il 07/06/2017

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Dopo quel bacio, aveva sentito il rimorso salirgli fino alle labbra. E non se ne andava più. Aveva un sapore amaro - quasi ferroso - che gli scottava l’esofago e gli grattava la gola.

Sputò nel lavandino, mandò giù un sorso d’acqua e si spruzzò l’antibatterico su faringe e tonsille; un minuto dopo, l’effetto anestetizzante del medicinale era svanito.

Afferrò un flacone di collutorio e ne fece fuori metà, poi si lavò i denti e proseguì con la pulizia della lingua, a detta del suo dentista ricettacolo di tutti i mali del mondo. Fosse stato più sistematico nella sua igiene orale, forse non avrebbe commesso quell’errore.

Con la bocca profumata di menta, uscì dal bagno e si gettò nel letto, sperando di essersi ripulito la coscienza con lo spazzolino. Si girò sul materasso senza riuscire a prendere sonno, domandandosi in che modo era riuscito a tradire Luna. Afferrò il telefono, pronto a vuotare il sacco, ma poi cambiò idea e lo lanciò sul cuscino. Cosa gli diceva la testa? Aveva forse intenzione di scavarsi la fossa da solo? Si alzò di nuovo, aprì la doccia e ci si gettò sotto senza togliersi i vestiti, immaginando di essere in un bosco, battezzato dalle gocce calde e purificatrici di un temporale estivo. Aveva baciato Sara, la migliore amica della sua fidanzata, e non riusciva a darsi pace. Se lei lo avesse respinto, si sarebbe potuto fermare, avrebbe potuto mettere fine sul nascere a quella storia e, magari, con un po’ di insistenza, l’avrebbe convinta a mantenere il segreto. Invece la ragazza aveva accettato il suo invito, aveva risposto al bacio, e la sua lingua aveva cominciato a muoverglisi dentro e a farlo sentire cattivo. L’odio era nato proprio lì, un odio rivolto a lei e a sé stesso, un odio totale, onnivoro e velenoso che aveva offuscato tutto quanto: passione, eccitazione e desiderio.


Finita la doccia, si levò i vestiti bagnati, si avvolse nell’accappatoio e si diresse in salotto dove Sara, con il capo umido di sangue, giaceva a terra in posizione fetale. Non ne era sicuro ma, da quando era successo, sembrava essersi mossa. Si avvicinò senza toccarla e si rese conto che respirava ancora. Non era morta sul colpo, ma stava agonizzando sul tappeto indiano Kilim che aveva ereditato da nonna Eva, trovata cadavere proprio lì sopra dalla badante moldava in un mattino di qualche anno prima. Quella corrispondenza di eventi lo fece scoppiare in una risata isterica.


Non avrebbe voluto farle del male. L’aveva spinta via per interrompere quel bacio, ma lei aveva perso l’equilibrio ed era caduta all’indietro, sbattendo la testa sullo spigolo del tavolino di cristallo.

A guardarla bene, non la trovava nemmeno attraente: aveva le sopracciglia truccate e volgari, gli zigomi piatti e cadenti, le narici larghe e le braccia troppo lunghe per la sua statura. Inoltre, l’intelligenza non era mai stata la sua dote migliore. Cosa c’aveva visto, poi...

Si sdraiò accanto a lei, le mise un cuscino sulla faccia e guardò la vita uscirle dal corpo. Poi tornò in camera e si chiuse la porta alle spalle.


Seduto sul letto con la schiena appoggiata alla spalliera, cominciò a fare respiri profondi; respiri che a Sara aveva negato. Curioso di capire quanto avesse sofferto, provò a chiudersi bocca e naso con una mano, ma non riuscì a resistere più di venti secondi. Si concentrò quindi sul movimento del petto e sul sibilo che produceva l’aria entrandogli nell’organismo, e ne immaginò il percorso dalle narici ai polmoni. Su e giù, dentro e fuori, come una marea tiepida o un amplesso.


Era stranamente calmo; quello che aveva appena fatto gli sembrava irreale come un film alla televisione. Senza quasi rendersene conto, scivolò in un dormiveglia da cui riemerse di colpo con la faccia schiacchiata sul materasso. Si mise a sedere e, tossendo per riprendere fiato, sentì quel sapore risalirgli la gola, stavolta così forte da bruciargli anche l’anima.

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