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IL SOGNO TRA LE DUNE

Pubblicato il 02/05/2019

In un futuro apocalittico, ma molto prossimo, una persona ripercorre la sua vita che si intreccia con il destino dell'umanità e ne condivide un destino prevedibile, ma stranamente inaspettato e terribile.

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Avevano ragione, quanta ne avevano, eppure non sembrava possibile, sopratutto così in fretta. Sembrava tutto cosi assurdo, esagerato, inverosimile. Io che mi credevo realista mi sono comportato, per anni, come mi comportavo con i miei cari anziani, tante volte. 

Ovvero  cancellandone l’esistenza o quasi, come rassegnato dalla loro prossima scomparsa, persuaso di non poter fare nulla, raccontandomi la favola che le mie visite, ripromesse e mancate, io le evitassi per il loro bene, per non metterli di fronte alla loro fragilità e non per la mia paura del vuoto, il dovermi concedere, il mettermi di fronte alla mia fragilità nel donare me stesso a loro, che erano le mie radici. 

Quanto somiglia questo mio atteggiamento al modo in cui l’umanità ha ignorato il tracollo!

Quando poi, puntuale, giungeva quella telefonata che annunciava la, ormai irrimediabile, scomparsa. Ecco, a quel punto, solo allora mi sentivo trafitto, bombardato improvvisamente da un tumulto fatto di ricordi, sensazioni tattili, olfattive, visive, rimpianti sopratutto. 

Senza possibile ritorno, con l’unico conforto affidato a quel “di là” che ora mi pare null’altro che una chimera. Quel mio ritenere la scomparsa già risolta prima che avvenisse, in un istante implodeva mettendo a nudo il buco che saliva dallo stomaco e premeva sulle tempie, incapace persino di piangere.

Così l’uomo, nel suo irrefrenabile produrre e consumare, per garantirsi un illusorio futuro migliore, ha considerato la natura come parte del passato, superata, inutile. Pareva che il problema fosse (se esisteva) soltanto tecnico: si poteva pur sempre cambiare pianeta, inventare una soluzione chimico-fisica o ingegneristica, sopratutto pareva che le previsioni fossero esagerate, catastrofiche, disfattiste. Cosa contava infatti, per degli esseri viventi, seppellire il proprio nutrimento, la propria aria, la propria esistenza sotto un pavimento di lucido asfalto? Che stupidi. Anche avessimo potuto sopravvivere, nulla ci avrebbe salvato da questa solitudine, quale nemmeno un cosmonauta alla deriva conosceva.

Bastava poco, poco se paragonato alle conseguenze, per invertire la rotta, prendere il respiro, garantire il ricambio o come lo si vuole chiamare; chi aveva calcolato la necessità di contenere l’aumento di calore di poco più di un grado aveva probabilmente torto, d’altra parte se una certezza è reperibile nella scienza è proprio che questa supera sé stessa di continuo, e che le sue verità sono vere solo fin tanto che non vengono soppiantate, o integrate, da altre verità. 

Probabilmente l’enorme numero di concause rendeva impossibile prevedere l’aggravarsi della salute del pianeta in tempi così brevi: bisognava fare di più, più in fretta. Eppure se si fosse cominciato, se si fosse dimostrato che era possibile limitare le produzioni, ribaltare la prospettiva che rendeva il consumismo l’unica opzione ritenuta sostenibile, questo avrebbe innescato, secondo me, una serie di reazioni a catena, di partecipazioni spontanee che avrebbero potuto produrre risultati incredibili. Potevamo farcela.

Invece non ce l’abbiamo fatta, siamo sopravvissuti, certo, per contemplare la distruzione e morire nel rimpianto e non siamo certo sopravvissuti tutti. 

La gente è morta come mosche: ben più della gente sono morte le api, gli animali, la vegetazione, le mosche stesse anche. La biodiversità è diventata improvvisamente un problema secondario, chi l’avrebbe detto, visto che per tanto tempo era stata ritenuta così importante? (anche se non abbastanza da fermare la produzione di telefoni cellulari o di automobili) D’un tratto fu la stessa bios, la vita, ad essere a rischio più nella sostanza stessa che nell’espressione data dalla diversità. 

Ci siamo riorganizzati, in questo siamo sempre stati bravissimi, abbiamo molti talenti, ma non quello di saperci contenere, evidentemente. Le comunità, tante, sparse e iper tecnologiche vivono in strutture enormi che ricordano delle serre dei tempi andati, o delle teche. Siamo reperti viventi in regime di autotutela. 

Ci conserviamo per contemplarci da noi, avendo ucciso quasi tutti i possibili visitatori, là fuori abbiamo trasformato tutto in un deserto, con condizioni che non rendono possibile la vita che si conosceva fino a pochi anni fa. 

Solo nuove forme: batteri e poco altro, stanno appropriandosi di quello spazio, il mondo fa già a meno di noi, eccezione fatta per le “ambasciate umane sulla Terra”. Noi siamo qua, e la nuova malattia è il dolore che ci siamo inflitti, chiusi in un purgatorio a sognare di correre in un prato e di sdraiarci a osservare le stelle, consumati dal sapere che i nostri figli non potranno nemmeno desiderarlo, perché non l’avranno mai conosciuto.

Personalmente trovo un po’ di pace solo nel sonno, spero sempre che tra le dune di questo deserto che abbiamo creato io possa ancora, in sogno, incontrare un fiore, per donarlo a mia figlia.

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