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Narrativa

Il volo della piccola Rae

Pubblicato il 22/01/2021

Senza ali, nessun luogo è vicino.

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Anche i pettirossi migrano; almeno quelli che non si schiantano sulle vetrine ingannati dal sole di settembre.

Se ne vanno le rondini, le gazze, gli aironi (ma chi li vede gli aironi, in città). A pensarci forse Rae non li aveva mai visti, gli aironi. Alla televisione forse, o in qualche libro di bambina. Che ti importa se ho visto mai gli aironi, diceva, quello che conta è il volo. Tu apri le ali e vai e vai e vai.

Dove? Lontano rispondeva. Così lontano da sentirci finalmente vicini io e te, senza stupide domande sugli aironi lasciate lì a vagare nell’aria di questa stanza stantia.

Io tacevo, che il silenzio a volte fa sentire più vicini: ascoltavo il suo respiro salire in alto, verso le geometrie scure degli storni che studiavano nuovi piani di volo nel recinto di cielo fra i palazzi 4A e 4B.

Inutile parlare, pensare, baciare, giocare, saltare o piangere. Aveva deciso di andare la piccola Rae.

Qui si sentiva lontano. Dal mondo, dalla vita; da me, forse, che non capivo le rondini appese al filo dell’alta tensione, in attesa dell’impulso verso l’orizzonte.

Così aveva colto la prima occasione ed era partita, sicura che nell’altrove si sarebbe sentita finalmente più vicino a me, al mondo, alla vita. Perché da lontano le cose del cuore sembrano stranamente più nitide, aveva sussurrato appena prima di prendere il volo.

Approfittando di un piccione che si credeva viaggiatore, era riuscita ad alzarsi in cielo affannosamente. Traballante e insicura la vidi scomparire dentro una nuvola di cenere abbarbicata a quel piccione dal fiato grosso e il cuore pieno di catrame.

Soltanto in autunno ebbi di nuovo sue notizie: uno stormo di tordi passò sul mio tetto gridandomi che là, nella nuova primavera, Rae si era sistemata. Fu in quel tempo che cominciai a sentirla vicina a me.

Lei, così lontana, era finalmente con me. Si era fatta ancora più piccola per accovacciarsi comodamente in mezzo ai miei pensieri. Rae era diventata la mia presenza segreta. Soltanto il canarino aveva capito: dalla sua gabbietta continuava a guardarmi diffidente mentre parlavo ridevo giocavo (a volte litigavo, è vero…) con la piccola Rae. Lui non sapeva nulla di voli migratori, di viaggi oltreconfine, di cieli, di orizzonti; si dondolava sull’altalena e questo gli bastava per continuare a cinguettare tranquillo. Io rispondevo al suo canto così, per compagnia, ma lui si ostinava a non rispondermi… che non intendesse? Eppure io sono bravo ad imitare il suo fischio, dico sul serio.

Con Rae, invece, era diverso; a poco a poco diventammo sempre più simili. Di giorno in giorno, la sentivo appassionarsi alle mie stesse passioni.

Così passarono i mesi, le settimane, i giorni. Fino a quel pomeriggio di pioggerellina fitta fitta in cui sentii bussare alla finestra. Era un gabbiano, in bilico sul mio davanzale. Odorava degli scarichi del Lambro, dei pescigatto del Seveso; non credo sapesse il movimento del mare, ma posso sbagliarmi. Sulle ali non c’era traccia di sale e nemmeno un brandello di alga, solo odore di benzina.

Aveva le zampe contorte e mutilate come certi piccioni disgraziati che hanno casa negli anfratti di piazza del duomo. Mi salì sulla mano e posò un piccolo pacchetto sgualcito. Subito rotolò giù dal davanzale in una caduta che pareva suicida. In un attimo lo vidi riprendere il vento, senza rumore.

Il pacchetto era mezzo disfatto, il nome di Rae si riusciva a leggere a malapena.

Mi trovai fra le mani un piccolo cannocchiale dorato, incastonato di vetri colorati, rifinito con perle di plastica: un piccolo gioiello del kitsch. Arrotolato e legato con una cordicella di metallo, un biglietto: “Spero che tu possa vedere vicine le cose lontane: il mondo, la vita e forse anche me”.

Improvvisamente riconobbi il gusto di Rae per gli oggetti inutili, vistosi, falsi; la sua eccentricità un po’ perversa, la sua mania di improvvisare contrasti nei colori come nei pensieri,. All’improvviso, rividi i suoi vestiti sgarbati, i suoi modi bruschi, i suoi sandali grossi e le collane di plastica.

Fissai gli occhi al cannocchiale: cominciai a distinguere le gocce, quelle che scendevano lente dalla finestra; poi riuscii a mettere a fuoco i balconi del 4A. Più in alto, un pezzo di cielo scuro di pioggia. Poi, oltre a quelle nuvole, cominciai a indovinare terre verdi e campi bruciati, l’orizzonte schiarito da un tentativo di tramonto, l’abisso dietro la fine del cielo e, svanita e sfuocata, un’altra città fatta di case e di alberi, strade e semafori, autobus e palazzi.

Sulle strisce pedonali stava passando lei. Non riconobbi i capelli, né la camminata, né i tacchi. Lo sguardo soltanto mi sembrò il suo, ma non riuscii a distinguerlo perfettamente. Era Rae, era immensamente lontana; nemmeno un’aquila avrebbe potuto metterla a fuoco e tanto meno io, da sempre un po’ miope (anche se da un occhio soltanto).

In quel preciso istante ebbi l’impressione di averla perduta: perduta nella memoria, che non riusciva a ricordarne le manie né la figura; dimenticata dal mio cuore che improvvisamente no riconosceva più la sua bocca, lo sguardo, le sue ali nascoste.

Fu così che decisi di raggiungerla, per non lasciarla mai più. Nessun pensiero, nessun cuore, nessun cannocchiale poteva altrimenti farmela sentire vicino.

La raggiunsi per il giorno del suo compleanno e cercai di imparare di nuovo i suoi capelli, i suoi occhi, i suoi baci. Insieme provammo ad ascoltare di nuovo il canto dell’allodola, all’alba, ogni mattina.

Lei si lasciava conoscere giorno dopo giorno, indulgente e silenziosa. La scoprivo ad osservare il mio sonno, a volte, senza osare oltrepassare la soglia dei sogni. (Forse sapeva che avrebbe fatto troppo rumore, là dentro, con quei sandali grossi). Io sbirciavo nei suoi cassetti, quando li lasciava socchiusi per sbaglio... mutande, piume ingiallite, qualche biglietto stropicciato.

Non bastò tutta quella fatica per intendere le voci straniere dei suoi cardellini colorati, nè lo stridio delle rondini sotto il suo tetto e non fummo mai lontani come da allora in poi.


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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Tanta poesia in un racconto dall'atmosfera ammaliante. Stile impeccabile. (Ti segnalo "pensieri,." e "no riconosceva).Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Di grande bellezza.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Qualcosa nella trama mi sfugge, ma forse è voluto. Il tuo stile sempre raffinato rende bella qualsiasi storia.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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bello Segnala il commento

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Cinzia M. ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Della lontananza e della vicinanza: con profonda poesia, con stile sobrio e raffinato, tratteggi questo tema, sempre attuale, arricchita dagli spunti che vengono dalla naturaSegnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Luciano Rossi ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Quanta poesiaSegnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Della prossimità, della lontananza e della poesia, che riesce ad avvicinare le cose lontane rivestendole di parole che volano. Bello.Segnala il commento

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di Roberta Spagnoli

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