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Storico

In arte Eddie Lang

Pubblicato il 03/07/2022

“Una delle cose che mi piace del jazz è che non so cosa sta per succedere dopo.” (Bix Beiderbecke)

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I piroscafi all’attracco pullulavano di umanità accalcata e logora, che, come smarritasi, si cercava impaurita e si teneva insieme. Lo avevano nascosto bene, Domenico e Carmela, il loro piccolissimo bimbo, terrorizzati che potesse iniziare a piangere. Erano già così numerosi quei ragazzini aggrappati ai loro vestiti che, complici la confusione dello sbarco e i tanti fagotti al seguito, al controllo non verificarono più di tanto. Il porto di Philadelphia urlava di sirene e i fumi lo attraversavano danzando. Il verde Molise, le colline, il bosco, gli olivi e le ricche sorgenti erano ormai immagini sfocate, così come la vecchia bottega di liuteria, che non dava più da vivere.


Le mie dita scorrono sulle corde. E’ il mio primo ricordo. Le mie dita ho imparato a muoverle sulla chitarra a scatola di sigari che aveva costruito mio padre. Vanno da sole, ormai. Le finestre di casa fanno filtrare una luce pallida e riempono la stanza di risonanze, di atmosfere. Philadelphia è sempre in movimento, l’aria riverbera colori dissonanti ed è riempita da rumori che si inseguono e si confondono: dallo sferragliare cadenzato dei tram ai suoni ammucchiati di lingue diverse; dagli schiamazzi dei mestieri alle sinfonie ovattate che fuoriescono dalle mura dei postriboli. E mamma e papà che invadono le stanze con le ballate del loro paese lontano, e danno forma a fantastici animali del bosco. E’ un’armonia che si cerca continuamente, un coacervo di diversità, che non si compone; i ritmi discordano, i toni divergono. Non sono in relazione, non si tollerano, non riescono a contaminarsi.

Io accolgo le sonorità e poi cerco di collegarle tra di loro con accordi di passaggio e di geometria diversa. Provo con assoli, a corda singola. Cerco assonanze, scale di congiunzione prive di basi fisse; che ogni nota possa quindi diventarlo, che si possa muovere autonoma, che sia libera di esistere, creare, scorrere. Che il contrasto unisca armonie distanti. Questo esprimerci, e suonare insieme, deve sommarci diversi, ma l’un l’altro nella stessa musica.


Tradizioni e memorie a volte sono ingombranti. Spesso impongono una realtà sospesa. A metà, tra il desiderio di liberarti da un corredo doloroso e invadente e quello di trovarvi riparo e senso. Ciò che accade in questa sospensione a volte è disperazione, altre è magia.

Avevo 15 anni il giorno del mio primo ingaggio. Avrei suonato allo Shott’s Cafè di Philadelphia. Locale dignitoso e frequentato.

“Il tuo suono ha una delicatezza ispirata. Mi piace molto. Salvatore Massaro però non va bene. Siamo in America. E’ impronunciabile, lo storpierebbero. Scegli un nome che scorra fluido, ti renderà le cose più semplici.”

“Eddie Lang va bene?”

“Va benissimo. Hai risposto immediatamente... l’avevi già preparato?”

“No, Eddy Lang è il nome di un campione di Basket; il preferito di mio padre. E’ il primo che mi è venuto in mente.”

“Ok, Eddie Lang. Buona fortuna con la tua chitarra.”


Beiderbecke, invece, era davvero era un cognome impronunciabile, eredità dei suoi genitori tedeschi. Ma il suo nome era Bix e così tutti lo chiamavamo. Il suono della sua tromba correva frenetico e sognante tra le sponde del Mississippi, dove da bambino andava ad ascoltare la musica delle band che si esibivano lungo il grande fiume, o nei battelli, che sembrava facessero emergere ritmo e colori dalle sue acque. Trumbauer invece, per tutti era Tram, sangue cherokee. Giocava col sassofono, distorceva le note con la delicatezza di un uomo innamorato. Anche don Don Murray veniva di tanto in tanto a suonare, ad introdurre, col suo clarinetto, tanti dei nostri pezzi. Adrian Rollini, “il francese”, alle tastiere dava vita ai ritmi e all’anima dell’orchestra. Ma poteva suonare, e divinamente, qualsiasi strumento. E poi Lonnie Johnson, nero della Louisiana, coi suoi assoli alla chitarra che liberavano poesie. E quel tremolo, che era metà gioia e metà dolore.

Era jazz. Voce di migranti e rifiuto di ogni segregazione. Musica di uomini sempre in viaggio, ognuno con una sua ricchezza nascosta da regalare. Un mondo mai fermo, animato dal disagio e dalle inquietudini, che erompe dalle confusioni, dall’urgenza di nuovi spazi, dai contagi degli incontri. Iniziava a espandersi, a scorrere. Impossibile fermarlo, perché migrante anch’esso. 

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Gran bella contestualizzazione, intrisa di lirismo e nostalgia.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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BelloSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Che bello. Come sai non so di Jazz, ma l'atmosfera si percepisce dalle tue parole, la passione emerge e quel filo di follia rattrappita in se stessa, che sembra uscire da quei corpi racchiusi che si aprono nella musica e nelle note più estese. Bravo. GrazieSegnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

ancora oggi il jazz rimane, sebbene con fatica, uno spazio spirituale e artistico animato dall'ansia di sperimentare e dall'amore per la ricerca. La tua narrazione ne restituisce in modo ottimo - e con una dose di nostalgia che mi ha fatto respirare di sollievo- il profumo degli inizi. È bello sentir ricordare Bix, che nel suo nome breve e fulmineo è quasi la sintesi di un' epoca che ancora, io spero, non è finita. Bravissimo, grazie mille.Segnala il commento

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Paola Zaldera ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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di caio bongiorno

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