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Narrativa

Il serpentello velenoso

Pubblicato il 08/05/2018

La libertà della donna in Afghanistan. Utopia.

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Questa è una storia vera.

Mi chiamo Zarmina, sono nata in Afghanistan, vivo a Gereshk, a circa 600 chilometri da Kabul. La mia data di nascita non la conosco, le date da noi sono importanti solo per gli uomini. Fin da piccola ho amato la poesia, i canti delle nostre donne mi portavano verso mondi lontani. Lontano dal clima soffocante, lontano dalla buia gabbia creata da mio padre e i miei fratelli.

Non mi era permesso uscire di casa. La radio era il solo tramite con il mondo esterno, la radio mi salvò. Un giorno ho sentito parlare dell’associazione “Mirman Baheer” con sede a Kabul, dove per telefono, di nascosto, avrei potuto dettare i miei versi. Scelsi come pseudonimo Rahila (chi viaggia). Appena potevo, come in una setta segreta, a orari concordati, chiamavo l’associazione dove c’era Ogai Amail, che mi aspettava per trascrivere i miei versi che potevano essere o Landai – che in lingua pashto significa serpentello velenoso – o poesie d’amore. Il Landai era la mia forma preferita. Immediato, fulmineo, rapido, dove in soli due versi potevo raccontare la mia rabbia, il mio bisogno di libertà, le mie dolorose emozioni. Ero felice.

La felicità per una donna afghana è una chimera. Un giorno stavo leggendo al telefono i miei testi, quando mia cognata mi scoprì. I miei fratelli iniziarono a picchiarmi con violenza inaudita, fecero a pezzi tutti i miei quaderni di poesie. Crollai, emotivamente ero già morta.

Mi chiamavo Zarmina. La mia data di morte dovrebbe essere il 12 maggio 2005, avevo 17 anni circa. Avevo commesso due gravi peccati, ho amato la poesia e il mio promesso sposo, scelto da mio padre. Mi ha fidanzato ad un cugino coetaneo quando ero una bambina, ma noi ci siamo innamorati sul serio. Quando però mio padre scoprì che la famiglia del mio fidanzato non poteva pagare la dote richiesta, sciolse il fidanzamento. Il mio ragazzo tentò il suicidio e io, non avendo più nulla da perdere, tolta la poesia, perso il mio amore, mi diedi fuoco. Dopo sette giorni di agonia sono morta all’ospedale di Kandahar.

Io sto gridando ma tu non rispondi. / Un giorno mi cercherai ed io me ne sarò andata da questo mondo.

Zarmina Rahila

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Hal Rostov ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Struggente e terribile come soltanto la realtà sa essere.Segnala il commento

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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di Turchina

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