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Narrativa

Il sistema del ragionier Schioppetti

Pubblicato il 19/04/2020

Sabotatore autonomo

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Si era preparato proprio bene. Contro il mondo. Non mi avrai, pensava, osservandosi allo specchio completamente nudo. Ancora qualche cicatrice sanguinava, dove aveva lasciato i punti più larghi sulle giunture, per muoversi meglio. Era rigonfio dall’operazione di quella notte, ma un po’ di sonno in frigorifero lo avrebbe subito riportato alla normalità.


Simone sapeva quel che stava facendo, il suo era un atteggiamento calcolato, non certo il delirio che aveva colto suo zio quando si era messo in testa di saldarsi due ruote di bicicletta alle caviglie dopo essersi tagliato i piedi, per correre più veloce... era morto poco dopo aver ispirato il disegnatore Luigi Serafini ed il suo Codex, spiaccicandosi contro un muro, incapace di frenare. Lo stratagemma del nipote, invece, sarebbe servito a salvargli la vita.


Quella che il ragionier Schioppetti conduceva, era un’esistenza pericolosissima. Mai come quando si è impiegati in modo sicuro e perenne, si tende a sottovalutare il pericolo che soggiunge invisibile a quelli della sua generazione. Quante volte, i cravattari come lui attraversavano la strada parlando al cellulare, senza curarsi della presenza, o meno, delle strisce pedonali e delle luci verdi. Suo malgrado, si trovava troppo spesso a dover rispondere al telefono per conto dei suoi superiori, i quali, in uno slancio equilibrato di fiducia e pigrizia, avevano dirottato tutte le chiamate di lavoro al suo cellulare. E proprio per questo motivo era proprio impossibile che prestasse attenzione persino al traffico. Che diamine, lui doveva lavorare, mica andava in giro a fare shopping!


Era passato qualche giorno, dal suo nuovo incarico, che già si ritrovava con un braccio rotto e le costole incrinate. E certamente, non poteva lasciare che i piani alti telefonassero tutti soli e sprovveduti com’erano. No?

“Mi faccia vedere, Schioppetti!”

Aveva mostrato il braccio ingessato e i lividi sugli occhi.

“Niente di preoccupante, non sia ridicolo. Chi non si è mai rotto un braccio lavorando?”

“Ma io sarei un impiegato...”

“Non ci sono più gli impiegati di una volta... su, torni a telefonare!”

E mentre tornava al suo ufficio con il cellulare in pugno e il cordless nella tasca in mezzo alle natiche venne travolto nuovamente e mandato ad analizzare i punti neri sul pavimento di marmo del corridoio. Mascella slogata e livido vistoso, per non parlare del braccio nuovamente rotto e delle tracce di gesso sul pavimento da pulire, e c’era una riunione da sostenere di lì a pochi minuti!


Ed ecco cosa lo aveva portato ad attrezzarsi come aveva fatto: sarebbe stato impossibile conformarsi alle regole aziendali e al contempo indossare casco e ginocchiere tutto il tempo per difendersi dai pericoli, pertanto, una volta appurato che le protezioni esterne erano da considerarsi inaccettabili, gli era apparso obbligatorio trovare una soluzione interna al problema, vale a dire la fragilità del suo stesso corpo. Che colpa avevano quelli che lo spintonavano e lo investivano, se lui si ritrovava una costituzione così fragile? Appena tornato a casa aveva prenotato un posto alla famosa casa di cura alla quale andavano molte donazioni dell’azienda, per concordare una soluzione comoda e sicura.


Ciò che il dottor Fannulloni non si aspettava, era una ripresa naturale rapida, considerata l’età e la salute rafferma di Schioppetti, pur tuttavia si sentiva in obbligo di aiutare in qualche modo il poveretto, che gli appariva tanto sofferente. Aveva selezionato e tagliato personalmente cinque diverse imbottiture per lui, perché potesse scegliere quella che gli risultava più comoda, dato che, secondo il suo parere, avrebbe dovuto portarla per tutta la vita. Le opzioni prevedevano gomma, gommapiuma, un’imbottitura di piume d’oca selvatica e il più moderno imballaggio Pluriball. Simone era rimasto immediatamente affascinato dall’involucro di plastica pieno di bolle d’aria così lisce e soffici, vescicole dal futuro mondo degli airbag. Ne aveva pressata qualcuna, deliziato dal ripiego della plastica piena d’aria sotto le sue dita.

“Scelgo questa!”

Il dottor Fannulloni si accigliò un poco:

“Ne è sicuro? Non vuole pensarci meglio?”

