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Narrativa

Il varco

Pubblicato il 30/06/2020

Un bambino capisci che ci sono cose inspiegate. La madre che lo manda a giro in bicicletta, la collina che non si deve varcare, il Filosofo che abita nell'altra valle e, soprattutto, il fratello morto.

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Durante la stagione mia madre si alzava di notte e cucinava fino al tocco per i cacciatori che si fermavano da noi. Io aspettavo ansioso quei giorni in cui potevo allontanarmi, a volte arrivando in cima alla montagna, poichè bastava avvicinarmi dalla cucina che già mia madre sudata, da dietro una nube di fumo, urlava “Non ti voglio fra i piedi, vai fuori a giocare.”

Allora non sapevo che mio fratello era morto in cucina. Mia madre di lui non ha mai parlato. Era stata la moglie del mugnaio ad avermelo accennato trovandomi con la mano conficcata nella farina, “stai attento a non fare la fine del tuo fratello”. Avevo cinque anni, avevo una bicicletta e orecchie a sventola, pronte a raccogliere tutte le parole del mondo. Per un po’ mi è rimasta l’idea che mio fratello fosse morto per avere infilzato un braccio nella farina, ma poi la curiosità di sapere cosa fosse realmente accaduta iniziò a tormentarmi.

Nella primavera dei miei undici anni ho iniziato ad allontanarmi veramente da casa, non bastava più lo sterrato che saliva verso la montagna, che oltretutto era diventata una collina. Però sapevo che le rare volte in cui mi madre veniva sulla porta, strofinando le mani al grembiule, dando una sbirciata al cielo, era per assicurarsi che quella collina non fosse varcata. Non solo dalla moglie del mugnaio avevo sentito del Filosofo che abitava nell’altra vale, era li che non dovevo andare.

Quando capitai davanti al suo rudere, il vecchio mi sorrisi senza un unico dente in bocca. Ero cascato sulla ghiaia e provavo a leccarmi il sangue dai ginocchi. Fu lui ad avvicinarsi, aveva preso una pezza umida e, chinandosi su di me, mi feci scappare senza che io abbia avuto il tempo di riprendere la bicicletta.

Dovetti tornare il giorno dopo, ma la bicicletta non c’era. Vidi il vecchio in lontananza con il suo gregge, il cane che lo inseguiva. Notai che la porta della casa sbatteva, e cosi entrai. Il pavimento era di terra, e su di esso c’era un letto e poco più; le pareti, però, erano ricoperte di quaderni, due mensole passavano perfino davanti alla finestra, coprendola in parte. La bicicletta era appoggiata dietro la porta. Stavo per prenderla e andarmene in fretta, ma un disegno del mare che penzolava da uno dei quaderni mi ha fermato. Io il mare non lo avevo mai visto. Presi il foglio in mano, era ingiallito in uno degli angoli, ma tutto il resto aveva intatti i blu che mi fecero capire come erano fatte le onde. Ho cercato altri disegni, in tanti si vedevano persone, qualche dettaglio di una faccia, come la curva finale di un sorriso. Presi altri due quaderni, erano tutti disegni. “Ti piacciono?”, chiesi l’uomo. Aveva un vincastro in mano, e realizzai quanto era magro e alto, con le palpebre pesanti a coprirgli gli occhi.

Ho fatto cenno di si e, guardando nella direzione della mia bicicletta, gli domandai “gli hai fatti tu?”

“Si, vuoi vederne altri?”. Senza aspettare risposta, tirò fuori un volume pesante. Su una pagina, in fondo, riconobbi il sentiero di casa mia; su un’altra, la scritta Locanda che aveva appeso mio padre prima di andarsene. Anche io c’ero, e anche mia madre. Ho iniziato a sfogliare indietro, e fu allora che vide un disegno di un bambino in collo a una donna. Il lavoro era incompleto, mancava la testa della donna. “Chi è il bambino in braccio a mia madre?” La bicicletta c’era ancora, ma l’unico modo di avvicinarmi era passando sopra il tavolo. “Come fai a sapere che è la tua madre?”, ebbi come risposta.

Era lei, il segno del reggiseno sulla schiena massiccia, il grembiule annodato di lato. La bozza non lasciava capire che cosa aveva nella mano libera, sembrava un mestolo. Era voltata verso un piano che gli arrivava alla vite, forse l’abbozzo dei fornelli, ma la certezza che era lei la ho avuta da come prendeva il bambino, con le gambe incastrate fra la pancia e la schiena, per poter tenerlo con una sola mano. L’immagine finiva nel collo della donna piegato che fermava la testa del bambino contro il suo petto. Cosi teneva anche me.

“Come si chiamava?”, chiesi io. “Luca, credo”. “Come fai a sapere?”, e volevo correre, volevo salire la collina, ma c’era il cane che mi girava intorno e c’era il tavolo.

“Un po’ quello che sento, e poi quello che vedo e che immagino”.

“Allora non è la verità, non è la verità”, urlai. “Non lo so”, disse l’uomo seguendo il mio sguardo fino alla bicicletta.

“Quindi, come è morto?”

“Dicono che è caduto nel camino”.

Ero riuscito ad avvicinarmi alla porta, passandogli vicino, ma tornai indietro per voltare ancora una pagina. Trovai raffigurata una mano che raccoglieva una noce da un tappetto di ceneri e sopra, sull’angolo del foglio, un’altra mano appena visibile che stringeva la noce fra le ditte.  

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blu ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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A. Bibi ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Esordiente

E' vero, ci sono alcuni refusi, ma ti faccio i miei complimenti per come riesci a rendere vivi i personaggi. Davvero sorprendente! Benvenuta (o?), spero di leggerti presto. Mi sono veramente emozionata.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello e avvincente, andrebbe riveduto per correggere qualche refuso tipografico o piccole imperfezioni formali (ultima delle quali è proprio l'ultima parola: "ditte" invece di "dita" - peccato)Segnala il commento

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di joanamota

Esordiente