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Saggi

il Vecchio

Pubblicato il 04/09/2018

Un incontro in treno, la storia di una vita mentre il vecchio convoglio arranca verso la metropoli. Voglia di futuro e nostalgia in un incontro casuale dove tuttavia è possibile raccontare e allo stesso tempo forse aprrre a nuovi possibili.

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Sono del ‘46 e quando sono nato io, era appena finita la guerra. Allora era tutto diverso, mi dicevano i miei genitori, la gente si voleva bene, si abbracciava, si raccontava, ci si scambiava favori. Il senso profondo dell'essere vivi, la voglia di ricostruire, inventare un futuro nuovo dopo le barbarie della guerra. Tutto questo era nell’aria. La libertà si toccava con mano ed era solida e preziosa. A sei anni ricordo che abitavo in una frazione di Robbio, una frazione che si chiama Rivoltella. Ci stavo molto bene. Anni felici.

Ero poco più che un ragazzo quando mi hanno assunto come operaio in una fabbrica, con la mia bicicletta, tutte le mattine, percorrevo i sei km che si contrapponevano tra me e il lavoro. Il padrone mi diceva: vai così, vai così ragazzo e vedrai che tutto andrà bene. Mi diceva che ero un grande lavoratore. Il cielo brillava di azzurro. Di infiniti azzurri. Mi dicono che i cieli sono sempre così quando li guardi a vent’anni.

Ma la vita scorre via veloce e non ti regala mai nulla, anzi spesso ti porta via tutte le certezze e le costruzioni faticosamente create. Avrei tanto desiderato una vecchiaia diversa. Due frecce scagliate dal cielo mi hanno colpito. Aveva solo sei anni la mia bimba quando una malattia terribile l'ha colpita e l'ha portata via. E ancora sei anni fa la stessa malattia, subdola e infingarda non ha lasciato scampo a mia moglie. A Pavia hanno fatto tanto, hanno aperto la battaglia col tumore, inutilmente.

Con lei ,con lei avevo il piacere di girare per luoghi e per città, con lei avevo voglia di aspettare la sera. Il fulmine è stato troppo violento, non ero preparato, non ci volevo credere. Lassù qualcuno si è divertito troppo con me. Per questo non ho più voglia di andare avanti. Sì certo mi sono rimasti due figli: uno lavora a Parona, in un grosso supermercato. E allora io per non morire d'inedia, il pomeriggio, a volte prendo il treno e vado a Parona. Vado a trovarlo. Non posso più guidare perché la mia mano mi ha tradito e le dita non si muovono più come una volta. Così c'è il treno.

Speriamo di capire da che binario e a che ora parte! Abitavo in un altro posto prima, Mortara non mi piace, non mi piace per niente. E’ piccola, la gente va di fretta, nessuno mi guarda. La solitudine invece si. Lei mi afferra spesso e non mi lascia più. E’ vero, ho tanti anni sulle spalle e ancora un figlio grande che abita in casa con me. Dovrebbe bastarmi. Ma quando si è vecchi le carezze e i sorrisi non bastano mai. Poi succede che questo figlio non lo vedo mai. Il lavoro lo porta via presto la mattina e lo tiene con se sino a sera e poi c'è la sua fidanzata che ha la precedenza e infine ci sono gli amici. Insomma per me non c'è mai tempo.

Lo so questa è la vita. È una vita molto diversa dai sogni. Mortara, per noi vecchi, per noi anziani non ha pietà. Nessuno ti consola, nessuno ha una parola di speranza. Le giornate in estate sono sempre più lunghe. Così sto spesso accanto al televisore, anche quando avrei voglia di scappare via. Andare lontano. A me piacciono le parole, mi piace parlare, mi piace raccontare di quel tempo. Era appena finita la guerra e le strade ricostruite e le piazze e persino le stelle sembravano più luminose e più belle. Tutte le persone si volevano bene e la costruzione di un tempo nuovo era un verbo desiderabile.

L’ho accompagnato lungo il sottopasso sino al binario due. Gli ho detto alcune cose mentre correvamo lungo i filari di piante e gli stagni di riso maturo, prima di arrivare nella stazione cattedrale nel deserto. Gli ho detto che bisognava essere resilienti, che bisogna adattarsi alle crudeltà della vita, avere il coraggio di guardare ai nuovi mondi da scoprire, gli ho raccontato pure che a Mortara oltre il velo oscuro dell’apparenza ci sono anche associazioni dove il volontariato dà senso ai giorni , significato agli anni. Anni che altrimenti perdono valore.

Il vecchio non mi guarda, il suo sguardo è incollato a quel tempo antico quando la felicità era nelle tasche dell’esistenza. La mente una tavolozza di ricordi, così piena che non c'è più spazio per nuovi possibili.

Siamo a Parona sussurro: deve scendere, è arrivato. Grazie risponde, saluta quasi a malincuore. Sento il rumore della porta del treno che si chiude, il treno riparte. Siamo in orario. La storia si chiude così. Come era cominciata.

Il Ticino in festa, ricco di vento e di desideri entra dal finestrino 


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Franco 58 ha votato il racconto

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...mi è piaciuto. Pieno di ricordi e di qualche speranza. Coltivali, i ricordi, ma fallo anche con le speranze. E continua a scrivere...Segnala il commento

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