No, non voleva.


Tornato a casa aveva subito sbattuto il fianco contro lo spigolo del tavolo. C’era stata una pressione, un senso di calore e poi uno schiocco. Ma non sentiva male. La felicità lo aveva attraversato come un fulmine, facendogli venire la pelle d’oca e rizzandogli i capelli, portandogli le mani al volto, sotto il quale aveva avvertito i piccoli cerchi soffici e protettivi. Che bella sensazione, che bello che bello che bello! Si lanciò sul letto, confidando nell’impossibilità di farsi male. Atterrò con forza sul materasso a molle, ricordandosi dell’inutilità del suo tentativo. Si gettò allora dal letto sul pavimento, facendo ben leva sul soffice rettangolo. Il parquet scuro gli era sembrato bello tarchiato, ci atterrò di faccia.


Non si fece niente. Sentiva solo un leggero fastidio alla mandibola, là dove le bolle erano scoppiate, ma tutto sommato stava alla grande. Si chiese quanto gli sarebbe costato sostituire le protesi, ma il suo pensiero fu presto annebbiato dalla consapevolezza che, per il momento, non correva più pericoli, non poteva essere ferito.


Si era rialzato senza un gemito, scrocchiando come un sacchetto di popcorn, quando la macchina lo aveva sbalzato contro la saracinesca dell’edicola dall’altra parte della strada. Non si era fermato, ma Simone Schioppetti, ragioniere, aveva scattato fotografie con tutti e sei i cellulari che gli erano stati affidati, denunziando sulle pagine Facebook di mezza dozzina di dirigenti il suo brutale investimento senza assicurazione. Mentre camminava verso l’ufficio con migliaia di notifiche di sdegno che gli risuonavano nelle tasche, lo sguardo gli cadde al suolo, e, pertanto, incrociò la gamba colpita dal veicolo.


Era quanto di più curioso gli fosse mai capitato di vedere, anche perché con un lavoro come il suo, al limite smacchiava qualche traccia di rossetto dai documenti più importanti... la sua gamba certo non presentava macchie rosse, ma si era accartocciata e ripiegata su sé stessa, protetta dall’imballaggio sottocutaneo. Il ragioniere la prese per il tallone e la raddrizzò, facendo scoppiare qualche bolla. Benedetto il pluriball. Nella zona più colpita era rimasta una sola bolla integra. Non gli piaceva, stonava, quel bozzo da dieci centesimi sotto al ginocchio oramai liscio. Affondò lentamente l’indice destro nella carne, sommergendolo nell’aria. Una sensazione di calore, liquidità, bruciore, rilascio e appagamento. La saliva gli si raccolse tra il labbro e la gengiva.


“Dov’è Simone? Lo cercano in direzione...”

“Ah, è arrivato adesso ed è corso subito in bagno, mi sa che si è preso una bella ventata...”

“Schioppetti si sbrighi! La aspettano in sala riunioni!”


Simone era bloccato in bagno. Era un paradiso. Ormai aveva finito entrambe le gambe, ed era passato ad altro, una bolla dopo l’altra, con un pugno di carta igienica in gola per non farsi sentire. Dio, che bello...

Poff...Poff...Poff...

Una bolla dopo l’altra:

Poff...Poff...Poff...

Un po’ più in basso...

Poff...Poff...Poff...


Ormai era solo un grumo bianchiccio che lo soffocava, lo scaricò nel cesso e tirò lo sciacquone, asciugandosi le mani. Le labbra sfregavano tra loro, due lumache ubriache già mezze scoppiate. Strinse la bocca fino a produrre il suono che fa la confezione di una merendina quando viene aperta con una mano.

Poff...

Estasi...


Quando uscì dal bagno, ancora pigiava i polpastrelli uno contro l’altro. Era magnifico, vescicole vuote, pendule e cascanti. Avrebbe voluto poterle strappare. Pestava i piedi sul pavimento, mentre tornava all’ufficio, per far scoppiare anche le sacche sulle piante dei piedi; quante bolle perdute da sostituire, sarebbe dovuto tornare in clinica, certo, riprendersele subito ci sarebbe andato il giorno stesso, una volta terminato il lavoro.

I’m walkin’, yes indeed, and I’m talkin’, ‘bout you and me

I’m hopin’ that you’ll come back to me...


Non vide la mano, e nemmeno il riflesso sulla porta di vetro. Quando la sfondò di testa, aiutato dalla propulsiva pacca sulla schiena che solo centosettanta chilogrammi di magazziniere potevano detonare, si ritrovò nel mezzo della riunione, atterrando sul proiettore, spegnendo il computer e cancellando l’intera presentazione dal server. Un lato della sua faccia, come anche il fianco, si accartocciò, sgonfio ed inutile. Cominciava ad avvertire di nuovo un dolore sordo propagarsi per tutto il corpo.

Porca troia...

Tre o quattro degli impiegati lo fissarono sorpresi. Poi lo tirarono per le caviglie e cominciarono a far scoppiare le bolle rimaste.

No! Fermi! Sono mie!

Pofpofpofpofpofpofpofpofpofpofpofpoffff...

Nonononononnoonono...


Disteso sul grosso tavolo di quercia albina abbattuta all’età di trecentoquattro anni e sei giorni, Schioppetti tese le mani il più possibile. Ne andava della sua sopravvivenza.

Aveva sganciato l’estintore e lo aveva svuotato nei polmoni dei cinque più vicini, strangolandoli a distanza. Poi lo aveva usato come mazza sulle teste degli altri, sfogandosi per tutto il corridoio. Tante bolle belle grosse piene di cervello. Sorprendente.


La strada era sgombra, c’era poco traffico e si prospettava un temporale. Le nubi avvolgevano la cupola della chiesa poco oltre , cinque o sei strisce pedonali.

Non è peccato farsi scoppiare, padre, non è peccato... mi perdoni? Può premere una ball, se vuole, ne ho molte. Si chiama pluriball, lo sapeva? Che sfigato, lei che ne ha solo due da stringersi, haha... basta che non ci facciamo vedere.

Neanche la Mini si era fatta vedere, era andata dritta al punto. Quello ancora non scoppiato sulla chiappa sinistra. Peccato, era andato già oltre la terza striscia.


Del ragionier Schioppetti non si sentì più parlare. La sua degenza fu molto, molto lunga, e l’azienda non poteva permettersi di attenderlo. Avevano acquistato l’azienda che produceva il pluriball e si facevano mandare una scorta ogni mese, la appendevano alle pareti, la usavano al posto della carta igienica e della carta per stampante. I contratti dei dipendenti diventarono illeggibili, e completamente rigirabili. E Schioppetti?


Lui era ancora in ospedale, con le gambe ingessate. Ci dispiace molto, signor Schioppetti, potrebbe rimanere offeso permanentemente, potrebbe non recuperare mai più l’uso delle gambe, sconsigliamo di operarsi di nuovo, quella plastica potrebbe causare infezioni incontrollabili eccetera eccetera. C’è qualcosa in particolare che desidera sapere?

Non è che avete un foglio di pluriball?

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Sei un "sabotatore" dell'ordinarietà, dell'ovvietà. Originale e surreale, ironico e scombinato. Semplicemente geniale.Segnala il commento

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Anonimo Piacentino ha votato il racconto

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AmbrA ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Nello stile che ti appartiene, tra l'assurdo e il demenziale, Schioppetti uno di noi ormai "scoppiati"!Segnala il commento

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Simonetta Gallucci ha votato il racconto

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Ah, ironia e gusto dell'assurdo, un'ottima accoppiata!Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

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E' divertente. Raccontato con quella dose di assurdità che contraddistingue il tuo stile; lo trovo piacevole rispetto ad altre volte nelle quali (a mio gusto) calchi di più la mano. Tuttavia trovo anche che la grottesca rappresentazione patisca un poco la somiglianza con quella di un altro "famoso ragioniere". Pur sempre vittima della gerarchia impiegatizia del suo tempo, succube di fisici disagi... Avrei anche letto un po' di più il pensiero del personaggio, oltre alla dipendenza da pluriballSegnala il commento

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Graziano ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Cinica e divertente, ogni volta che scoppierò il pluriball non potrò impedirmi di pensare al tuo ragioniere.Segnala il commento

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Massimiliano Ferrone ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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bello. si ride e ci si sente in colpa per aver riso. favola nera. schioppetti e pernich sono fratelli, mi sa. mi disturba solo la faciloneria del cognome Fannulloni. Schioppetti - nella mia mente - ha il volto disegnato da f. scòzzari. Segnala il commento

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mariorima ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Confesso che già ridevo al titolo. Un po’ dolce, un po’ amaro. Un antieroe Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Ben fatto Lorenzo!Segnala il commento

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A. Bibi ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Folle e talentuoso :)))Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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paroleemusica ha votato il racconto

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Surrealista con ritmo futurista che va a spasso a braccetto con FantozziSegnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

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Adorato pluriball:-)Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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di Lorenzo V

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